«KINETTA», Yorgos Lanthimos e la Storia di un’Eroica Impresa Epica: il Niente che diventa Tutto e l’Ogni Cosa che si trasforma in Nulla

DI ALBERTO GROMETTO

Quella che sto per raccontarvi, signore e signori, è una Storia di Eroismo. Che parla di cosa significhi per davvero essere degli Eroi. Questo almeno è il modo col quale amo vederla io: forse in maniera eccessivamente romantica e sognatrice, ma dire che eravamo solo dei cretini che non volevano ammettere di aver sprecato i soldi del biglietto sarebbe, secondo me, profondamente ingiusto e sbagliato! 

Noi quel film lo avevamo scelto, o forse era stato lui a scegliere noi. O magari entrambe le cose. E quando tu e un film vi scegliete, nasce una promessa che vale più del sangue e alla quale devi sottostare, non puoi farne a meno. Devo essere sincero: lo sapevamo che ci attendeva un’anomala visione anormale (resta poi da stabilire chi decide cosa sia normale e cosa no… ma in questo caso sì, ANORMALITÀ ALLE STELLE!!!). Si trattava pur sempre della SECONDA PELLICOLA dell’amatissimo e sovrumano Maestro YORGOS LANTHIMOS!!! 

Il suo primo film tutto da solo a dire il vero, dopo un esordio condotto fianco a fianco del Maestro e Mentore LAKIS LAZOPOULOS. La sua prima opera da SOLISTA. La prima di una carriera delle più brillanti, eccezionali e luminose, pur parlando di oscurità nella sua forma più cupa e grottesca e orrida e tenebrosa. 

Ma questo suo primo film realizzato da solo è una di quelle opere a cui verrebbe, a torto, appioppato il nome di SPERIMENTALE. Quando invece non vuole essere un esperimento a mio modo di vedere, quanto una sorta di primo passo di Lanthimos verso quelli che saranno i suoi temi, gli argomenti che gli stanno a cuore, ciò di cui lui vuole parlare più di ogni altra cosa al mondo. Questi temi sono l’Ossessione, la Violenza, il Disturbante

Solo che un’opera come KINETTA (2005) proprio non ce la si aspettava. E non è da tutti. Diciamo che è per pochi. Forse sarebbe meglio dire: quasi nessuno. E va bene, se mai conoscerò qualcuno che ritiene questo il suo film preferito, probabilmente penserò di essere impazzito e aver sentito male. Perché se mai questo avvenisse, allora nevicherà a Luglio. E i maiali voleranno. E pure gli asini, dato che non mi ricordo mai se il detto dice che sono i maiali o gli asini a volare! 

Noi eravamo pochi, intrepidi guerrieri quando ci addentrammo in quella sala. Giungemmo con largo anticipo. Presto le file di posti si riempirono. Il nome del Maestro Lanthimos era sulla bocca di tutti a quel tempo, a seguito dello strepitoso successo ottenuto con uno dei più maestosi e grandiosi CAPOLAVORI mai realizzati da essere umano: «LA FAVORITA». Ma adesso non siamo qui per parlare di quella meraviglia fatta a film.

Dicevamo: una gran folla, attirata dal richiamo del nome di Yorgos, volle cogliere al volo l’opportunità di vedere in sala TUTTI i suoi film. Anche quelli che non conosceva affatto. Compreso questo. Stavamo così chiacchierando tranquillamente convinti di sapere con cosa dovevamo misurarci quando invece eravamo ignari, completamente e madornalmente ignari. 

Poi all’improvviso: BAM

Niente musichetta, niente PA-PA-PAM, niente titoli… niente di niente. Semplicemente il film che inizia. Un uomo in giacca e cravatta che osserva una macchina capottata. Comincia in questo modo «KINETTA». 

Perché iniziare così? Perché iniziare senza niente? Lo scopriremo in seguito. Una cosa è certa: cominciare in questo modo è come ricevere una secchiata d’acqua gelida addosso, ma continuare come si è continuato significa infilarsi direttamente nel secchio d’acqua gelida. 

Quando vai a Teatro, t’aspetti di vedere un sipario che si alza. Quando entri in un Museo, sai che dovrai passare da un portone. E quando vai al Cinema, pensi che ci sarà una musichetta col titolo a dare il via a tutto. È il fischio di inizio della partita, la scintilla che porta la fiamma a divampare, il colpo di pistola che dà il via alla gara. Sono le cosiddette “SOGLIE”: quei magici momenti che ti fanno capire che stai per passare da un Mondo ad un altro, vivere una Vita che non è la tua, che qualcosa sta per cominciare. 

Nel caso di quest’opera di Lanthimos, niente soglia, manco l’ombra: come mai? 

Presto ce ne rendiamo conto: non c’è nulla che segnali l’inizio di questo film, perché questo film è il Nulla. 

È fatto di Niente.

Niente dialoghi.

Niente azione scenica.

Niente Storia.

Neppure i titoli di testa!!! 

Niente di niente: NON C’È NIENTE!!!

Ed è in questo Niente che si nasconde però il senso e il significato di una Vita intera al servizio dell’Arte e delle Storie come quella di Yorgos GENIO Lanthimos. 

I tre protagonisti, senza nome e identità e manco personalità, sono tre solitarie figure pressoché vuote. Trattasi di una donna, un uomo e un signore più attempato. Intuiamo presto che si tratta rispettivamente di: una cameriera d’albergo, un video-maker e un poliziotto che non indossa la divisa. Il nome del film è quello della città greca in cui si svolge la vicenda, anche se è ininfluente ai fini della trama, trama che comunque manco c’è.

Quello che questi tre fanno per tutto il film è ricostruire, quasi come fosse una scena teatrale, i vari delitti sui quali (intuiamo) il poliziotto si mette a lavorare. Solitamente il video-maker riprende o scatta fotografie, mentre la donna e il poliziotto simulano i brutali crimini con una cura e un’attenzione quasi robotica, con molta lentezza. Il poliziotto ripete meccanicamente, con una voce anch’essa meccanica, le azioni esatte da eseguire, che poi vengono eseguite. I dialoghi sono tutti qua. 

In mezzo magari un’interazione che esula da questo gioco meta-teatrale e meta-cinematografico, ma niente più di: Vuoi un panino? 

O ancora: Ne vuoi tanta o poca di maionese? 

In un punto parlano di come le foto dovrebbero venire. Ma niente di più. Manco siamo sicuri che sia davvero utile quello che fanno. E loro lo fanno con una freddezza impressionante. Il fatto è che gli omicidi sono crudi, brutali, violenti, passionali. Mentre il loro metterli in scena è freddo, asettico, vuoto. Eppure ci si dedicano con un impegno a dir poco encomiabile.

Capite che un film fatto solo di questo, di questo vuoto, freddo e asettico, in cui succede sostanzialmente nulla, senza Storia né personaggi, pur durando solamente un’ora e trentatré, può sembrare infinito? Ed è qui che l’impresa si fa epica. Come fosse una partita di scacchi, durante la quale a poco a poco perdi un pezzo dietro l’altro fino ad arrivare all’inesorabile fine man mano che procedi lungo la linea del Tempo, così fu quella visione: il tempo passava e la gente attorno a noi s’alzava, prendeva e se ne andava. 

Quella sala gremita divenne il Vuoto. Proprio come quel film. “Magari quel tizio sta andando in bagno” dicevo io, poco convinto. Risposta: “Credo non torneranno più”. E si scuoteva la testa. E giù pure qualche risata. Perché la situazione era assurdamente comica. Ogni volta che ripenso a quella pellicola, mi tornano alla mente quelle risate e i mugugni di disperazione. «Uno scandalo di film», così venne definito a visione ultimata. 

Ma si rimase fino alla fine. Per questo si deve parlare di Eroismo. E l’Eroismo viene talvolta ricompensato. In questo caso il Premio fu tra i più belli possibili. E cioè l’aver capito qualcosa di molto importante. In quel film Vita e Arte e cosa è una e cosa è l’altra si confondono. Sì, Arte. Perché quei tre non staranno raccontando una Storia. Nemmeno il film stesso lo sta facendo. Ma sono degli osservatori eccezionali. Come dire: degli STORYTELLER IN POTENZA.

Per raccontare una Storia, devi saper osservare. Osservare deve essere la tua attività preferita, come fosse quella la cosa più importante al Mondo. E in quell’osservare ci vedi qualcosa che forse non ti sai spiegare. Ma non smetti di raccontarlo in giro. Non smetti di raccontarlo a te stesso. E non smetti di pensarci.

Le Storie che quei tre riproducono meccanicamente con una fredda precisione meticolosa e ossessiva sono Storie di Violenza e Brutalità. Sono le stesse cose che ama raccontare Lanthimos. Che racconta con freddezza e spietatezza e cruda crudeltà. E non è un caso se in questo film il Maestro segue i suoi personaggi in continuazione con la telecamera, standogli dietro, muovendosi con essa. Proprio come il video-maker fa mentre riprende il poliziotto e la cameriera. Come se Yorgos stesso fosse uno di loro e anche lui fosse lì a riprendere la scena di loro che riprendono.

E la loro Vita diventa così imitazione della Vita stessa. E loro vivono per imitare la Vita. E Verità e finzione si imitano a vicenda, e Vita e Morte si confondono, e l’Arte smette di essere Arte e diventa Realtà che però è Irreale. In definitiva questo è un film per squilibrati che parla di persone squilibrate in maniera squilibrata: e che meraviglioso SQUILIBRIO!!! 

Un film di una complessità assurda, benché fondato sul niente, proprio perché è fatto di Niente!!! Ma anche i sogni di cui MERCUZIO parla in «Romeo e Giulietta» del Sommo Mio Idolo WILLIAM SHAKESPEARE sono figli di una mente vagabonda, pieni soltanto di vana fantasia, con meno sostanza dell’aria e più incostanti del gelido vento del Nord. Cioè sono Nulla. Eppure eccoci qui, a viverlo quel Nulla e a raccontarlo in continuazione.  

Beh, questo «KINETTA» è in definitiva un ottimo modo per parlare di Niente, parlando così di Tutto.

Spoiler: quella gente assentatasi per andare in bagno nel mezzo della visione non avrebbe più fatto ritorno. Eppure i bagni non erano poi così lontani.

Vuoi leggere di altri film di Yorgos Lanthimos? Allora clicca qui!!!

Vuoi sentir parlare del film di Yorgos che è stato candidato agli oscar 2024? Premi qui allora!!!

Ami il cinema? Allora clicca qua!!!

Mercuzio and Friends è un collettivo indipendente con sede a Torino.

Un gruppo di studiosi e appassionati di cinema, teatro, discipline artistiche e letterarie, intenzionati a creare uno spazio libero e stimolante per tutti i curiosi.

Scopri di più →

GO TO TOP