L’UNICITÀ DOVE SI DISPIEGA L’ECCEZIONE ETERNA DI OGNI COSA — “Ultimatum all’esistenza, conversazioni e interviste (1949-1994)” di Emil Cioran

DI MIRIAM PAOLETTI

Ulisse dopo il ritorno a Itaca deve imparare a vivere.

Ulisse è tornato a Itaca, e ha voluto imprimere indelebilmente nella pelle la conclusione logica ed emotiva di quanto accaduto così come quel che ha vissuto gli si è inciso nello sguardo, nell’espressione del volto, nella durezza della voce. Ulisse ha scoperto ancora che la vita degli altri non è sospensione. Ulisse ha constatato ancora che la vita degli altri non è profondità. Per Ulisse non è stata Troia a crollare, nelle macerie e negli incendi della distruzione, ma, dinnanzi al suo cuore, nonostante l’amore del suo cuore, a crollare è stata Itaca.

 

Di per sé non aveva sbagliato: non aveva errato prestando ascolto alla convinzione che Itaca fosse la sua unica casa, perché Itaca era davvero la sua unica casa eletta, adottata, viscerale. Egli vi aveva riconosciuto l’odore salmastro che spirava nel vento di maestrale; l’orizzonte onnisciente delle alture dalle quali si poteva scorgere l’intero mondo al di là della distesa desertica del mare; riconosceva, nell’urlo di quelle risate sprezzanti, l’eco della saggezza che hanno gli esseri antichi, quella saggezza che permette di vivere; e leggeva, al di sotto dell’accadere lento e silenzioso delle cose che esistono nel tempo, l’immenso suo luogo, l’unico luogo nel quale avrebbe potuto concepire la sua vita, l’unico nel quale avrebbe potuto condurre una intera esistenza. 

Di per sé non aveva sbagliato quando aveva scelto di andarsene dall’isola. Perché, per poter vivere in quell’isola, sapeva di dover prima attraversare l’intero globo terrestre e vivere nelle infinite città e portarsi nell’anima queste infinite città, di modo da poter tornare, un giorno, avendo finalmente qualcosa dentro al cuore, un’immagine, un verso, della luce, che potesse finalmente ricreare, attestando d’essere almeno una volta esistito, giustificando la propria intera esistenza. 

Andarsene ora, poiché sapeva che, riconosciuto il luogo e tornando in questo luogo, non sarebbe più stato capace d’andarsene. 

Andarsene ora per poi tornare e non ripartire mai più.

Ulisse non aveva sbagliato in queste scelte, e la vita che d’ora innanzi gli si presenta è conferma e dimostrazione di questa scelta primigenia. Tuttavia, Itaca era potuta crollare, era comunque crollata. Riducendosi a soli brandelli, Itaca aveva mostrato, silenziosamente, con quella medesima cautela e pena che hanno i vecchi nell’indicare il dolore ai giovani, l’errore fatale che Ulisse aveva compiuto per amore e disperazione e debolezza: non l’atto di provare e pensare quanto aveva pensato e provato per l’isola, quanto, piuttosto, l’atto di pensare e provare quanto aveva pensato e provato per le persone amate a Itaca: l’atto di idealizzare, sperando impulsivamente nel fatto che queste persone amate avrebbero compiuto quella scelta inumana di vivere al di fuori del tempo. Infatti, non alla sua Itaca, ma alle persone amate aveva richiesto l’impossibile, e il ritorno in quella terra amata si era rivelato la crocifissione di tutte le speranze ch’egli aveva potuto forgiare in tutto quel tempo sofferto lontano dalle persone amate. 

Ulisse aveva deciso, perché sapeva che l’unico modo in cui avrebbe potuto vivere sarebbe stato quello di pretendere il raggiungimento della propria individualità autentica, la quale, credeva, si sarebbe realizzata lontano dal suo luogo, raccogliendo i cocci delle infinite esistenze possibili. Tuttavia, Ulisse non era stato in grado di tollerare la controparte della partenza: l’abbandono del luogo eletto e di tutte le cose amate. L’insostenibilità del dolore della perdita lo condusse a tessere le fila del guscio entro il quale nascondersi con l’intento di proteggersi dal dolore: il bozzolo era il sogno d’essere aspettato così come lui aspettava nella tensione febbricitante con cui sperava nella ricongiunzione, ignorando l’incapacità palese di vivere quanto esisteva nella realtà del tempo e dello spazio attuali, dal momento che lui desiderava soltanto il ritorno all’isola.

Ma, infine, Ulisse tornò, e quel che trovò lo uccise più della lontananza. 

Penelope non lo aveva aspettato. 

Penelope aveva abissato la sua esistenza nelle profondità del suo animo.

Penelope aveva continuato a vivere. 

Cosa può esserci di più straziante della constatazione d’essere un esiliato? 

Cosa può uccidere un uomo se non la giustezza di un abbandono?

Constatare nella propria carne, constatare nel concretizzarsi degli atti, nei gesti, negli sguardi, nel tono, nella voce, constatare che, chi si voleva mantenere in vita nella propria mente come in una bolla di esistenza sospesa al di là del tempo, ha invece continuato a vivere, constatare che, per lui, per lui quel passato significava solo una parentesi della propria vita, un ambito, una porzione di spazio e tempo ormai vissuta, conclusa, esaurita e a tratti scordata: la vita per lui è andata avanti, perché lui è vissuto nella continuità del tempo e del luogo, e non ha dovuto soffrire l’insensatezza della partenza, l’amaro del distacco dato dalla lontananza, e poi, ancora più infernale, il ritorno dalle persone che intanto hanno continuato a vivere e che non hanno mantenuto viva la sua esistenza così come egli aveva sperato, oscuramente, che facessero. 

Itaca muore nella constatazione che la vita delle persone amate continua una volta che il distacco si frappone fra i loro corpi. 

Itaca muore quando almeno una delle due menti rifiuta di sospendere l’esistenza dell’altro, mantenerla fra parentesi, concepirla come possibilità, ancora per poco, ancora per un po’, per il tempo della loro lontananza. 

Itaca muore perché Ulisse è stato inconsapevole. 

La verità del mito è che Penelope non potrà mai essere l’eccezione, perché è disumano.

Per il mio Ulisse Itaca crolla quando l’accadere delle cose lo costringe a constatare che Penelope non era stata l’eccezione – l’unico individuo capace di sospendersi dal tempo in attesa del ritorno dell’amato: Penelope non aspettò il mio Ulisse e decise di continuare a vivere la propria esistenza con quanto era immediatamente reale, anziché elevarla alla coerenza di quanto non è immediatamente reale, ma che perdura nel tempo e rende questo tempo significativo, ovverosia conseguenza della scelta di un’autenticità, d’un essere che si sceglie in quanto coerenza.

Cosa rimane a Ulisse? 

Il dialogo con Dio. 

Rimane questo spazio del pensiero ottenuto nella solitudine della propria testa, laddove, curando la propria individualità, la quale si dimostra vuota, emerge la presenza inimmaginabile dell’unica alterità concepibile all’interno della soggettività.

Rimane questo esistere nella nudità della propria solitudine, dove Dio diviene il “punto estremo della solitudine”. 

Rimane questa nuova consapevolezza, emersa dal dolore, di come si può vivere con dentro al cuore una manciata di macerie e di croci che solitamente chiamiamo passato. 

Rimane questa individualità e questo sguardo che devono esprimere in ogni istante l’autenticità della presenza.

Rimane il vivere senza l’attesa, rifiutando la speranza che Penelope sia l’eccezione, dal momento che l’eccezionalità consta del prezzo insostenibile dell’essere disumani. 

Rimane questa nuova capacità di navigare nel mare: il vivere è morire ogni giorno e continuare a morire ogni giorno, così come il mare è la totalità delle onde che continuano a morire ogni volta che s’infrangono sulla spiaggia. Vivere è apprendere come vivere lungo questo continuare a morire così come il gabbiano vola al di sopra delle onde del mare. E questo imparare a vivere è imparare ad amare Dio, accettando l’accadere delle cose e reagendo a questo accadere scegliendo, ogni volta, quanto si vuole essere in questo accadere, perché, per vivere, non si può odiare Dio. 

Qui amat Deum.

Vuoi leggere gli altri nostri pezzi squisitamente filosofici? Premi qui!!!

Desideri leggere altri articoli di natura letteraria? Allora clicca qua sopra!!!

Ti piacerebbe leggere altri articoli simili a questo? Allora pigia qua sopra!!!

Mercuzio and Friends è un collettivo indipendente con sede a Torino.

Un gruppo di studiosi e appassionati di cinema, teatro, discipline artistiche e letterarie, intenzionati a creare uno spazio libero e stimolante per tutti i curiosi.

Scopri di più →

GO TO TOP