Black Orchid (1988): Ineffabile

DI PIETRO BERRUTO

Nel 1988 alla DC Comics cominciano a cambiare le cose. A seguito del successo di Swamp-Thing di Alan Moore la casa sta ragionando sulla possibilità di reinventare alcuni dei suoi personaggi meno fortunati a livello di vendite attraverso la narrativa per adulti o giovani adulti, processo che sarebbe stato successivamente istituzionalizzato nel 1993 con la linea editoriale Vertigo, che avrebbe pubblicato sotto il suo marchio numerose serie di successo come Animal Man, Hellblazer e Sandman. Proprio l’autore di quest’ultima, Neil Gaiman, e l’artista Dave McKean nel 1988 fecero il loro ingresso in DC con la miniserie Black Orchid, che, similmente alle opere citate sopra, avrebbe avuto lo scopo di rivitalizzare la supereroina Susan Linden/Black Orchid, creata anni prima e abbandonata nel dimenticatoio da lettori e scrittori.

(Dave McKean & Neil Gaiman)

Il primo numero si apre, singolarmente, con l’esecuzione di Black Orchid stessa che muore in un orribile incendio doloso appiccato da un gruppo di imprenditori che lei stava spiando durante una sua operazione sotto copertura fallita. Questo inizio è volutamente bizzarro: Gaiman spiega attraverso la bocca di uno degli assassini (che tra l’altro somiglia a Gaiman stesso non per caso) come tutte le storie di supereroi siano in fondo molto simili tra di loro e l’unica soluzione per evitare di venire sconfitto nei propri intenti è eliminare la sua avversaria immediatamente. Questa volta le cose devono andare diversamente perché questa non è una storia di supereroi. Dopo la morte di Susan, una nuova creatura, un essere viola, fiorisce nel giardino del botanico Philip Sylvian, confuso e stranito dalla nuova arrivata. Sylvian, che ha appena saputo della morte di Susan, la sua compagna, spiega alla creatura che lei è un esperimento, una donna-orchidea; prima che però lei riesca ad apprendere altro, anche Sylvian viene ucciso, in questo caso da Carl Thorne, ex-marito della defunta supereroina, delinquente alcolizzato e violento, che distrugge anche il laboratorio con all’interno di tutti gli altri esemplari di ibrido presenti. La creatura, la nuova Black Orchid, riesce a salvarsi assieme ad un altro ibrido, che battezza Suzy e insieme viaggiano nel mondo per capire quale sia il loro scopo e per comprendere tutta la verità sulla loro origine. Sono ostacolate nel loro viaggio da Carl Thorne e dal suo ex-datore di lavoro, Lex Luthor, decisi ad uccidere ciò che resta di Susan Linden. 

Gaiman ama e rispetta i supereroi come concetto e la sua narrazione rientra nei canoni del genere; non a caso la storia è ambientata nell’universo DC principale. Questo mondo è però particolarmente spento, anche se non nel suo aspetto fisico, quanto più nell’animo dei personaggi, che McKean disegna attraverso uno stile fotorealistico dai contorni sfocati e che colora attraverso una palette interna solo a scala di grigi. Il messaggio è chiaro: tutto quello che sta accadendo è reale. Non ci sono supercattivi in questa storia. Carl Thorne è una persona orribile, ma non è un supercattivo; si tratta bensì di un tipo di persona perfettamente ritrovabile nella vita di tutti i giorni, un uomo misogino, dipendente da alcol e fumo, ludopatico, crudele, ossessivo, prepotente, amante delle metafore tra uomini e animali ed ascoltatore di Frank Sinatra. Persino Lex Luthor viene privato dei marchingegni alimentati a kryptonite per mostrarsi nella sua veste più gretta e spietata, quella di amministratore delegato di una multinazionale. É in questo mondo scolorito che appare un pigmento viola all’interno di Black Orchid, la quale rinasce dalle ceneri di quella originale, ma da cui si distanzia totalmente perché, se Susan Linden era un’eroina vecchio stile, “alla Batman”, che non ha paura di sporcarsi le mani e di prendere a pugni, Black Orchid non ha tendenze distruttrici, quanto creatrici: Sylvian creò questi ibridi per risolvere la deforestazione ed è esattamente ciò che queste due creature che aborrono la violenza desiderano fare. Per quanto anche Susan avesse un ideale altruistico, per raggiungerlo bisognava passare attraverso modi bruschi e la supereroina era costretta a combattere il fuoco con il fuoco. Black Orchid ora non è più una supereroina, è qualcosa di diverso, qualcosa di innocente e di pacifista, che non desidera malmenare i criminali, bensì salvare il mondo dalla sua probabile rovina ambientale, uno scopo di maggior importanza e nobiltà, datole dal suo creatore. Lei e altri personaggi non originali presenti nella storia, come dei pazienti di Arkham Asylum che compaiono in alcuni cameo, sono misteriosi, sfuggenti, meno tangibili e realistici rispetto a Thorne o Sylvain o ogni altro individuo presente in questi tre numeri. E allora si comprende esattamente cosa vuole dire Gaiman quando tratta di questi personaggi: Black Orchid è come una divinità e nello specifico lo è in un miscuglio della concezione moderna e della concezione greca. Gaiman, che giocherà molto spesso in futuro con la mitologia (in opere come Sandman e in Miti del Nord), riconosce nel genere supereroistico l’epica del ventesimo secolo, popolata da figure misteriose, potenzialmente immortali e dotate di capacità sovrannaturali. Susan Linden rinasce sotto forma di una driade, creatura misteriosa e incomprensibile, perfettamente in sincronia con la natura e incapace di legarsi agli esseri umani in modo da comprenderli pienamente; nemmeno loro la comprendono però e ciò si nota da Carl che la insegue fino alla fine della storia, momento in cui, al termine della propria missione, riconosce che Black Orchid non è Susan e comprende l’inutilità di tutta la sua missione. L’ineffabilità della natura delle due protagoniste però non riguarda gli altri personaggi “sovrannaturali” presenti, che la comprendono immediatamente, in un modo che ricorda gli incontri fra gli eroi della mitologia greca che, al momento del loro scontro, si riconoscono fra loro per la fama delle imprese compiute e, soprattutto, l’ascendenza divina. Attraverso il dolore di Susan, ci viene portato qualcosa di diverso, che riprende la modernità bisognosa di aiuto e la narrativa classica ricca di magia.

Black Orchid è una storia del divino che scopre sé stesso e cerca un proprio posto nel mondo, in un modo o nell’altro, forse riuscendoci. Il finale dell’opera (che non rivelerò) è aperto, complicato e criptico, quasi come se chiedesse ai lettori di terminare loro stessi l’opera, ma in realtà non è così. Le ultime pagine dell’ultimo numero sono controverse e apparentemente ignorano i temi narrati fino a quel momento, ma ad una lettura più approfondita ci si accorgerà che l’evoluzione del personaggio della protagonista la porta a capire la più grande verità su sé stessa e sul mondo proprio in quel punto, rimanendo in linea con il resto del volume. Anche se Black Orchid Vol. 2 esiste, a cura della penna dell’autore Dick Foreman, non si tratta di una lettura necessaria alla comprensione del volume precedente, che contiene sé stesso e basta, senza volersi allungare in altre opere per trovare un finale. La natura della driade di Gaiman influenza, perciò, il fumetto a cui dà il nome: ineffabile, ma bellissimo, nella forma, disegnata e colorata da Dave McKean, e nel cuore, scritto da Neil Gaiman. Consiglio perciò con forza la lettura di questo meraviglioso volume, un fiore che desidera solo essere colto.

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