DI ORIANA FERRAGINA
2 – 40 – 74 – 38 – 76 – 44 – 66 – 58 – 27.
No, non sto dando i numeri: sono i pullman che ho preso per riuscire ad andare e poi tornare dalla mostra di Grugliasco “Com’eri vestita?”, allestita da Amnesty International nel Parco Culturale Le Serre. Ma perché sono andata a vedere questa mostra e come ne sono venuta a conoscenza?

Iniziamo dalla seconda domanda: venerdì 24 novembre, alla vigilia della giornata mondiale contro la Violenza sulle Donne, la mia professoressa di Moda e Costume, Eleonora Chiais, ha invitato un membro di Amnesty International del Piemonte e della Valle d’Aosta, Elisabetta Fagnola, che ci ha presentato il progetto e la mostra itinerante ad esso connessa che, tra il mese di novembre e l’inizio di dicembre, avrebbe fatto tappa a Venaria (fino al 26 di novembre), a Grugliasco (fino al 2 di dicembre) e vicino ad Aosta (fino al 7 di dicembre); e la mostra gira tutta intorno alla domanda che molto spesso le donne vittime di stupro si sentono fare dopo l’abuso: “Com’eri vestita il giorno in cui ti hanno violentata?”.
Perché sì, nonostante siamo nel XXI secolo, c’è ancora una mentalità di fondo che porta giornalisti, poliziotti e avvocati a chiedere come fosse vestita la vittima del reato il giorno dell’accaduto. Come se fosse colpa sua e di come si fosse vestita quel giorno per quanto abbia subito dopo.
Questa domanda, ma soprattutto il poema “What I was wearing” (“Cosa indossavo”) di Mary Simmerling fa nascere nel 2013 negli Stati Uniti questo progetto, grazie a Jen Brockman, direttrice del Centro per la prevenzione e la formazione sessuale dell’Università del Kansas, e a Mary A. Wyandt-Hiebert, responsabile di tutte le iniziative del Centro di educazione contro gli stupri dell’Università dell’Arkansas, e che verrà portato poi in Italia grazie all’Associazione Libere Sinergie, adattando il modello statunitense al contesto socio-culturale del nostro Paese.
L’idea base del progetto è quella di far capire a chi è interessato a conoscerlo cosa voglia dire la violenza sulle donne; inoltre intende cancellare per sempre il pregiudizio che la vittima avrebbe potuto evitare l’abuso, se solo non si fosse vestita in una certa maniera, non avesse avuto quel certo tipo di atteggiamento, non avesse bevuto o non avesse provocato il proprio aggressore. Perché non è l’abito che si indossa che provoca la violenza sessuale, ma è sempre la persona che sta dietro all’atto di violenza a “causare il danno”, per citare la Brockman. “Essere in grado di donare serenità alle vittime e suscitare maggiore consapevolezza nel pubblico e nella comunità è la vera motivazione del progetto”.

La mostra è molto semplice nella sua strutturazione: una sala dove sono appesi degli abiti comuni, che abbiamo tutte nell’armadio, con a fianco del cartello la storia della vittima che li indossava, scritta sia in italiano che in inglese. All’inizio della mostra si può leggere, tradotto in italiano, il poema di Mary Simmerling, che si chiude con qualcosa che mi ha fatto riflettere: la donna del poema racconta come si ricordi perfettamente quello che indossava quel giorno perché quella domanda le è stata posta moltissime volte, ma nessuno le ha mai chiesto cosa indossasse il suo stupratore, nonostante anche quel dettaglio le si è impresso a fuoco nella mente.
E questo mi porta a rispondere alla prima domanda: sono andata il 29 Novembre a Grugliasco a vedere questa mostra, sorbendomi due ore di pullman all’andata e un’ora e mezza al ritorno, perché mi sono sentita coinvolta in questo progetto di sensibilizzazione; perché volevo sapere; perché volevo conoscere e capire come potevo migliorare me stessa e come aiutare a sensibilizzare gli altri sull’argomento, che è collegato anche al progetto #IoLoChiedo, che sta cercando di diffondere la cultura del consenso e modificare l’articolo 609 bis del codice penale per cambiare la definizione del reato di stupro: da atto di violenza e coercizione ad atto contro il consenso della persona. Il reato di stupro, infatti, da quando è diventato reato penale nel 1996 (prima era un reato contro la morale), viene definito come reato commesso con la forza, la minaccia o l’inganno, o come abuso di autorità, quando dovrebbe essere definito come “rapporto sessuale senza il consenso”.
In conclusione, so che questo articolo non uscirà nel giorno contro la Violenza sulle Donne (anche perché ancora non dispongo di una macchina del tempo per mandare indietro al 25 novembre il suddetto pezzo), ma anche se non sono riuscita a scriverlo per quella data non vuol dire che possiamo accantonare l’argomento fino alla prossima giornata dedicata alla donna o alla prossima volta in cui una donna sarà vittima di violenza sessuale: bisogna mobilitarsi oggi per cercare di far finire le violenze, di qualsiasi genere, contro le donne.






