L’estate a casa mia porta da sempre con sé aria di cambiamenti: pulizie, decluttering, riorganizzazione degli spazi. Spesso questa operazione si accompagna a momenti di nostalgia trascorsi a sfogliare vecchi album fotografici o a riscoprire i cimeli che emergono dalle molte “scatole dei ricordi”. Tendo ad accumulare ninnoli e oggetti vari, perché associo ad ognuno di questi un pezzo di memoria, consapevole che periodicamente ci ritornerò e rimpiangerò i bei tempi andati. Se te lo stai chiedendo, caro lettore: sì, ho solo 27 anni ma già vivo il mio passato come farebbe una persona anziana che ne ha viste tante durante tutta la sua vita. Lo dico sempre: sono un vecchio in un corpo giovane.
Un oggetto legato al mio passato che spunta sempre fuori è l’elaborato multidisciplinare preparato in occasione dell’esame di Stato di quinta liceo, la famosa tesina di maturità. La sequenza è questa: la trovo, mi stupisco di aver fatto un lavoro tutto sommato decoroso per l’epoca, la rileggo, trovo spunti interessanti ancora attuali, penso ‹‹dovrei farci un articolo e darle nuova vita››. Indovinate un po’… non l’ho mai fatto. Fino ad ora!
Innanzitutto, perché farlo? Perché riportare questo testo all’attenzione dei Lettori della rubrica?
A pensarci bene, le tesine rappresentano sforzi davvero notevoli. Sono tentativi di collegamenti tra discipline scientifiche e umanistiche, portati avanti da studenti che devono dimostrare la loro maturità culturale. Un approccio che, poi, raramente viene incentivato nei percorsi universitari, almeno quelli a stampo scientifico, dove prevale l’iper-specializzazione. A dispetto di questa visione dominante, credo nel valore dell’essere multi-disciplinari, del saper spaziare tra materie diverse. Ripropongo l’idea del docente Clark Kerr: invece che uni-versità, chiamiamola multi-versità. Aprire le porte al mondo, alla società civile, scendere dalla famigerata torre d’avorio. Essere persone di scienza non è poi tanto diverso dall’essere persone di cultura, in generale. Lo avevo intuito già ai tempi della scuola, e ora ne sono realmente convinto.
Lascerò che ve lo spieghi, a parole sue, il Luca di quasi dieci anni fa, una persona assai diversa che sarebbe orgogliosa del Luca di oggi. Uno studente con convinta determinazione, che non aveva ancora compreso, però, le sue potenzialità da scrittore. Vi illustrerà le motivazioni che lo hanno spinto a scegliere un tema piuttosto curioso, la giungla e il suo significato in vari contesti; il valore da attribuire a questo grande sforzo (per uno studente liceale) fatto di collegamenti multidisciplinari; e vi accompagnerà alla scoperta di un ambiente fisico e simbolico davvero esotico. S’intenda, qualche rimaneggiamento è opera del Luca del presente, mai contento del proprio lavoro, un inguaribile perfezionista.
Dunque si parte: benvenuti nella giungla!
La composizione della tesina è un impegno notevole per uno studente del liceo, poiché è un genere di presentazione a cui non si è abituati e presuppone un’ampia ricerca e un lavoro ulteriore dopo le numerose ore dedicate allo studio. Essa però permette, a coloro che le attribuiscano il giusto significato, di dimostrare che gli anni trascorsi ad apprendere hanno prodotto risultati meritevoli, a tal punto da poter definire lo studente maturo. Un’impresa ardua, dunque, ma che fornisce stimoli per arricchire con vari approfondimenti la nostra conoscenza del mondo, in cui, ormai maggiorenni, dobbiamo addentrarci. La mia scelta di argomento ha seguito in maniera preponderante l’istinto, o meglio la curiosità. Nella trattazione seguente io stesso ho potuto scoprire nuovi aspetti e spunti che mi hanno permesso di ampliare il mio bagaglio culturale. Alla base della vita sta, a mio parere, la ricerca continua, costante e coraggiosa, nel tentativo di migliorarsi e migliorare, se possibile, il mondo intorno a noi. Per questo motivo soprattutto, ho deciso di intraprendere un percorso universitario che mi condurrà probabilmente nell’ambito della ricerca.
Di seguito cercherò di comprendere quale ruolo ricopra la presenza di un ambiente così misterioso – la giungla – nella mentalità collettiva, per scoprirne i segreti e poterla apprezzare di più. La giungla non è solo da intendersi come ambiente naturale, ma anche come culla di vita, cultura, simboli. Nel corso degli ultimi due secoli, la sua scoperta da parte dell’uomo occidentale ha attratto numerosi autori e ancora oggi è presente nell’immaginario condiviso come qualcosa che ci appartiene per un legame quasi ancestrale. Inoltre, è stato interpretato anche come ambiente educativo adatto per crescere i bambini nei valori dello Scoutismo, movimento che fa parte della mia vita da diversi anni. Quindi essa rappresenta per me un rifugio, un modello, un esempio. Purtroppo, oggigiorno l’ecosistema delle foreste pluviali tropicali è fortemente danneggiato e sfruttato per fini economici, ma spero che con questa argomentazione, volta a renderci consapevoli della sua importanza, si possa evidenziare lo stretto legame che ci unisce.
Ecco, le premesse di questo lavoro sono chiare. Il Luca del passato aveva bene in mente il suo obiettivo: dimostrare che l’essere umano e la giungla si appartengono, come per un vincolo primordiale. E ci ricorda anche che la tutela dell’ambiente non va trascurata: d’altronde erano gli anni di Greta Thunberg…
(Il fondatore del movimento dello Scoutismo: il britannico Robert Baden-Powell)
Ma che cos’è la giungla, da un punto di vista scientifico?
La giungla è una particolare foresta pluviale, tipica delle regioni con clima monsonico. Il clima monsonico è di tipo tropicale caldo umido, caratteristico del subcontinente indiano, del Sud-Est asiatico e della Cina meridionale. Nella stagione estiva, i monsoni caldi e carichi di umidità provenienti dall’Oceano Indiano soffiano dal mare verso la terraferma. Nel loro percorso scaricano una parte della loro umidità e si scontrano con l’insormontabile massiccio himalayano, raffreddandosi e rovesciando enormi quantità di pioggia. La pianura del Gange e la zona del golfo del Bengala, che si trovano ai piedi dell’Himalaya, sono pertanto tra le zone più piovose della Terra. La giungla raggiunge la sua massima estensione in Asia meridionale, ma è diffusa anche in zone a clima simile in Africa, America centrale, Venezuela e Amazzonia.
Il clima monsonico, a causa della presenza dei venti stagionali, i monsoni, presenta un’alternanza di intense precipitazioni (estate) e siccità (inverno). A dispetto di quanto si possa immaginare, quindi, le piante che popolano la giungla perdono le foglie nella stagione invernale, poiché legano il proprio ciclo vitale all’andamento dei monsoni. La vegetazione nella stagione piovosa è comunque molto fitta e rigogliosa, con centinaia di specie diverse (dominanti sono il teak, il sandalo, il ficus); tuttavia, per le intense piogge, la volta della giungla è più bassa e meno fitta di quella tipica delle foreste pluviali. La fauna che popola la giungla è assai varia e numerosa, e comprende anche grandi animali tipici di altri ambienti come la savana. Tra i più famosi: elefanti, tigri, scimmie, leopardi, serpenti, puma, antilopi, coccodrilli, ippopotami. Poiché questo habitat è uno dei più antichi del nostro pianeta, vi sono concentrate più specie che su tutto il resto della biosfera. Ciò che sorprende è che invertebrati sconosciuti vengono continuamente scoperti e catalogati dagli studiosi in tali ecosistemi. Per questi motivi, la giungla è un serbatoio di biodiversità ed è necessario proteggerla dalla deforestazione. Eppure, vaste aree vengono abbattute per lo sfruttamento di legname, per l’estrazione mineraria o per l’agricoltura. Tuttavia, questi terreni, nonostante la maggiore presenza di organismi decompositori e di sostanze organiche rispetto alle foreste pluviali, non sono adatti per la coltivazione, perciò vengono rapidamente abbandonati.
Una giungla abitata da elefanti, scimmie, tigri, serpenti… Vi dice qualcosa? Se avete trascorso la vostra infanzia in compagnia della Disney, di sicuro si starà accendendo una lampadina… Il libro della giungla di Rudyard Kipling, esatto! L’autore britannico seguì una moda di quegli anni (si tratta di fine Ottocento – inizio Novecento) e ambientò i suoi racconti proprio nella giungla indiana. Ma arriveremo anche a questo. Intanto, il Luca liceale si era chiesto: da quando, e perché, si parla della giungla, in Europa?
La scoperta della giungla può essere considerata una conseguenza di fenomeni politici, economici e sociali che risalgono al XIX secolo.
Il termine comparve originariamente nei romanzi di Walter Scott nei primi decenni dell’Ottocento, nella forma inglese “jungle”, che deriva dal sanscrito “jaṅgala” (cioè “deserto”, con mutamento di significato). Esso si diffuse più largamente con i romanzi d’avventura della fine del 1800, le cui vicende si svolgono in tali ambienti inospitali. È poi passato ad indicare associazioni vegetali anche di altre parti del mondo, anche se con un uso improprio.
È significativo il fatto che si presenti inizialmente in scritti britannici: infatti, la Gran Bretagna era allora una delle maggiori potenze coloniali al mondo. Essa fu tra i promotori del processo, tipico della seconda metà dell’Ottocento, volto a imporre il dominio europeo su territori sempre più vasti del globo: si tratta dell’imperialismo. Questo fenomeno fu determinato da fattori economici e politico-ideologici, quali la crescente industrializzazione e l’insorgere di sentimenti nazionalistici, che raggiunsero il loro culmine nel primo decennio del secolo successivo.
Tuttavia, tali aspetti del mondo moderno potevano suscitare nella classe media borghese una sorta di terrore, a causa del sempre maggior protagonismo delle masse, le quali diedero manifestazione della loro forza e coscienza di classe. A ben vedere, comunque, l’imperialismo nacque come reazione da parte dell’Occidente alla Grande Depressione, la profonda crisi scoppiata nel 1873 e protrattasi fino al 1896. Quindi, la classe dirigente stessa mostrava segni di debolezza.
Al fine di fuggire da un mondo ormai incerto e pericoloso, la letteratura di massa cercò di rispondere alla necessità di evasione nell’esotico, in aree geografiche incontaminate. Il successo e la diffusione capillare presso larghi strati della popolazione (soprattutto i giovani) della narrativa d’avventura finì, però, per legittimare la propaganda dell’espansione coloniale, voluta da quella stessa classe di imprenditori da cui il lettore medio desiderava allontanarsi. Furono organizzate campagne pubblicitarie volte ad ottenere consenso dall’opinione pubblica: la figura dell’esploratore fu celebrata alla stregua di un eroe. Nacque così un’epica della giungla, i cui retaggi sono in noi presenti ancora oggi.
Insomma, storicamente si erano gettate le basi per poter non solo scoprire, ma anche sognare un ambiente così lontano e misterioso. E veniamo quindi all’impatto che la giungla ebbe nella produzione letteraria.
(L’uomo nei cui romanzi comparve per la prima volta il termine “jungle”: Sir Walter Scott!)
Per citare solo alcune delle opere più note: Il libro della giungla (1894) e Il secondo libro della giungla (1895) di Rudyard Kipling; I misteri della jungla nera (1895) di Emilio Salgari; Cuore di tenebra (1899) di Joseph Conrad; Kim (1901) di R. Kipling; Tarzan delle scimmie (1912) di Edgar Rice Burroughs.
Gli autori menzionati, attratti dai misteri che l’ambiente della giungla nasconde, hanno creato mondi fantastici, avventure senza tempo che sono state un emozionante viaggio per numerosi ragazzi e adulti che si accostavano alla lettura. L’interpretazione della giungla, però, è diversa nei vari contesti: alcuni infatti l’hanno intesa letteralmente come foresta, mentre altri hanno privilegiato l’aspetto simbolico che essa racchiude. Un denominatore comune collega comunque i vari romanzi, ovvero il senso di inquietudine dell’uomo moderno, padrone del mondo ma incapace di motivare eticamente tale dominio. Avventura, ideologia imperialista, fascino dell’ignoto pervadono queste opere.
Tra tutti i testi elencati, “Il libro della giungla” risulta memorabile per i suoi racconti senza tempo. L’opera di Kipling è un chiaro esempio di come la giungla interessasse l’uomo occidentale alla fine dell’Ottocento. Ma tra le pagine di questo libro non si svolgono solamente le vicende del famoso Mowgli, cucciolo d’uomo allevato da un branco di lupi nella foresta indiana: ad esse, infatti, si aggiungono racconti provenienti da tutto il subcontinente indiano, che delineano l’intero sistema delle tradizioni locali. A mio parere è particolarmente interessante il capitolo intitolato “Toomai degli Elefanti”, la cui atmosfera magica riesce a coinvolgere il lettore e a guidarlo per sentieri solcati nella giungla da un branco misterioso di elefanti che compiono un insolito rito della luna. Inoltre, consiglio vivamente la lettura dei racconti “La foca bianca”, “Rikki-Tikki-Tavi” e “Al servizio di Sua Maestà”, che pur non riferendosi strettamente alla giungla, sono ricchi di spunti di riflessione di tipo morale. Non a caso, infatti, quest’opera fu scelta dal fondatore del movimento Scout per trasmettere dei valori positivi ai ragazzi.
La narrazione è estremamente fluida, di immediata comprensione e ricca di immagini suggestive. Si ricordi, comunque, che, a differenza di altri autori (come Emilio Salgari), Kipling trascorse gran parte della sua vita in India, dove nacque a Bombay nel 1865. Insomma, sapeva di cosa stava parlando… Per questa sua tecnica narrativa molto semplice, le sue opere sono accessibili anche in età infantile; ciò ha fatto sì che si pensasse a Kipling come ad un autore per bambini, ma analizzandolo più a fondo, non mancano degli aspetti più oscuri della sua opera. Egli infatti è considerato un profeta dell’imperialismo inglese, legittimandolo e giustificandolo come missione civilizzatrice della razza superiore bianca nei confronti di quelle inferiori colonizzate. Tuttavia, tale lato della sua poetica non sminuì agli occhi dei contemporanei il valore dei suoi scritti, per i quali gli fu conferito il premio Nobel nel 1907.
Tutti i capitoli de “Il libro della giungla” sono introdotti e seguiti da componimenti poetici in rima che completano il racconto. Essi sono densi di messaggi, come mostra il seguente, tratto dal capitolo VII:
‹‹You can work it out by Fractions or by simple Rule of Three,
But the way of Tweedle-dum is not the way of Tweedle-dee.
You can twist it, you can turn it, you can plait it till you drop,
But the way of Pilly-Winky’s not the way of Winkie-Pop!››.
In esso è contenuto un messaggio importantissimo: non abbiamo tutti lo stesso punto di vista, ma non per questo non si deve rispettare l’opinione altrui.
Più che mai attuale, non trovate? E infatti, la giungla con il suo alone mistico di mistero è entrata a pieno titolo nel nostro immaginario, tanto da aver contaminato anche alcuni modi di dire tuttora in uso. Il Luca del passato ce lo spiega così:
Gli ambienti esotici hanno da sempre esercitato sull’uomo occidentale un certo fascino, che affonda le sue radici nell’antichità, ma che col passare dei secoli si è accentuato. Per comprendere a fondo, quindi, la curiosità per questo pur sempre sconosciuto luogo, cerchiamo ora di analizzare il termine “esotico”. Tale aggettivo deriva dal latino exotĭcus, che a sua volta trae origine dal greco ἐξωτικός, derivato da ἔξω «fuori», perciò indica ciò che proviene, che è importato da altre regioni, forestiero, straniero. Da esso deriva successivamente il termine “esotismo”, che si riferisce ad ogni elemento forestiero che appare nella letteratura o nell’arte. Esso ebbe la massima diffusione col Romanticismo, ma ancor di più con il Decadentismo (si tratta proprio della corrente culturale in voga in Europa negli anni dell’imperialismo), e si rivolgeva verso i Paesi dell’Oriente e del Sud, vagheggiati come luoghi più ricchi di sensazioni e di civiltà ancora primitive. Fu così ripreso il mito settecentesco del “buon selvaggio”, la cui semplicità è da opporsi all’apparente civilizzazione dell’uomo europeo.
Sorge però una domanda a questo punto: forse che l’uomo, desiderando conoscere la giungla, voglia ricongiungersi con il suo ambiente naturale, la foresta? Forse che il sentimento di attrazione per quell’ambiente allora sconosciuto rifletta un legame che in realtà ci unisce?
L’essere umano per sua natura tende ad esplorare: si pensi ai neonati, che, se non sono tenuti a bada, si avventurano nei meandri della casa col desiderio di scoprire nuovi spazi. Anche da adulti, però, gli uomini sono spinti ad addentrarsi nel mistero, sia fisicamente che in forma astratta: quando si conduce una ricerca scientifica, quando si elabora un sistema filosofico, quando si costruisce una fede religiosa, l’uomo sta cercando di ampliare la sua conoscenza del mondo. Anche le esplorazioni geografiche rientrano in questa aspirazione umana e la loro presenza nella storia è costante. Cosa spinge, però, un esploratore a mettere a rischio la propria vita, andando a svelare nuovi territori?
Non c’è una sola risposta valida, ma si può affermare che tali viaggi di scoperta sono animati dalla volontà di mettere alla prova sé stessi, nel tentativo di dimostrare la propria superiorità nei confronti della natura più selvaggia. Più l’obiettivo risulta pericoloso e ignoto, maggiormente rafforzati se ne uscirà, purché si sopravviva…
Questa dinamica umana, tuttavia, si sarebbe potuta compiere in ambienti più accessibili agli europei in termini di distanza (come le Alpi, le selve, gli oceani, i vulcani, i deserti africani). Ma nell’Ottocento, ormai, il processo di civilizzazione e umanizzazione del territorio era già stato completato e molti ambienti non sembravano più inospitali. Era necessario spingersi più in lontananza, dove la tecnologia non aveva ancora apportato cambiamenti a favore delle comodità: la giungla sembrava pertanto una meta adatta a questo scopo. La già citata “epica della giungla” può definirsi tale proprio perché lo sforzo compiuto dagli esploratori fu titanico, leggendario, al pari di quello che ispirò Omero nella composizione di Iliade ed Odissea.
Oggigiorno il termine giungla ha assunto significati simbolici e metaforici che sottolineano la sua presenza nel nostro sottofondo culturale collettivo. Quante volte ci è capitato di sentire: ‹‹Questa vita è una giungla!››, oppure: ‹‹Perdersi in una giungla di significati››?
Su numerosi vocabolari cartacei o consultabili online, alla parola giungla è attribuito il significato di ‹‹luogo o ambiente in cui dominano la violenza e la lotta spietata per il predominio degli uni sugli altri››. Proprio a questa accezione del termine, piuttosto negativa, fanno riferimento modi di dire ed altre espressioni, alcune delle quali coniate anche in tempi recenti. Per esempio, con “legge della giungla” si intende una concezione di vita in cui i rapporti sociali sono fondati non sulla legalità e la ragione ma sulla forza, sull’egoismo, sulla volontà di sopraffazione. Mentre l’espressione “giungla d’asfalto”, tratta dal titolo di un film del 1950 del regista americano Huston, “The asphalt jungle”, descrive la grande città come centro di delitti; essa è entrata nell’uso comune per indicare un ambiente caratterizzato da corruzione e da violenza sopraffattrice. Da ultimo, è doveroso menzionare anche l’espressione “giungla di Calais”, utilizzata inizialmente dal giornalista francese Emmanuel Carrère, con cui si è definito il campo di migranti sorto spontaneamente nell’omonimo porto, costituito da una grande baraccopoli di tende e container e privo dei minimi requisiti di vivibilità.
E come non parlare delle varie forme d’arte che, ispirate da mondi lontani e affascinanti, hanno preso spunto dalla giungla per esprimersi in modo nuovo? Pittura e musica hanno anch’esse subito l’incantesimo della foresta monsonica.
(“Sorpresa!”, conosciuto anche come “Tigre in una tempesta tropicale”, dipinto a olio su tela di Henri Rousseau, 1891)
Tra coloro che meglio hanno colto l’aspetto primitivo e misterioso di tale ambiente esotico, è da ricordare il francese Henri Rousseau. Egli fu tra i principali artisti dell’avanguardia pittorica dei primi del Novecento. Introdotto in società da Guillaume Apollinaire, fu amico di Picasso e dei maggiori pittori di quell’epoca, che videro nella sua arte la reazione all’Impressionismo da un lato e all’arte “colta” dall’altro. Infatti, il Doganiere (così era soprannominato per la mansione che svolse per tutta la vita presso gli uffici daziari di Parigi) si formò da autodidatta, dipingendo soprattutto durante la pensione. Ciò si può facilmente osservare nell’assenza di regole di derivazione accademica all’interno dei suoi paesaggi, risalenti agli anni Novanta dell’Ottocento.
Le sue famose giungle, tema prediletto dall’artista, sono frutto di esperienze personali e riflettono pienamente la sua originalità fantasiosa. L’ingenuità con cui si approcciava al dipinto ha fatto sì che si parlasse di lui come di un pittore naïf, ma oggigiorno la critica è concorde sul rivalutare la sua opera, che godette di grande ammirazione già nei primi del Novecento. Rousseau fu infatti un costante riferimento per Picasso, Gauguin, Seurat, Kandinskij, Cézanne, Morandi, Carrà e molti altri artisti delle avanguardie storiche. Come è possibile vedere da alcune sue opere, egli predilige raffigurazioni vivide e lussureggianti della giungla. Esse sono caratterizzate da paesaggi tropicali con figure umane che giocano o riposano, e animali immobili e vigili, come ipnotizzati da qualcosa di misterioso. Ciò che dipinge lo aveva appreso dai racconti di alcuni soldati che erano stati in terre lontane, quindi non poté avvalersi della visione diretta di questi luoghi. I colori sono vivaci, il disegno volutamente piatto, le proporzioni assenti. L’atmosfera creata ha un carattere quasi onirico, incantato, di suggestione poetica.
A partire dal secolo scorso, poi, la giungla intesa come culla di popolazioni tribali e primitive ha dato spunto a numerosi musicisti per la creazione di melodie dalle note profonde, istintive, coinvolgenti. Ecco quindi il jungle style nel jazz o nella musica elettronica. Ritmica accentuata, presenza di bassi, note profonde. Tutto rimanda a qualche reminiscenza primordiale, viscerale. Non sono da tralasciare anche alcuni brani più recenti, che sicuramente abbiamo tutti ascoltato almeno una volta. ‹‹In the jungle, the mighty jungle, the lion sleeps tonight…››, e potete continuare a canticchiarla voi!
Il nostro viaggio attraverso la fitta foresta monsonica sta volgendo al termine, ma il Luca del passato ci ha riservato ancora un finale che – converrete con me – lascia spazio alla riflessione al di là dei concetti scientifici. Non di sola scienza vivrà l’essere umano…
Per concludere, quindi, la giungla, oltre ad essere un luogo fisico, è simbolo, culla di vita e immagini, strumento pedagogico e stile di vita. Se può permettere all’uomo di parlare di sé, allora è vero che essa fa parte di noi, ci appartiene in modo arcaico, primitivo, primordiale, per un legame ancestrale, e in quanto “nostra” è nostro dovere proteggerla.
Il tuffo nei ricordi finisce qui, ma il fascino esercitato dalla giungla non si esaurisce. Il Luca del passato, così come quello del presente, ne rimangono tuttora ammaliati. Lo spirito d’avventura ci accompagna: sempre in viaggio con la mente, esplorando mondi e spazi lontani. E oggi, cari lettori, ne avete assaporato un breve tratto insieme a noi.
Alla prossima!
(Ecco un piccolo indizio nel caso – quasi impossibile! – in cui non aveste riconosciuto la canzone sopracitata: «In the jungle, the mighty jungle, the lion sleeps tonight…»)
Mercuzio and Friends è un collettivo indipendente con sede a Torino.
Un gruppo di studiosi e appassionati di cinema, teatro, discipline artistiche e letterarie, intenzionati a creare uno spazio libero e stimolante per tutti i curiosi.
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