Amsterdam (il film)

DI GIOSUE’ TEDESCHI

RECENSIONI A CONFRONTO

Ambientato sul finire della prima guerra mondiale, Amsterdam è un film che non reca traccia, se per menzione, di alcuno degli orrori commessi in quel periodo. 

Nonostante tutte le critiche che sono state fatte a questo film secondo me è proprio questo il suo punto di forza, che rende il film unico e degno di essere visto. Proprio l’assenza di scene macabre, la narrazione fluida, quasi superficiale e mai personale che viene fatta sono le cose che più mi sono piaciute.

Così pur non centrando la narrazione su un personaggio, certo aiutato dal cast di grandi attori, viene facile al regista non far cadere l’attenzione anche quando il ritmo rallenta e si fa più didascalico. 

Quelle scene che sembrano solo riempimenti, che a una prima occhiata sono vuote di contenuto, quelle per me sono la storia raccontata.

La grande forza di questo film è proprio la sua narrazione leggera che fa sconti a chiunque: nessuno è colpevole di niente. Dopo tutti gli omicidi, e i tradimenti, e gli avvelenamenti, e tutte le azioni malvagie perpetrate nessuno sembra portare rancore o rabbia; e due del trio protagonista sono reduci di guerra. Dove sono i loro traumi?

Mancano, in un grazioso scarico di responsabilità collettivo: la sensazione che il film mi ha lasciato è di una leggerezza infinita. Non siamo agenti della storia, non decidiamo delle sorti del mondo, per quanto possa sembrare. Ognuno è essenziale allo svolgersi della storia ma proprio per questo nessuno è responsabile di nulla. 

Puoi non fare assolutamente nulla, solo buttare lì un “Concordo.” (guardo te Harold Woodman), e con quel tuo piccolo microscopico inutile contributo allo scorrere del tempo sei stato protagonista, di una parte della Storia che nessun altro avrebbe mai potuto recitare al posto tuo.

(John David Washington nei panni di “Harold Woodman”)

Sei stato importante ma non determinante; essenziale sì, ma senza che tu debba pensarci o impegnartici. 

Le cose semplicemente succedono e tu non ne hai tutta la responsabilità. Non ne hai alcuna a dire il vero, se non quella di esser lì. L’unica cosa richiesta per fare la Storia, secondo questo film, è di esserci. 

Ed è stato così liberatorio per me vedere che nessuno porta il peso del mondo sulle sue spalle. Come sono riusciti a farcelo capire? In che modo comunichi questo al cinema? Secondo me attraverso tre punti importanti: la sceneggiatura, l’amicizia, e la prospettiva.

Iniziando con la sceneggiatura: è semplice. Banale, leggera e scorrevole. Non è richiesta attenzione attiva allo spettatore per seguire i dialoghi, scorrono come brezza al parco: c’è e tiene freschi nel sole dell’estate ma quasi non te ne accorgi mentre guardi tuo figlio giocare. O, fuori di metafora, i complotti venir smascherati. 

E’ stato incredibile, per me, vedere come nessun personaggio, né dei buoni né dei cattivi abbia mai detto qualcosa di importante. L’unica parte che doveva essere ascoltata è stata il discorso del Generale Gil Dillenbeck, che hanno ripreso quasi pari da quello reale; scelta che capisco e condivido. 

Nelle parole di Valerie Voze: 

Il sogno che ripete se stesso perché dimentica se stesso. La parte brutta ritornerà, ma questa è la parte bella. Amsterdam è la parte bella.

Questa frase ci porta al secondo elemento che è stato trattato con amorevole leggerezza: l’amicizia fra i tre protagonisti. Mentre sono ad Amsterdam ci sono solo loro, le loro avventure, le loro serate, la casa che condividono e l’amore che condividono gli uni per gli altri. L’amicizia è il centro di tutto perché è quella che ti dà un senso di scorrimento, pur non determinando niente. Senza amici, chi sei? Cosa rimane di te se non c’è nessuno che ti tiene ancorato al momento? Che maledizione sarebbe per un umano calcare la terra senza mai legarsi a qualcun altro, non trovate? Quale sarebbe la parte bella se fossimo soli, se non avessimo amici con cui condividere i momenti? Gli amici sono quelli che anche quando non sono d’accordo con la tua decisione, tipo lasciare Amsterdam e tornare a New York, te lo lasciano fare. E se finisci nei guai vengono pure ad aiutarti. E non vengono per la Storia o perché credono di dover combattere il male, vengono solo per te. E questo c’è nel film.

L’amicizia come posto in cui stare e dove tornare quando niente ha senso

Quando i poteri forti cercano di ucciderti e i ricchi pensano che tu sappia un po’ troppo sulla fonte della loro ricchezza. 

E infine la prospettiva, che mi è parso volesse essere quella della Storia. 

Attraverso la sceneggiatura: qualcuno dice una frase profonda e viene presto scavalcata dall’ironia, non era importante per la Storia. Attraverso la fotografia: tutto è chiaro, luminoso, americano. Anche quando c’è un omicidio, un’autopsia, un avvelenamento, un tradimento, una clinica di castrazione, tutti i colori sono brillanti. Tutto esiste alla luce del sole, non c’è dramma da nessuna parte. Le inquadrature: di primi piani ve ne sono per tutti i personaggi. Nessuno è importante, pur se per ciascuno lui/lei è il protagonista, la sua interiorità è la sua verità

Questa è la profondità dei personaggi secondo me, c’è amicizia ed è profonda, anche se dalla prospettiva della Storia non si nota subito. 

Rallegrati! Non porti il peso del mondo sulle spalle! Sii leggero! Ecco cosa ho ricevuto da questo film. 

Più, forse, una velata autocelebrazione dello spirito americano che è riuscito ad evitare un regime dittatoriale mentre il resto del mondo, oh poveretti, non ce l’ha fatta, e ha avuto capi come Hitler e Mussolini

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