DI ALBERTO GROMETTO
RECENSIONI A CONFRONTO
Iniziamo subito a mettere le cose in chiaro: da fervido amante cinefilo convinto, io adoro tutta una serie di registi, sceneggiatori, attori e numerosi altri gloriosi eroi della Settima Arte il cui nome è sufficiente a farmi balzare dal divano e subito correre immediatamente al cinema per vedere la loro ultima opera. Quando però il film in questione è scritto e diretto da un genio per cui stravedo, presenta un cast di nomi pazzeschi che venero e ha come direttore della fotografia uno dei più brillanti che mai abbiano solcato i mari dello schermo, allora il mio cuore balza direttamente in gola dall’entusiasmo e salta almeno tre volte il suo lavoro per poter festeggiare la magnifica novella. Questo è quello che ho provato dinanzi alla notizia del glorioso ritorno in pompa magna, dopo sette anni lontano dalle scene, di David Owen Russell con la sua ultima pellicola “Amsterdam”, piena zeppa di Attrici con la A maiuscola e Attoroni di sublime livello: Christian Bale, John David Washington, Margot Robbie, Anya Taylor-Joy, Rami Malek, Zoe Saldana, Chris Rock, Taylor Swift, Andrea Riseborough, Mike Myers, Michael Shannon e, ultimo ma non ultimo, il Grande Robert De Niro. Alla fotografia Lui, il Maestro, Emmanuel Lubezski, soprannominato “Chivo”, il solo al mondo ad aver vinto tre volte di fila l’Oscar nella sua categoria.
Loro sono alcuni dei miei più grandi idoli. David O. Russell è un autore che adoro, di cui ho apprezzato enormemente molte sue pellicole (quale più, quale meno) e che mi ha regalato due di quelli che a mio parere non possono che essere bollati con quel termine di dieci lettere che tanto spesso si ha paura a scrivere: CAPOLAVORO. Mi riferisco a “The Fighter” (2010) e “Il Lato Positivo” (2012). Ma purtroppo qui oggi non si parla di questi due film. Purtroppo qui oggi si parla di “Amsterdam”. Purtroppo.

Sì, perché se volessi fare il critico sofistico un po’ snob con la puzza sotto il naso, vi scriverei quanto segue: l’ultima pellicola di David O. Russell è una storia per nulla delineata che non sa cosa raccontare, incapace di emozionare, caratterizzata da un ritmo lento e pesante, priva di una qualsiasi visione, sperduta in dialoghi insensati, in mille sotto-trame vuote e in altrettanti personaggi completamente fini a se stessi al punto da risultare un abbozzo ridicolo, sfilacciato, vacuo e grossolano. Se invece si volessero vestire i panni dello spettatore medio rude ma giusto, si dovrebbe scrivere semplicemente: fa davvero schifo!
Spero perdonerete la mia franchezza, ma quando si tratta di Cinema e in generale di Storie, so essere persona molto netta, in particolare nei miei giudizi. C’è chi mi chiama “L’Uomo Degli Assoluti”: un film mi fa vomitare oppure mi fa gridare dal piacere. Io non so se questo sia vero, quello che so però è che “Amsterdam” mi ha deluso come poche altre volte mi è capitato in vita mia. Ero andato al cinema così pieno di speranza, direi convinto di assistere ad un’opera destinata a cambiare la mia esistenza, come solo i capolavori sanno fare. E invece questo film mi ha annoiato per 135 minuti come fosse una visione lunga 6 ore, mi ha scioccato e mi ha davvero allibito. Come è possibile di fronte a tutti questi nomi, considerando i talenti che vi sono dietro, realizzare un film così maledettamente insensato e ridicolo?
Stiamo parlando di una storia di spie, stiamo parlando di guerra e amore, stiamo parlando di un complotto per rovesciare il Presidente degli Stati Uniti D’America. Eppure si esce dalla sala frastornati e terribilmente annoiati. Noia, noia, noia. E fosse solo noia! Purtroppo questa visione ti porta a provare anche tanto stupore per come si possano fare così tante scelte sbagliate a livello narrativo quanto dialogico. Il vero Cinema, bisogna ricordarlo sempre, non è come un libro, ma consta di Tre Scritture diverse: Sceneggiatura, Riprese e Montaggio. Tutto parte da uno sceneggiatore che scrive. Poi vi sono le riprese e lì il lavoro passa in mano al Regista il quale, circondato dal suo team, impone il suo sguardo e la sua visione. E infine l’ultima scrittura, affidata alle cure del Montatore e dello stesso Regista: trattasi del Montaggio, che può davvero determinare la salvezza o la morte di un film. Non smetteremo mai noi di “Mercuzio And Friends” di elogiare la sacra, bizzarra ed eroica figura del Montatore, ricordando quanto il Montaggio sia di vitale importanza per la fortuna e la salute di una pellicola. Ecco, nel caso di “Amsterdam” manca tutto. Il Montaggio, benché fatto da mani esperte, è finalizzato solo a portare a casa un film che non ha davvero nulla da raccontare. Nella Regia, per quanto affidata ad un Genio, non vi è alcuna traccia di ispirazione né tantomeno di visione. Ma soprattutto la prima e grande criticità: la Sceneggiatura. In questo caso, pur sapendo che è lo stesso Russell l’autore, non posso non ammettere di aver pensato che il film fosse stato scritto da uno che il Cinema non l’ha mai fatto.

In primis i dialoghi. Ripetitivi, lenti, macchinosi, insensati, sciocchi, tesi sempre a spiegarci i personaggi, le loro intenzioni e i loro sentimenti, e MAI a mostrare la Storia raccontata e a farceli provare, quei sentimenti. Ma cosa vuole raccontare questo film? Leggo che vorrebbe narrare, ispirandosi (alla lontana) ad una vicenda storicamente accaduta, del tentativo avvenuto negli anni ‘30 in America di convincere un generale, amato e stimato dai reduci della Prima Guerra Mondiale, a rovesciare la Presidenza americana per instaurare un governo sul modello dell’Italia Mussoliniana e della Germania Hitleriana. Si tratterebbe dunque di una pellicola che vorrebbe essere antifascista e antinazista, secondo quanto si afferma. Peccato che nei fatti così non è, dato che la storia di questo complotto emerge a quattro quinti dall’inizio del film. Per tutto il tempo la vicenda raccontata (o meglio, male abbozzata) è quella (inventata) di due ex-commilitoni (Bale e Washington) che durante la Grande Guerra, terribilmente feriti, vennero curati e salvati da una bizzarra infermiera francese (ma che poi si scopre essere americana), invischiata in alte organizzazioni internazionali di spionaggio (non si sa né come né perché), interpretata dalla straordinaria Robbie.
I tre stringono un’amicizia, ma una di quelle vere e bellissime che dura tutta la vita. E fidatevi: io so bene che la loro è un’amicizia di questo tipo perché non fanno altro che ripeterlo in coro dall’inizio alla fine del film tutto il tempo. Non si capisce perché siano diventati così amici, non ci viene mai veramente mostrato cosa li unisce, ma dopo 135 minuti in cui tutti e tre non fanno altro che dire e ripetere e ancora ripetere (l’ho già detto ripetere?) quanto sia bello, luminoso, giusto, naturale e vero essere eterni amici e vivere nel segno eterno dell’eterna amicizia, ti convinci che forse sono davvero amici dopotutto.
Primo piano della Robbie che dice che la loro amicizia è la cosa più bella del mondo. Primo piano di Bale che ripete la stessa cosa, ma con parole un po’ diverse.
Primo piano della Robbie che dice che loro saranno amici per sempre.
Primo piano di Bale che dice che invece, secondo lui, loro saranno amici in eterno.
E infine un primo piano di Washington che si limita a dire: «Concordo».

Capite anche voi quanto tutto questo suoni ridicolo e assurdo? Gli stessi attori, pur essendo interpreti monumentali, sembrano quasi dei dilettanti principianti allo sbaraglio non sapendo evidentemente come dare un senso a queste battute così insensate e mal scritte. Tutto il cast nella sua interezza è infatti completamente sprecato. Così come la troupe. Così come chiunque abbia lavorato in questo film. L’esistenza dei personaggi di Rock, Saldana, Myers e Shannon non è, a parer mio, giustificata in alcun modo. Il character della Swift è scritto in modo da risultare fastidioso, petulante e assolutamente paradossale. Compare per due minuti in tutto il film e non fa altro che dire le frasi: “Fate in fretta!”, “Aiutatemi!”, “Fate piano!” e “Ci vediamo alle 17:00”. Quando finisce di pronunciare queste poche sentite parole, le ripete ancora. E ancora. E ancora. A ciclo continuo. Almeno con il suo personaggio abbiamo a che fare solo due minuti. Tutti gli altri li dobbiamo sopportare per ore.
Oltre ai terribili assurdi dialoghi e ai vuoti personaggi, pure gli stessi meccanismi narrativi dietro la vicenda sono abbozzati e senza senso. Non facciamo altro che girare a vuoto tutto il tempo tra colpi di scena che vorrebbero emozionare ma che sono inutili, tra scene che vorrebbero scuotere ma in realtà annoiano, tra personaggi che vorrebbero essere indimenticabili ma che l’unica cosa che non ti faranno scordare mai sono le frasi che dicono dato che le ripetono allo strenuo. Non capisci davvero dove questo film voglia arrivare. Venendo a mancare la prima scrittura, tutte le altre tristemente si adeguano di conseguenza. Dalla regia al montaggio, dalle interpretazioni fino alla stessa fotografia (che sarà bella, colorata, fatta da un Maestro… ma molto poco ispirata, che quasi si rifà ai film di Wes Anderson non sapendo dove andare a parare), tutto si appiattisce, si ridicolizza e perde di significato. Qual è il senso di quello che vediamo? Non c’è, non esiste.
E senza senso, niente rimane. Perché anche l’opera più grande e ambiziosa e immane, priva di significato, non rimane.
Non sono i nomi a fare di una pellicola un capolavoro. Nemmeno se sei fan del Genio che vi è dietro. Un conto sono i film che quel Genio ha fatto in passato e che tu ami, un conto è se invece il suo ultimo lavoro proprio non ti piace. Devi imparare a separare. Anche i Geni possono sbagliare e talvolta capita di fare un brutto brutto brutto film. Anche ai più Grandi. L’importante, per quel Genio, è rialzarsi e fare un altro film. L’importante, per noi, è essere sempre imparziali, non avere paura di dire “Fa schifo” e non rimanerci troppo delusi ricordando e sperando che dietro l’angolo si può sempre nascondere il Capolavoro. Anche dopo un film che si intitola “Amsterdam” e che dell’Olanda in realtà parla poco o nulla. Ma del resto non parla di niente questo film.


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