DI ELODIE VUILLERMIN
Il sindaco di Fjällbacka, dopo il fiasco del reality giovanile nel quarto libro, annuncia il progetto Badis: il restauro di un vecchio edificio da trasformare in un centro benessere. Ma nel frattempo Mats, dirigente delle finanze di Fjällbacka e collaboratore alla realizzazione del progetto, viene trovato morto nel suo appartamento, ucciso con un colpo di pistola. Del suo passato non si sa quasi nulla. Troppi interrogativi e troppe poche piste da seguire. Finché non salta fuori il sospetto che fosse coinvolto in una faccenda di stupefacenti, bande criminali e violenze sulle donne. Sembra inoltre esserci un collegamento con un’isola infestata dagli spiriti.
Lo scorso libro ci aveva lasciati con due cliffhanger: Patrik collassato per un infarto dovuto allo stress a cui il caso sulla Sirena lo aveva sottoposto, ed Erica e Anna coinvolte in un incidente d’auto. Ed ora eccoci qui, in una chiesa davanti a una bara decorata con ghirlande floreali, a dare l’ultimo saluto al bambino che Anna portava in grembo: l’incidente non ha solo comportato danni a lei, ma ha causato fratture tali al suo bacino che il bambino non è potuto sopravvivere dopo il cesareo d’urgenza.
Erica se l’è cavata, i suoi gemelli (Anton e Noel) sono vivi e sani. Ma non se la sente di provare tanta gioia, non dopo una tragedia del genere. Dopo le torture fisiche e psicologiche di Lucas, questo è il secondo danno emotivo più grave che potesse capitare ad Anna. Non ce ne capacitiamo, e nemmeno Erica e Patrik. Ma è successo. Come mi hanno insegnato i miei professori alla Scuola Holden, devi imparare a essere spietato con i personaggi, non avere timore di metterli in difficoltà. E la Läckberg lo ha fatto.
Anna e Dan sono messi di fronte a una crisi. Il dolore per il bambino morto è tale che lei si è chiusa in sé stessa. Lui cerca di condividere la sofferenza con lei, ma si ritrova davanti a una moglie che alza le sue barriere contro di lui e il mondo, che non prova più niente se non quel vuoto cosmico nel cuore. Ma isolandosi da tutto e tutti dimentica che ha ancora una famiglia che conta su di lei. Anche Dan ha perso un figlio, eppure riesce solo a pensare a sé stessa. In realtà non è dominata dell’egoismo, bensì dal senso di colpa: se la sua famiglia sta male, è perché lei è un tale disastro da non aver saputo proteggere il bambino che aspettava.
Dan si ritrova a badare a cinque figli da solo. Sa come gestire le sue tre ragazze, ma non Emma e Adrian (i figli naturali di Anna). Quei due hanno più bisogno della madre, non di lui. Non di un padre incapace di spiegare la realtà dei fatti a bambini così piccoli. Non di un uomo impotente e senza la minima idea di cosa fare per migliorare la situazione. Ma la madre non c’è. Fisicamente sì, in realtà, ma con la mente è altrove. Dan teme di aver perso Anna, il suo ottimismo di un tempo non c’è più. Ma deve imporsi con fermezza e far sentire la sua presenza a lei, circondarla con il calore suo e dei bambini, farla sentire ancora in famiglia. Perché la resa è il primo passo verso la sconfitta e non deve compierlo in alcun modo.

Erica e Patrik, dal canto loro, hanno un bel daffare tra lavoro, tre figli di cui occuparsi e la situazione di Anna.
Erica sente di dover fare qualcosa, di aiutare la sorella come ha sempre fatto. Suo malgrado, sono tornate al loro rapporto precedente, quello più simile al madre-figlia. Ma stavolta è diverso: quella di Anna non è il genere di ferita che può guarire con un cerotto e del disinfettante. Come può proteggerla, stavolta? Vorrebbe poter fare di più di qualche carezza e parola di conforto, eppure ha i suoi limiti. Inoltre teme che Anna finisca per odiarla, per detestare quella felicità che a lei è stata sottratta e che invece sua sorella ha avuto. Ma ciò non significa che Anna abbia cancellato i suoi affetti dall’esistenza. Sa che sono lì. Erica deve solo farglielo sentire, dimostrarle che non è sola attraverso il contatto fisico. Esserci per lei, ma non troppo, per non essere invadente come in passato. E Anna non la odia davvero. L’unico vero ostacolo è il senso di colpa ed Erica deve sbarazzarsene.
Da quando ha rischiato di morire, di non esserci per la famiglia, di perdere l’occasione di conoscere i gemellini, Patrik è molto più consapevole degli imprevisti che possono capitare nella vita. Per questo la sua indole protettiva è cresciuta come non mai. Nonostante abbia corso un rischio, è nella sua natura di poliziotto sforzarsi per aiutare il prossimo. Anche lui vorrebbe poter fare di più, avere la forza di aiutare tutti e di proteggere i suoi affetti dai mali del mondo. Ma non è un supereroe. È un uomo qualunque, un padre di famiglia come tanti. Proprio per questo non può scoprire chi è l’assassino fin da subito. Per questo capita che non possa impedire l’inevitabile, come il suicidio di una persona. Eppure continua a fare quello che deve fare: cercare la verità, fare giustizia, rendere il mondo un posto quanto più sicuro possibile.
Non possono mancare Martin calato nel ruolo di genitore, Gösta e il suo piccolo desiderio di rivalsa verso i novellini, Mellberg e tutta la banda di Tanumshede; la saga non sarebbe la stessa senza di loro. Poi ci sono il medico legale Tord e il capo della scientifica Torbjörn, che hanno dato il loro contributo alle indagini in più occasioni. E anche Paula, alle prese con una difficile situazione di coppia con la sua compagna Johanna, da cui ha l’impressione di essere sempre più esclusa. L’autrice si ricorda che non esiste solo la vita di Erica e Patrik, riesce (quasi) sempre a creare sottotrame realistiche anche per gli altri personaggi.
Quello che ha la sottotrama meglio riuscita, a parer mio, è Mellberg. Egli ha sempre dimostrato una predilezione per le conferenze stampa, per il sollevare scandali che facciano contenti i giornalisti. Ma stavolta cambia qualcosa. Perché la sua mancanza di tatto causa la morte di una persona. Per la prima volta in vita sua, si guarda da fuori. Si domanda perché abbia avuto la fortuna di meritare una donna stupenda come Rita e un nipotino come Leo. La risposta è semplice: perché, nonostante i suoi difetti, anche lui combatte per ciò che è giusto e sa riconoscere quando qualcosa non lo è.
La vicenda del passato connessa al presente, a questo giro, si colloca in un tempo lontano, che va dal 1870 al 1875. A Gråskär, o meglio Gastholmen, un’isola che si dice infestata dagli spiriti di chi è morto lì. Una giovane donna, Emelie, si trasferisce a vivere lì dopo che il suo neosposo Karl è diventato il nuovo guardiano del faro. Ma quella vita idilliaca che si immaginava con il marito si rivela molto diversa dalla realtà. Karl la tratta prima con indifferenza, poi con disgusto. E anche Julian, l’altro guardiano del faro, la odia senza un valido motivo. In questa vita di cui si sente prigioniera, Emelie trova il conforto di alcune presenze invisibili che fanno rumore, spostano le ante dei mobili, le poggiano mani rassicuranti sulla spalla. Le voci dei morti le sussurrano parole di comprensione e solo le sue orecchie possono sentirle.
Intanto, nel presente, si indaga sull’omicidio di un uomo. Parallelamente a questi avvenimenti, una madre, Annie, è scappata di casa con il figlioletto di cinque anni, Sam. Le sue mani erano insanguinate quando è fuggita. Il ricordo del marito violento la perseguita. Quella del passato è una vita di cui si vergogna, una vita trascorsa a negare l’evidenza e non farsi troppe domande. Si è rifugiata a Gråskär per proteggere Sam e, al pari di Emelie, sente le voci degli spiriti. Tuttavia Sam non parla, non mangia, a stento sembra muoversi o accorgersi della madre. Verrebbe da pensare che sia sotto shock per un evento traumatico, ma qualcosa non torna.
Qui, mi dispiace dirlo, ci troviamo di fronte a uno dei romanzi meno riusciti di questa saga. L’inserimento dell’elemento esoterico e quasi magico, in una storia che finora si è basata sul reale e sul plausibile, stona con i libri precedenti. Tra l’altro la storia di Emelie è ambientata in un’epoca troppo lontana nel tempo, che non ha alcun reale legame con l’indagine nel presente e non è nemmeno di alcuna utilità nella sua risoluzione. Finora abbiamo avuto due binari paralleli che a un certo punto si incrociano, stavolta no. La vicenda di Emelie ci suggerisce solamente la possibilità che Annie sia una sua discendente, niente di più.

A parte la storia di Erica, Patrik, Dan e Anna che cercano di riprendersi dalla tragedia che li ha colpiti, il resto del romanzo è meno emozionante del solito. Le sottotrame che ruotano intorno alla principale (eccetto quelle dei colleghi di lavoro di Patrik) risultano poco avvincenti rispetto a quelle dei libri precedenti. Pure il colpo di scena su ciò che è davvero successo a Sam è prevedibile e si poteva intuire fin dalle prime pagine.
Il guardiano del faro mi ha lasciato una sensazione strana in bocca, come se avessi assaggiato una ricetta nuova che cerca di osare con qualche ingrediente insolito, ma osa troppo e sceglie sapori che non stanno bene insieme. Ma in fondo, capita anche ai migliori di avere dei momenti no.
La Läckberg dimostra di amare il grigio. Per lei non c’è bianco o nero, non ci sono eroi puri o assassini spietati senza umanità. Tratta sempre quel genere di personaggi che piacciono a noi: in un equilibrio precario o spezzato, incerti ma combattivi, con mille paure per il futuro e al tempo stesso con il coraggio di affrontare il presente. Anche in un libro deludente sotto molto punti di vista, il suo stile e la sua voce rimangono invariati, ed è un gran sollievo.
La scelta di Fjällbacka, un piccolo comune, si conferma essere quella vincente. L’autrice non ha voluto la grande città, dove il caos la fa da padrone e i grandi crimini si dimenticano nel giro di poco tempo. Preferisce la piccola comunità dove tutti sanno tutto di tutti, dove l’assassino può essere il migliore amico o un parente ed è importante salvare le apparenze.
Fjällbacka è per me come St. Mary Mead, il villaggio di Miss Marple, per Agatha Christie. Più che un paesino è un personaggio, che vedo come un’anziana signora distinta e intelligente. […] Da ragazza, a Fjällbacka, sentivo sempre la frase: “Cosa penserà la gente?”. Questo mette le persone sotto un tipo speciale di pressione che è perfetta per i gialli.
(Camilla Läckberg)
Il clima del paesino, solitamente freddo e incline alla tempesta, si sposa bene con le situazioni di tensione e inquietudine. Ed è ben contrapposto al calore dei rapporti umani, quelli veri, che si tratti di amore vero, rapporti familiari, rispetto tra colleghi o amicizie.


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