DI ELODIE VUILLERMIN
Quando mi sono ritrovata a leggere questo libro, il primo aggettivo con cui descriverlo è stato “atipico”. Il motivo è dovuto allo stile narrativo: London non può fare a meno di soffermarsi sui piccoli dettagli di qualsiasi cosa. Lo si capisce sin dalle primissime pagine, quando descrive una muta di cani da slitta focalizzandosi sul loro pelo ghiacciato, la composizione della slitta, i vestiti che indossano gli uomini alla guida del mezzo.
Per parlare al meglio della storia di Zanna Bianca, dobbiamo partire dall’ambientazione scelta. Non è un luogo qualsiasi. È il Wild, una terra gelida e ostile. Wild, con il maiuscolo. Il paesaggio non è un semplice sfondo. È un’ambientazione viva, quasi un personaggio, con un suo nome. È un avversario da sfidare in continuazione per chi decide di vivere lì. Ogni passo dentro di lui è uno sforzo considerevole. E lui non ha certo intenzione di rendere le cose facili a nessuno. Perché trova innaturale che l’uomo voglia vivere in queste lande ghiacciate e selvagge. L’uomo si batte con la Natura respirando, camminando, semplicemente esistendo. Il solo vivere significa sfidare la Grande Madre che lo ha creato, nell’ottica del Wild.

London ha saputo costruire bene la tensione che pervade l’ambientazione. Ci sono molti espedienti che suscitano paura, tra lunghi silenzi che si alternano all’eco di urla strazianti, o ancora cani che per la paura si gettano nel fuoco e diffondono nell’aria l’odore di pelo carbonizzato.
In questa terra aggressiva, che gli umani (sia bianchi che nativi americani) popolano con accampamenti provvisori e attraversano con mute di cani da slitta, la Natura ha il suo dominio. La Grande Madre vorrebbe che le cose rimanessero così come sono e trova salvezza nell’inerzia. Ma il grande e affascinante controsenso sta nel fatto che la Natura (almeno, questo suo Frammento chiamato Wild) odi la Natura stessa, odi le correnti d’acqua in perpetuo movimento e la fotosintesi degli alberi. O meglio, il Wild sembra invidiare la parte vitale della Natura, tanto da succhiarla via dagli altri che osano opporsi a lui.
E sulla slitta, nella cassa, giaceva un terzo uomo che aveva finito di affaticarsi; il Wild lo aveva stroncato ed abbattuto, impedendogli per sempre di muoversi e di lottare. Perché il Wild odia tutto ciò che è in movimento. La vita, appunto in quanto movimento, è un’offesa per questa entità selvaggia: e perciò essa distrugge il movimento. Il Wild gela le acque, per impedire il loro deflusso al mare; succhia la linfa agli alberi, fino a farli morire assiderati; e, con ferocia irremovibile, si accanisce – per soggiogarlo e sottometterlo – contro l’uomo, che è l’essere più irrequieto, in continua rivolta contro le leggi della natura, la quale stabilisce che qualsiasi movimento, ad un certo punto, deve finire.
L’umano, di fronte all’immensità della Natura, sa che non può vincerla, eppure si batte per la sopravvivenza in continuazione. La popolazione del Wild è fatta di tanti Sisifo, esseri piccoli e insignificanti rispetto alla grandezza di ciò che li circonda, che compiono uno sforzo inutile agli occhi della Grande Madre.
Gli umani combattono ogni giorno con tanti avversari. Il freddo. L’oscurità. La carestia. E i lupi, predatori scaltri e ben organizzati, che li portano all’esaurimento delle forze poco per volta, sicuri di poter avere la loro vita prima o poi. Le scene in cui gli umani si battono con questi animali sono affascinanti, London contribuisce a renderle uniche per come le descrive. Cercare di restare sveglio per non farsi sbranare o non perdere i propri cani o compagni. Dormire di colpo e risvegliarsi con un braccio tra le zanne di un lupo. Difendersi con tizzoni ardenti perché il fucile ha esaurito le munizioni o non ce ne sono abbastanza. In questi istanti, gli umani hanno occasione di riflettere sulla propria mortalità, su come i loro corpi non siano altro che mero cibo per i lupi. Tutta la grandiosità del nostro corpo, insieme di organi e di complesse reazioni emotive, si riduce a un grande pezzo di carne ambulante, a uno spuntino su due piedi.

Non viene raccontata solo la resistenza di noi umani, l’ostinata voglia di restare in piedi. London si addentra maggiormente nello stile di vita dei lupi, in un mondo fatto di branchi e gerarchie, di momenti di caccia, di corteggiamenti spietati dove i maschi si sbranano (letteralmente) per la femmina di turno, e riesce a mostrarcene un ritratto molto realistico. Esplora le leggi del mondo animale, con gli scontri tra preda e predatore degni di uno stallo alla messicana, dove ognuno attende febbrilmente la mossa falsa dell’altro. Mostra un linguaggio fatto di annusate, ringhi, zampate, morsi, movimenti del corpo.
Insomma, il Wild ha le sue regole, dure e inflessibili. Devi capire alla svelta chi sono le prede più deboli, se il terreno sotto di te è solido, chi può ucciderti, cosa fare di fronte al cambio di stagione o ai periodi di carestia. Le avversità arriveranno, ma la vita sarà sempre lì: istintiva, forte, pronta ad emergere e a sfidare ogni legge e imposizione. Che tu sia umano o animale, andrai sempre oltre i tuoi limiti per inseguire la vita. Il nostro protagonista a quattro zampe lo impara fin da subito:
Ma nel lupetto agivano anche altre forze, la più prepotente delle quali era la spinta a crescere, lo sviluppo. L’istinto e la legge esigevano da lui sottomissione. Ma lo sviluppo gli imponeva di disobbedire. La madre ed il padre gli avevano impresso nella mente di tenersi lontano dalla parete bianca. Ma lo sviluppo è vita e la vita è per sempre destinata a manifestarsi alla luce.
Zanna Bianca ha imparato, attraverso fallimenti e successi, la legge fondamentale di Natura: uccidere o essere ucciso, fare il divoratore di cibo o fare il cibo. Ma come ogni cucciolo, si lascia guidare dalla curiosità e si avvicina a un gruppo di uomini. Questi lo portano nel loro mondo, poiché la madre era una loro cagna che si è accoppiata con un lupo. Strappato alla sua vita nei boschi, impara a conoscere un mondo di creature dominatrici, nella sua ottica quasi divine per la capacità di accendere il fuoco, vivere tanto in lande fredde quanto in città moderne, attraversare i mari su barche, viaggiare su treni e carrozze.
Il mezzo lupo riesce a essere profondo e sfaccettato più di qualsiasi personaggio umano. È solo e incompreso, strappato dalla madre e dalla sua casa, trattato male solo perché cerca di sopravvivere. Detesta l’uomo per il modo rude in cui lo cresce ma al tempo stesso è incuriosito da lui. Vorrebbe scappare per tornare nel Wild, ne ha pure l’occasione, eppure non lo fa. È legato da una corda. Come quella con cui legavano la madre a un palo, ma peggio. È una corda diversa, onnipresente, invisibile e di lunghezza infinita. La corda della paura.

Talvolta ci prova a tirare fuori il suo lato selvaggio, frutto dei maltrattamenti riservati dagli uomini e dai loro cani, ma più si mostra feroce e più botte riceve. A ogni botta la paura cresce. Addirittura, quando viene preso a schiaffi e calci per aver morso un uomo, arriva a divinizzare la carne umana e si considera un ingrato per averla profanata con i denti. Gli unici momenti in cui riesce a sfogare la sua frustrazione è negli scontri con i cani. L’apice si raggiunge quando prova a scappare nella foresta e, rimasto solo, non riesce più a cacciare il cibo perché ormai è abituato a farselo dare dall’uomo. La sua legge per sopravvivere diventa presto una sola: sottomettersi ai potenti e dominare i deboli, cercare di ingraziarsi gli umani e imporsi con ferocia sui cani.
Le difficoltà lo trasformano in un mezzo lupo solitario, rancoroso e subdolo, che quando subisce un torto la fa pagare al responsabile. Ma solo a chi non può difendersi, perché la mano del dio umano non si può mordere mai. Questo significa forse che si è lasciato addomesticare anche lui? Che ha dimenticato il suo lato di lupo? Certo che no. Se negli altri cani, ex lupi ormai addomesticati, lo spirito del Wild si è spento e ridotto in cenere, in Zanna Bianca brucia ancora; è un fuoco vivo e feroce, che punisce gli altri lupi addomesticati e divenuti cani rammolliti, che lascia il segno dovunque passi per dimostrare fin dove può spingersi la sua opera di vendetta. E quando cambia padrone, la fedeltà e la sottomissione all’uomo non esistono più. Diventa un concentrato di odio puro, che si aggrappa alla vita nel modo più spietato possibile.
Per tutto il libro vediamo Zanna Bianca perdere sé stesso e incattivirsi sempre più. Viene tradito, usato, abbandonato, picchiato e sfruttato come attrazione. Non trova nessun altro su cui contare se non sé stesso. Impara a conoscere il lato peggiore dell’umanità, ma anche il migliore. Perché alcuni umani comprendono il suo dolore e sono amorevoli nei suoi confronti. Sarà uno solo, Weedon Scott, colui che gli farà scoprire cosa significa provare affetto per un dio, l’unico meritevole di vera fiducia e di amore come non se ne è mai visto.
In sintesi, la storia di Zanna Bianca è la vita di un mezzo lupo che conosce vari mondi, ne impara le regole e vi si adatta. Che non smette mai, nonostante tutto, di dare una cosa agli umani, che siano generosi oppure crudeli: la fedeltà. Che impara come i lupi siano più simili agli umani di quanto creda: entrambe le specie hanno una gerarchia, sono mosse dal desiderio di uccidere per sopravvivere ma occasionalmente sanno dimostrare amore.


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