La Grande Sfida: Spencer vs Blonde

“Mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliare”

Lo sceneggiatore e regista cinematografico e teatrale Marcello Marchesi, scrittore, paroliere, attore e cantante.

D’accordo, ammetto che forse potrei essere stato fin troppo provocatorio in apertura di questo mio pezzo. Ma il mio esordio/denuncia è nulla confronto alle due allucinanti e allucinate pellicole di cui vi sto per parlare, le cui esistenze sono un’inutile provocazione senza senso e fine a sé stessa. Perché provocare va bene, ma quando la provocazione sia giusta e abbia un senso, come nel caso in cui si denunci qualcosa, tipo, tanto per fare un esempio, due filmacci che vanno a prendere di mira figure storiche molto amate sfruttandone la popolarità solo per far parlare di sé. Le due opere, se di opere si può parlare, di cui ora trattiamo vorrebbero essere ficcanti, impattanti e scioccanti senza però raccontare veramente nulla dei personaggi realmente esistiti che dovrebbero teoricamente essere al centro della loro narrazione. E del resto, coloro che sono dietro questi film, dichiarano persino con una qual certa fierezza che non hanno mai voluto veramente raccontare le persone di cui sembrava volessero raccontare. Be’, ad ogni modo la loro missione è più che riuscita: scioccano, e scioccano parecchio.

“Spencer” targato 2021 e “Blonde” realizzato l’anno successivo incarnano un certo, nuovo, odiosissimo tipo di biopic dal mio punto di vista assolutamente sbagliato e pure antipatico. Da una parte abbiamo Lady Diana Spencer, la Principessa del Popolo, indimenticata e indimenticabile, amatissima, fragile e insieme forte, capace di camminare tra le mine antiuomo in Angola e incapace (specie durante gli anni bui) di resistere alla tentazione di correre in bagno a vomitare e piangere, sola contro tutti eppure così tanto adorata e venerata, la donna che tra i freddi e vuoti nobili inglesi incarnava calore vero, empatica e sensibile Eroina del contatto umano nella sua essenza più affettuosa, Colei che sempre e per sempre sarà l’unica e sola Principessa del Galles. Dall’altro lato Marilyn, l’Eterna Star, ad oggi un’icona prima ancora di essere qualsiasi altra cosa: le opere del genio della Pop Art per eccellenza Andy Warhol, la canzone “Happy Birthday Mr. President”, l’emblematica gonna alzata, il celeberrimo neo, Chanel Numero 5… gli aneddoti leggendari, i ricordi indelebili, la sua epica fama rendono la Monroe e la sua vita uno dei più grandi patrimoni storici facenti parte dell’immaginario collettivo. 

Cosa hanno in comune queste due donne? Essere ambedue personaggi storici che hanno avuto e tuttora hanno una popolarità stellare, un fascino eterno e un’immortalità quasi sacra. Per il resto sono state e sono persone completamente diverse. Eppure nei fatti le due pellicole le trattano nello stesso modo: e sapete perché? Perché a nessuno dei creatori di queste sottospecie di biografie cinematografiche interessava davvero raccontare chi sono state Diana e Marilyn, ma solamente il fatto che sono state famose, così da poter realizzare film famosi attira-gente. Certo, loro non dicono così. Loro affermano di aver voluto prendere in esame queste due donne non per raccontarne la vita ma con lo scopo di far sperimentare al pubblico uno stato d’animo legato al loro privato, anche a costo di manipolare fatti realmente avvenuti inventando ciò che volevano e realizzando una sequela di bestiali sequenze visionario-oniriche che non vogliono dire niente. Come giustificano tutto questo? Ebbene, la loro intenzione non era raccontare la realtà storica, ma fare dei film TRATTI dalla vita di Lady D e della Monroe, una cosa molto diversa dal realizzare dei biopic, così dicono loro. A me questa pare sia una grande para-culata senza senso, ma forse mi sbaglio, forse sono io che non capisco nulla. Chissà.

Quando mi si dice che la veridicità dei fatti storici non ha importanza nel momento in cui si decide di realizzare una pellicola, posso concordare. Del resto io stesso sono uno di quelli che ha profondamente amato un piccolo gioiellino firmato Quentin Tarantino che risponde al nome di “Bastardi Senza Gloria”: un film che riscriveva completamente da capo il finale della Seconda Guerra Mondiale e del Terzo Reich. Eppure mi piacque, e anche molto. Ancora oggi ogni volta che posso lo riguardo più che volentieri. Però, vedete, in quel caso il suo non voler raccontare la Storia Vera era gridato dalla pellicola stessa e dal suo essere dichiaratamente ed esageratamente tarantiniana. L’operazione portata avanti dall’amico Quentin vuole essere una riscrittura totale della Storia Vera, una riscrittura peraltro perfettamente sensata e in linea con quelli che erano i suoi disegni quando girò il film; mentre in questo caso ci troviamo in presenza di due pellicole che modificano qua e là a piacimento certi fatti solo per destare scalpore e provocare senza davvero voler seguire un progetto o avere un significato più grande. Il loro significato è far sensazione, e basta. E hanno gioco facile dato che vanno a prendere di mira due personaggi così grandi, e importanti, e fondamentali. 

La Principessa del Galles e Marilyn sono state molto più di quello che ho raccontato su di loro poche righe sopra? Certo che lo sono state, onde per cui un film che le avesse raccontate sarebbe stato non solo auspicabile, ma voluto, desiderato e ardentemente bramato. Così però non è stato. Lasciamo stare il discorso sull’importanza delle figure storiche e sulla sensibilità con cui dovrebbero essere raccontate. Secondo me è fondamentale, nel momento in cui si decide di prendere la storia di una persona realmente esistita che ha segnato il mondo e farci un film, trattare tale materia con rispetto e cura. Però molti su questo possono non essere d’accordo, sostenendo che prima di ogni altra cosa quando si fa un film debba esserci il film e nient’altro. Però il fatto è che qui non c’è neanche il film! 

Diciamocelo senza mezzi termini o giri di parole: trattasi di due orride pellicole orrende che non vedi solo l’ora che finiscano il prima possibile. E per forza di cose questo, secondo me, non può essere considerato indice della buona salute di un film. So bene che bisognerebbe tentare di essere imparziali e freddi nel proprio giudizio, ma con queste due cose (non voglio definirle “opere”) proprio non ci riesco. Ai miei occhi rappresentano ambedue ciò che di più sbagliato possa fare un film. Non solo un biopic, non solo una pellicola storica, ma un film.

Andiamo a vedere (purtroppo per me) nel dettaglio di che cosa stiamo parlando.

“Spencer” racconta tre giorni nella vita di Diana. Sono le vacanze natalizie 1991. Lei si trova circondata dalla famiglia reale britannica, che noi tuttavia vediamo “en passant”. In quei giorni lei soffre, soffre tanto. Non ci viene detto troppo sul perché soffra ma soffre. La quasi totalità delle sequenze sono sospese tra insensati incubi onirici spiazzanti e inquietanti visioni allucinanti. Vi sono tante cose inventate. Aggiungo anche che si insiste fastidiosamente sulla seconda moglie dell’antico sovrano inglese Enrico VIII, Anna Bolena, la quale con Lady D non ha nulla a che fare. Dapprima Diana trova un libro biografico sulla Bolena, poi il fantasma della Bolena la perseguita, poi sogna in continuo la Bolena. Bolena, Bolena, Bolena. Il perché? Non si sa. È letteralmente solo questo il film. Basta, non c’è nient’altro.

“Blonde” invece racconta tutta la vita della Monroe. Qui vi sono delle scene nelle quali si calca volutamente la mano e si spinge decisamente sull’acceleratore in fatto di provocazione. Sequenze che vogliono essere un pugno nello stomaco deciso senza se e senza ma. Anche qui: c’è qualcosa di vero in quello che di orribile è accaduto a Marilyn? Qualcosa sì, ma tante cose sono immaginate e altre proprio inventate. Non più Anna Bolena, in questo caso si decide di insistere tutto il tempo sulla figura del padre, il “Daddy” che la Monroe non ha mai incontrato. Questa pellicola ci vuole far credere, o meglio, lo ripete ossessivamente per quasi tre ore, che il grande tormento di Marilyn fosse non conoscere suo padre. È vero? No, ma la pellicola sceglie questa strada. Al di là delle volutamente forti provocazioni ridondanti e insensate, il problema di questo film risiede proprio nella struttura scelta per raccontare Marilyn, una non-narrazione che vuole essere a metà tra l’onirico, il visionario e l’allucinante… e riesce solo ad essere ESTREMAMENTE pesante, ondivago, sfilacciato, lento, lentissimo, pesantissimo, noioso, noiosissimo, una sofferenza atroce. Un grande pastrocchio.

Chi vince dunque in questo caso La Grande Sfida? Il mio Oscar personale se lo porta a casa, tra sonori fischi e lanci di pomodoro, il “Blonde” di Andrew Dominik. Se non altro ci troviamo di fronte ad una regia veramente impeccabile. Lo sceneggiatore e regista, non dimentichiamocelo, è lo stesso di quel capolavoro perlaceo che ai miei occhi è “L’Assassinio Di Jesse James Per Mano Del Codardo Robert Ford” (2007). Dunque parliamo di qualcuno che il suo lavoro lo sa fare, e anche molto bene. Nondimeno questa volta ha fatto clamorosamente cilecca, sebbene il lavoro registico e fotografico sia eccellente. Certo, ci si chiede come mai Domink opti talvolta per il bianco e nero e talvolta per la fotografia a colori. Stili di messinscena differenti. Inizialmente io ho ipotizzato potesse essere un modo per rappresentare le due diverse Monroe: da una parte la Diva Marilyn, dall’altra la fragile donna comune Norma Jeane. Ma proseguendo nel corso del film, mi sono reso conto dell’infondatezza della mia teoria e allora è nata una nuova ipotesi: che fosse fatto a casaccio. Ad ogni modo, diamo a Cesare quel che è di Cesare: ogni frame meriterebbe di essere un quadro. Non che la regia di Pablo Larrain, per quanto riguarda «Spencer», sia fatta da uno che non sa quello che fa, ci mancherebbe altro: però è decisamente meno notevole e più dimenticabile, tant’è che ricordo poco o nulla a questo proposito, eccezion fatta per le musiche che meritano un elogio a parte e che sono la sola cosa che ricordo piacevolmente di questa, cosiddetta, opera. Però, a dispetto di tutto quello che può essere il lavoro del regista, ci si scorda facilmente di quanto lui abbia realizzato in pellicole di questo tipo perché, e noi di “Mercuzio And Friends” non ci stancheremo mai di ripeterlo, la Regia dovrebbe sempre e comunque essere asservita alla Storia raccontata, supportarla ed esprimerla al meglio. La Storia deve venire prima della Regia, la Regia deve essere sempre subordinata alla Storia. E MAI il contrario.

Sono però state anche le interpretazioni attoriali a convincermi ad assegnare la vittoria a “Blonde”.Kristen Stewart nei panni di Diana sarà anche stata candidata al Premio Oscar come Miglior Attrice Protagonista, ma per quanto mi riguarda non è per niente credibile, realistica o interessante. Ma questa è un’opinione mia sulla quale non ci soffermeremo oltre. Invece Ana De Armas ha semplicemente dimostrato quanto possa essere strepitosa, sembra proprio di rivedere Marilyn prendere vita ma, cosa più importante, confeziona quella che non è una mera e pallida fotocopia, lei riesce nell’impresa di donarci un’interpretazione, vera, con la “I” maiuscola. Meritano un elogio anche le piccole ma meritevoli performance diBobby Cannavale e Adrien Brody rispettivamente nei panni del secondo e terzo marito della Monroe, il giocatore di baseball Joe DiMaggio e il drammaturgo teatrale Arthur Miller. Trattasi di attori di cui ci è ben noto l’enorme talento. 

Ma è fondamentale sottolineare come tutte queste considerazioni non bastino a salvare un filmaccio come “Blonde”. Ha vinto il meno peggio si potrebbe dire, non il meglio. E questa, ripeto, è una considerazione che va al di là delle forti e insensate scene provocatorie che vogliono scuotere e scandalizzare e far parlare di sé e di cui è piena zeppa questa pellicola. Anche al di là dell’oramai celebre scena dello scandalo, quella in cui ci viene mostrato molto brevemente il Presidente John Fitzgerald Kennedy, persona straordinaria a cui si deve la salvezza della razza umana ma che qui ci viene presentato come una specie di mostro mal abbozzato affamato di sesso. Il problema risiede proprio nella scelta alla base di tutto il film. Il voler essere una specie di lento incubo inspiegabile. Non che sia necessariamente brutta la lentezza, ma questa è proprio una brutta lentezza! Senza considerare un fattore fondamentale: una pellicola, anche la più drammatica, ha necessità di comporsi di fasi up e fasi down. Se vuoi davvero rattristare, prima devi dare un po’ di gioia. Così la tristezza acquisisce una portata e un significato più grandi. Se invece questa alternanza viene a mancare e si è tutto il tempo in fase down per quasi tre ore, e si soffre di continuo, dopo un po’ ti viene da dire: anche basta, speriamo finisca presto! E non ti rimane nulla. Secondo me la rivedibilità di una pellicola è un fattore di primaria importanza: se un film lo vedi una volta e poi mai più, per forza di cose non può essere ritenuto riuscito. 

In conclusione: oggi abbiamo parlato di due grandissime delusioni.

Ma anche le delusioni sono importanti nel mondo dell’Arte e dello Storytelling: ti fanno apprezzare meglio ciò che di bello riesci a trovare. E se lo trovi, tientelo stretto.

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Se hai intenzione di capire come dovrebbe essere fatto un Biopic fatto bene, leggiti quest’altra Grande Sfida!!!

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