L’Augusto Editoriale dell’Augusto Direttore: La Fine Dipende Dall’Inizio

DI ALBERTO GROMETTO

SIPARIO, TITOLI DI CODA, FUOCHI D’ARTIFICIO… e tutto finisce!!!

Avete mai sentito l’espressione “la luce in fondo al tunnel”? Si dice che quando si muore, si scorga proprio una luce in fondo al tunnel. Oppure che si riveda tutta la propria vita scorrerti davanti agli occhi, come tu fossi lo spettatore e la tua esistenza un film. Oppure ancora, quando si è sul punto di andarsene, arriveresti financo a vedere te stesso “al di fuori”, come se la tua anima si staccasse dal corpo e lo guardasse dall’alto. O robe del genere! 

Perché accade?

La risposta più accreditata è di natura neuroscientifica: privato d’ossigeno, il cervello si ritrova sotto stress e attiva dei meccanismi di difesa, quasi si trattasse d’un programma mentale d’uscita messo in atto per gestire il trauma. L’intensa attività cerebrale può pertanto generare la percezione di una luce bianca che s’avvicina a poco a poco come ti trovassi in una sorta di tunnel, oppure accade che quelle aree del nostro cervello in cui hanno sede la memoria e la coscienza ti fan rivivere i tuoi ricordi in sequenza, o ancora l’iperattività mentale porta come al formarsi di una sorta di percezione esterna per cui avviene una separazione della coscienza dal corpo. Tutto questo è tipico delle cosiddette NDE (Near-Death Experience): le Esperienze Pre-Morte.

Ecco, io il 15 Aprile sono morto (o quasi, comunque). Proprio per mancanza d’ossigeno, peraltro. E non ho visto niente di tutto questo! Nulla del genere. Né una luce in fondo al tunnel, né tantomeno il filmato della mia vita. E sicuramente non mi sono come staccato dal mio corpo. Tutto quello che (credo, non son sicuro!) ho vissuto, è stato come sognare un sogno. Un sogno che non mi ricordo, che è simile a tanti e più sogni che mi ritrovo a sognare in condizioni normali: già, non ricordo mai cosa sogno.

Ora, immaginerete quanto la cosa m’abbia fatto incazzare. Eh sì, perché già che stai morendo, vorresti quantomeno avere tutto il servizio completo: luce in fondo al tunnel, il filmato della propria vita, vederti dal di fuori! O almeno una sola di queste cose. Anche solo per aver qualcosa da raccontare, qualora si rimanesse in vita. E invece? 

E INVECE NIENTE! 

No, io non ho proprio nulla da raccontare. Che schifo. Che delusione. Ma mai quanto essere sopravvissuti, sia chiaro! Già, perché sfatiamo il vecchio mito del “La Vita a tutti i costi!”. Morire non è così male come dicono. Nel senso che… un attimo prima sei vivo. E sei preoccupato, sei in ansia, perché devi pensare a un sacco di cose. E da morto? Da morto no! Quando sei morto, sei morto. Non hai più tempo e modo di fare altro, o di preoccuparti d’altro. Certo, in realtà ad essere sinceri non si sa cosa succede quando si muore, magari poi è peggio che stare vivi. Però almeno ci provi, cambi un po’ aria, vedi che accade… no? Potevo provare ecco, e invece no! 

Eccomi là, disteso sul pavimento sul quale mi son ritrovato, con la maschera dell’ossigeno addosso, e ancora maledettamente, terribilmente, esasperatamente… VIVO! Già, tra tutti i posti in cui potevo decidere di perdere i sensi, svenire e ritrovarmi senza fiato in corpo proprio un centro medico dovevo scegliere? Poteva essere a casa mia, o per la strada, o negli studi di MERCUZIO AND FRIENDS! Ma ci pensate che bello, morire mentre gridavo in video “Arte, Cultura e Bellezza”? Sarebbe stato andarsene come MOLIÈRE, il grande commediografo e drammaturgo e attore teatrale francese seicentesco! Lui morì in scena, nel mentre che recitava nella sua grande opera «Il Malato Immaginario». Io ci farei la firma per una fine del genere, sarebbe la mia morte ideale, il tipo che preferirei! Certo, già lo so, conoscendo quella che è stata la grande barzelletta della mia vita, se me ne andassi io in questo modo – recitando, in scena, a Teatro – c’è chi tra il pubblico ancora direbbe: “Si vede che recita”!  

(Jean-Baptiste Poquelin, meglio conosciuto come “Molière”)

Però sì, il Teatro – che è per me uno dei luoghi più belli e felici in cui sia mai stato! – sarebbe il posto ideale per il mio ultimo saluto, ai miei occhi. Oppure al Cinema, vedendo un film: pensate che bellezza sarebbe stato sloggiare anzitempo dalla Terra in questo modo! E io invece ho deciso di morire (QUASI) in un centro medico, per una visita che c’entrava poco o nulla con le ragioni per cui stavo per “andarmene”, là dove subito prontamente m’han potuto infilare la maschera dell’ossigeno e letteralmente resuscitarmi! Non mi hanno lasciato andare, ecco. Fosse accaduto in qualsiasi altro posto, oggi non sarei qui a raccontarvelo. E invece no! Ma si può essere più stupidi? 

Ci son rimasto male, non voglio dire bugie. Quando mi son reso conto di essere vivo, la mia prima reazione è stata rimanerci male. Mi ha lasciato amareggiato e deluso la cosa. Quando la racconto, faccio sempre il grandioso: narro che in quel momento lì cinquanta giovinette e cinquanta giovinetti scesero dal Cielo cingendomi con una corona d’alloro e dichiarando di volermi portarmi su fra le Stelle più luminose, oltre i confini del Valhalla, spiegandomi che in cima al Monte Olimpo un posto era stato fatto riservare apposta per me. Ma che io, sentendo il coro di voci piangenti che dalla Terra mi supplicavano di rimanere, avrei scelto di restare. Che racconto epico!, nevvero? Ma la Verità è che lì per lì ci son rimasto male. Non fraintendetemi, l’aria del depresso io proprio non ce l’ho, posso ritenermi più fortunato della media delle persone e poi son sempre un tipo così allegro ed entusiasta e pimpante, mi dicono. Son un portatore di entusiasmo. E tutto questo lo sottoscrivo pure. Ma la Vita è tanto triste e tanto dura, per me come per altri, e vi son cose che non riesco a reggere, e l’idea di farle finire tutte insieme di colpo mi dava un senso di serenità celestiale. Basta colpi bassi, basta ferite, basta persone che vorresti avere sempre con Te ma che la Vita decide che non puoi avere. Si finisce tutto così, e basta.

Esiste forse qualcosa di più rassicurante delle due parole che sto per scrivere? “E BASTA!”. C’è un senso di quiete, di pace, soprattutto di Fine che dà speranza. La speranza che quello che di brutto hai vissuto possa fare “poof” e scomparire di colpo e non darti il tormento. Qual è invece la parola più devastante, annichilente, orribile e terribile che possa esser detta? “ANCORA!”. Essere vivi implica l’essere ancora, il fare ancora, l’avere ancora. “Ancora” è una promessa di ulteriori sofferenze, dolori, ferite. Di ulteriore “brutto”. Il brutto dell’esser vivi è che lo si è “ancora”. Il bello dell’esser morti è che hai finito… e basta!

Ora però: perché ho dunque scelto di rimanere? Perché sì, il racconto delle giovinette e dei giovinetti e del Monte Olimpo e del Valhalla è parecchio esagerato, tranne per un fatto: che ho scelto io di restare. Sì, sento di averlo scelto io. Sento anche di essere stato aiutato in questo, e non solo dal personale sanitario lì presente a soccorrermi o dai miei affetti più cari. Ma comunque sia, sono stato io a sceglierlo. So di averlo scelto io. Perché l’ho scelto, però? Le risposte son molteplici. Sicuramente sentivo di non poter lasciare così certe persone, andandomene in questo modo, senza neanche salutare. Poi sicuramente il sentire che ho ancora delle cose da fare, anche quello! Ma credo che tutto sommato la ragione principale sia un’altra: quelli che non ci sono più.

(Scena tratta dal film “Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2”, nel corso della quale il protagonista – creduto morto da tutti – invece di andarsene definitivamente si ritrova come in un limbo sospeso a metà tra la Vita e l’Aldilà, che ha le fattezze della Stazione di Charing Cross, e dal quale farà ritorno al Mondo)

Vedete, fra i vari racconti delle cosiddette esperienze pre-morte, c’è un esempio che ho deliberatamente deciso di non citare in apertura. Quale? Quello secondo cui, nel momento in cui stai per compiere “il viaggio finale”, ti ritrovi a rivedere quelle persone che, per un motivo o per un altro, non fanno più parte della tua vita. Come fossero venute a prenderti, ecco. Io però non ne ho vista nessuna. Non c’era nessuno che era venuto per me, a prendermi. Non credo di averci pensato subito sul momento, ma poco dopo sì. Prima c’è stata la delusione dell’essere rimasto, e poi ho pensato: “Ma come non è venuto nessuno? Io in Vita ho pensato così tanto, e così intensamente, ogni giorno e tutti i giorni, a chi non c’è più ed è come morto, e questi non si fanno nemmeno vivi nel momento in cui muoio io?”. 

Questo pensiero è piuttosto devastante, credo lo possiate capire. Eppure è il pensiero che mi ha salvato. Perché sì, vi risparmierò il racconto dello schifo che è venuto dopo la mia (QUASI) morte: ospedali, sofferenze, dolori, insulti, stravolgimenti, lacrime, sudore, sangue, fatica, lo scendere a patti con cose che è meglio non citare… poi ci si chiede come uno non faccia a rimpiangere di non essere morto! Ma quando mi son trovato, quello stesso 15 Aprile, poche ore dopo il grande fatto, sul letto d’una sala operatoria, senza anestesia perché di tempo non ce n’era, nel mentre che mi aprivano e richiudevano, attorniato da un’equipe medica, svenendo tre o quattro volte nel mentre, eccomi lì ripetermi come un mantra parole che mi erano state dette una volta, proprio da qualcuno che ora non c’è più e che se n’è andato, e a cui mi son aggrappato ogni volta. Prima d’ogni spettacolo teatrale, prima d’ogni fatica, prima della mia discussione di laurea. Le stesse parole, che m’accompagnano, sempre. Che sono state e sono e a questo punto saranno sempre la mia Forza, la mia Volontà, il mio Credere. E anche se non c’è più niente, di chi le ha dette. Ma in realtà ce n’è eccome, dappertutto, in ogni dove, costantemente.

Certe persone ti attraversano per un momento e poi, anche se se ne vanno, non se vanno mai più, in realtà. 

Ed è così che allora, nei giorni a seguire, ho pensato: Cavolo, io non so cosa ci sia dopo la Morte! Ho delle mie idee, è chiaro, ma non posso saperlo, nessuno può! Non c’è certezza. Io sono certo di una cosa sola però. Che finché sono vivo, io quelle parole me le posso continuare a ripetere. Se una volta andatomene per davvero, io scomparissi per sempre? O se dimenticassi quelle persone? No, no, no, questo non posso permetterlo! È vero, chi se ne va se ne va e non c’è più, e non torna più. Ma almeno, da vivo, posso ricordarmi di loro. Ricordare che sono esistite, che ci son state, che han fatto parte della mia vita. E di me. Che continuano a far parte di Me, ancora oggi. Che faranno sempre parte di Me. Ma perché facciano parte di Me, deve continuare ad esserci, un Me. Fino a quando rimango in vita, io posso immaginare di essere ancora con loro. E allora scelgo la Vita, ogni cazzo di giorno. 

(Scena tratta dal film “Cuori ribelli” del grande Ron Howard, nella quale lo spirito del protagonista Joseph, impersonato da Tom Cruise, sul punto – forse – di esalare il suo ultimo respiro, si stacca dal corpo vedendo “dal di fuori” sé stesso e l’amata Shannon, interpretata da Nicole Kidman)

È questa una ragione sufficiente per restare? Rimanere vivi per ricordarsi di chi ci ha abbandonati? Lo è. Ed è la sola ragione che serve. È tutte le mie ragioni, in realtà. PensarTi, ogni volta che posso. Essere il mio primo pensiero quando mi sveglio e l’ultimo con cui m’addormento. Il motivo dietro ogni mio gesto, idea, azione. La mia ispirazione più grande. Continuare ad aspettarTi, anche se non arriverai mai. Non riesco proprio a immaginarmela, una vita migliore di questa. 

Esiste una canzone. Il suo autore è tra i più grandi che esistano: MAX PEZZALI. S’intitola: «IL MIO SECONDO TEMPO». Risale all’epoca del Festival di Sanremo 2011, trattasi di una riflessione che Max fa sul momento in cui si raggiungono 40 anni, nell’immaginario collettivo solitamente associati alla cosiddetta “crisi di mezza età”. Invece la canzone esorta a riconoscere la Bellezza della Vita in qualunque momento e – proprio perché non si è più giovani – abbracciarla ancor più completamente. Ecco, io ora sono ancor ben lontano dai 40, di anni ne ho 25. Ma considerando che sono scampato per un soffio miracoloso alla Morte, sento quest’indubbia perla musicale particolarmente vicina, particolarmente mia: perché io sento che è davvero iniziato il “MIO” secondo tempo, e che non voglio perdermelo, e che io farò il possibile perché questa seconda occasione – che in parte il Cielo ha voluto concedermi e in parte mi son preso io – non venga sprecata.

Gli Antichi Romani dicevano: FINIS ORIGINE PENDET

Tradotto: LA FINE DIPENDE DALL’INIZIO.

Le ragioni che ti muovono dapprincipio, son ciò che determinerà il tuo Finale.

Ma nel mio caso, è giusto dire il contrario: il mio (quasi) Finale ha determinato il mio nuovo Inizio.

Oggi, nel momento in cui questo articolo viene pubblicato, è l’ultimo giorno dell’anno 2025. E questo significa che domani sarà il primo giorno dell’anno 2026: L’ANNO DELLA SVOLTA! Perché dovrebbe essere l’Anno della Svolta? Beh, perché l’ho deciso io. Siamo sempre Noi a decidere quando debba esserci una svolta, sapete? Siamo Noi che costruiamo le nostre svolte. E io ho scelto che sarà così. Perché il mio Finale ancora non c’è stato, e così io ho scelto di optare per un Inizio.

Quando si è vivi, sapete, si possono fare un sacco di cose! Ed è così bello fare cose, e vivere, e stare insieme agli altri! Si soffre parecchio, certo, ma ne vale la pena. E soprattutto, se soffri così tanto, ancora e per sempre, pensando a chi non c’è più, devi anche allora dirti: Wow, ma quanto sei stato fortunato a conoscere persone così belle a cui non riesci a smettere di pensarci ancora oggi? E allora non puoi voler smettere di pensarci! Ma per farlo, devi essere vivo. Viva la Vita: perché sì, IO SONO VIVO! E NON HO NESSUNA INTENZIONE DI ANDARMENE. Vivo, felice di Vivere. E vivrò anche per chi vivo non è, e che invece per me lo sarà in eterno. E voi tutti non avete la benché minima idea di cosa farò e di quel che vivrò. Neanche io ce l’ho, ed è questo il Bello dell’Esser Vivi. 

SIPARIO, TITOLI DI CODA, FUOCHI D’ARTIFICIO… e tutto comincia!!!

Dipende solo da Te.

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