DI ALBERTO GROMETTO
Non so cosa dire. Davvero. Ho una paura terribile di sciupare con le parole quello che nessuna parola grandiosa potrebbe né potrà mai raccontare, racchiudere, esprimere. Come si fa a raccontare la Più Grande Notte di tutta la tua intera Vita?
COME???
Ditemelo voi, perché io non lo so. So solo che adesso è “la mattina dopo”. O meglio: qualche ora dopo. Ma dopo… cosa? Dopo quello che sarà uno di quei momenti in seguito ai quali vien da dire: Per fortuna sono vivo, così da averlo potuto vivere. Anzi, già so che è uno di quei momenti. E quasi non ne voglio sapere di andare a dormire, perché anche se ora sono le 8 e mezza della mattina non voglio che la Più Grande Notte di tutta la mia intera Vita finisca. Ma la stanchezza vincerà, e a dormire dovrò andarci. Tornerò a lavorarci verso sera su questo articolo, che uscirà poi il giorno dopo. Ma davvero non so se renderò quello che ho dentro.

Chi ama il Cinema, aspetta la Notte degli Oscar tutto l’anno. E sì, come ogni buon cinefilo che si rispetti ci si lamenta di questa Academy e di questi Premi e si dice che non contano nulla. E non contano niente infatti, in confronto al Cinema. Quello vero nella sua forma più autentica. Quel Cinema non ha bisogno di premi o ovazioni o statuette.
Come per qualsiasi forma d’Arte, chi cerca la Vera Bellezza non ha bisogno d’altro che non sia cercare Vera Bellezza.
Però chi respira e vive in nome del Cinema – si sa – ha chiaramente il mito dell’Oscar. Ne subisce il fascino, si tiene aggiornato, e anche se lo snobba comunque alla fine se ne interessa a prescindere. E il cuore non potrà che battergli in corpo qualora vedesse il suo Idolo stringere in mano quello che è ritenuto il massimo del massimo dei riconoscimenti per chi fa la Settima Arte.

Beh, questa qua appena passata è stata una Notte STRAORDINARIA E GRANDIOSA per il Cinema. Per chiunque ami il Cinema. E a dire la verità per chiunque ami Arte, Cultura e Bellezza. Perché è appena andata in scena LA PIÙ GRANDE NOTTE DEI PREMI OSCAR DELLA STORIA. LA PIÙ GRANDE IN ASSOLUTO. DA QUANDO I PREMI OSCAR ESISTONO. E STIAMO PARLANDO DEL 1929. DOPO QUASI UN SECOLO, ALLA 98ª EDIZIONE ABBIAMO AVUTO L’IMMANE ONORE E SCONCERTANTE PRIVILEGIO DI VIVERE LA PIÙ GRANDE E GRANDIOSA NOTTE DEGLI OSCAR DA SEMPRE, LA PIÙ GRANDE CHE CI SIA MAI STATA.

Un primo elogio innanzitutto ci tengo a rivolgerlo al conduttore della serata, quel CONAN O’BRIEN che già l’anno scorso aveva condotto una Notte degli Oscar divertente e divertita che non voleva perdersi in troppi ghirigori o discorsi fumosi ma che andava dritta al punto. Che voleva alleggerire e concentrarsi su quella che è la Vera Arte. Così è stato anche quest’anno. C’è da dire però che quasi sicuramente il fatto che O’Brien vada dritto al punto senza perdersi è la ragione per cui è stato confermato pure quest’anno: si percepisce chiaramente infatti l’intento da parte di chi sta dietro agli Oscar di voler velocizzare al massimo i tempi, tagliando drasticamente qualsiasi cosa si possa tagliare onde poter ridurre il più possibile il minutaggio. E credo sia questa la sola e unica nota dolente della serata: perché quando qualcuno vince l’Oscar, in quello che sarà indubbiamente uno dei momenti più belli della sua Vita, chiudergli il microfono nel mentre che parla, spegnere le luci che lo illuminavano e attaccare la musichetta… è una scelta maleducata, di pessimo gusto e financo disgustosa. Nel corso della serata questa cosa è stata fatta più e più volte. E io capisco che sia necessario pensare al pubblico che s’annoia e non vuole stare a sentire 24 discorsi prolissi (tanti quanti sono i premi) e tutto il resto… ma non è una soluzione commettere un’ingiustizia atroce nei riguardi di persone che quel momento dovrebbero poterselo godere appieno e il cui ricordo durerà tutta la vita. È da anni oramai che chi organizza la consegna degli Oscar è terrorizzato all’idea che un domani sempre meno pubblico seguirà la Cerimonia, e quindi si dimostra disposto a qualsiasi genere di azione riprovevole inseguendo l’obiettivo di tagliare, tagliare, tagliare… Quest’anno sembra ci siano riusciti, sono stati così veloci e rapidi che quasi si faticava a stargli dietro… ma a che scopo, mi chiedo? Siparietti comici tagliati via, discorsi che sarebbero stati più lunghi tagliati via, commozione ed emozioni tagliate via… se non fosse che questa è stata la più Grande Notte della Mia Vita, guardando a quelli che sono stati i Veri Trionfanti Vincitori, scuoterei il capo sdegnato. Gli Oscar devono essere spettacolo e fare tutto a velocità “x16” impedendo ai protagonisti di dire anche solo le due parole che vorrebbero rivolgere a coloro che amano e che li hanno portati fin lì… distrugge lo spettacolo.

Nel suo discorso iniziale d’esordio, Conan comunque il suo lavoro lo fa, e lo fa molto molto molto bene, ci fa ridere parecchio e ironizza su alcuni dei grandi temi caldi legati appunto alla Settima Arte: ironizza sull’IA affermando che lui sarà l’ultimo conduttore umano a presentare la Cerimonia dato che dall’anno dopo sarà con ogni probabilità sostituito da un robottino in smoking, ironizza su Netflix facendo notare che straordinariamente uno dei suoi massimi rappresentanti (il coamministratore delegato Ted Sarandos) si trovava lì presente e che probabilmente era la sua primissima volta dentro un teatro o un cinema poiché solitamente intento a pianificare diaboliche diavolerie messe in atto per costringere la gente a rimanere a casa sul proprio divano, ironizza su alcuni dei nominati presenti in gara sia per quanto concerne i film in sé e per sé sia per quanto riguarda gli interpreti… e ironizza sempre con buongusto, senso del divertimento e una qual certa eleganza. Ha persino affrontato in una battuta un tema veramente drammatico quale Jeffrey Epstein. E ancora… Ha definito Leo DiCaprio “Re dei Meme”, ha organizzato un siparietto paradossale nel mezzo del quale l’attore Michael B. Jordan si moltiplicava (ha interpretato due gemelli nel film per cui era nominato e su cui torneremo a breve!) e ha pure lanciato una piccola stoccatina a Timothée Chalamet il quale solo qualche giorno prima aveva ridicolizzato e umiliato l’Opera e il Balletto e chiunque ci avesse mai lavorato o li avesse amati definendoli due forme d’arte di cui non importa più niente a nessuno. Nello specifico il conduttore ha detto di aver rafforzato la sicurezza: considerando lo sconcerto dei teatri di tutto il globo nei riguardi del superbo Chalamet, la paura era che gli appassionati del Balletto e dell’Opera fossero appostati in agguato per poterlo attaccare!

Soprattutto, Conan O’Brien ha concluso il suo monologo introduttivo di presentazione con un finale dei più toccanti possibili. Perché ha raccontato quale sia la ragione per cui gli Oscar sono importanti. E cioè? Che il Mondo intero si ferma e si riunisce per poterli guardare. Che sei continenti su sei vi si ritrovano rappresentati, quando ci sono questi Premi. Che una Notte di questo tipo serve proprio a celebrare e omaggiare il talento di chi fa film. E ricorda che chi fa il Cinema, chi fa Arte e chi in generale racconta Storie, lo fa non perché convinto che il nostro pianeta sia un posto bellissimo in cui vada tutto bene. Perché non è così. Ma piuttosto fanno quello che fanno perché credono che un domani un giorno migliore sarà possibile. Lo sperano.
Chi racconta Storie, lo fa perché ci crede. Chi crede ha una forza che nient’altro al Mondo – né la Forza o l’Intelligenza e nemmeno il Talento – potrà mai dargli: perché chi crede continuerà a provarci, e solo chi prova potrà un giorno magari riuscire e riscrivere la Storia.
Questa serata dei Premi Oscar 2026 è stata la più Grande di tutte anche proprio per questo, perché tutti coloro che sono saliti su quel palco quella notte sono persone che hanno creduto. Che ci hanno creduto. Hanno creduto nel proprio credere. E che quindi poi hanno provato. La Grandezza dei propri Sogni è quello su cui han voluto scommettere. Perché speravano in un giorno migliore. Perché l’ottimismo e il credere e il provarci e il sognare e l’osare son quello che permette a queste persone affamate di Bellezza di realizzare. Perché il Provarci conta più del Riuscirci. E solo chi prova, potrà riuscire.

Chi sono dunque i vittoriosi trionfanti, fra questi Provatori Sognatori che hanno creduto?

La categoria più imprevedibile della serata a mio modo di vedere era quella della Miglior Attrice Non Protagonista. Combattutissima, apertissima, incertissima. Ed è stato meraviglioso aver visto AMY MADIGAN vincere quella statuetta. Al di là della sua ottima performance comunque grandiosa – inquietante ritratto inquieto di pura inquietudine nella sua forma più inquietante – in una pellicola horror che merita grandissime ovazioni straordinarie e cioè il formidabile «WEAPONS» scritto e diretto dal geniale ZACH CREGGER (film che aveva questa sola candidatura), il grandioso spettacolo di cui ci ha fatto dono andando a ritirare la sua statuetta e salendo su quel palco è stato memorabile. Prima di tutto una risata incontrollata e schizzata degna dello stregato personaggio che impersonava. Era da 40 anni che non veniva candidata ad un Oscar! La differenza è che questa volta – alla sua seconda nomination in carriera – ha vinto. La sera prima, sotto la doccia, si immaginava quale sarebbe potuto essere il suo discorso, intanto che depilava le gambe… anche se poi è stato tempo buttato dato che, come ha detto lei stessa, s’è messa i pantaloni! Ha rivolto ringraziamenti commossi alle persone importanti della sua vita, la figlia Lily, il di lei marito Sean, i cani (CHE BELLO CHE ABBIA RINGRAZIATO I CANI!!!) e poi l’amatissimo consorte. E ci riferiamo a quell’attore monumentale che è ED HARRIS e col quale il matrimonio dura da ancor prima che venisse mai nominata agli Oscar, da oltre quarant’anni. E che lei ha definito “la cosa più importante della sua vita”. Una dolcissima dedica emozionantissima e molto tenera.

Per la sua performance nell’incredibile «UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA»… prima volta che citiamo questo film, ma lo citeremo ancora, e ancora, e ancora… la statuetta al Miglior Attore Non Protagonista se l’è portata a casa SEAN PENN. O meglio, se la sarebbe portata a casa ci fosse stato. Non si è presentato, ha preferito così evidentemente. Saran stati tanto contenti quelli che volevano ridurre a tutti i costi il minutaggio della Cerimonia! La vittoria di Penn non è immeritata, la sua interpretazione è stata eccelsa, e oggi lui rientra in quella strettissima cerchia d’attori uomini che hanno vinto tre statuette: JACK NICHOLSON, che come Penn ha vinto due volte come Protagonista e una come Non Protagonista; WALTER BRENNAN, tre da Non Protagonista; e ovviamente il più grande attore che sia mai esistito e mai esisterà, la Recitazione fattasi carne e corpo e sangue, quel mio amore grandioso che è DANIEL DAY-LEWIS, il solo ad averne vinti tre da Protagonista. Ad ogni modo, avrei tanto voluto vedere lo STELLAN SKARSGÅRD dello stratosferico norvegese «SENTIMENTAL VALUE» vincere quel Premio, lui che era alla sua primissima nomination in una carriera che però va avanti da oltre mezzo secolo. Soprattuto, non volevo che quella pellicola sensazionale tornasse a casa senza manco una statuetta, tanto era stata eccezionale. Ebbene, non mi hanno scontentato però: sì, perché la Norvegia può dirsi pienamente soddisfatta! Il suo candidato ha vinto – e non era così probabile la cosa – il Premio Oscar come Miglior Film Internazionale, diventando a buon diritto uno dei grandissimi vincitori della serata. I pronostici volevano vedere l’incoronazione del brasiliano «L’AGENTE SEGRETO» di KLEBER MENDONÇA FILHO. E invece ha vinto il migliore. Nel ritirare il Premio, presentatosi come un nerd del cinema venuto dalla Norvegia, attorniato dal suo cast e dalla sua troupe, quell’assurdo geniaccio dello sceneggiatore e regista JOACHIM TRIER – che ritengo un brillante cineasta dotato di una visione e un talento unici! – in uno dei discorsi d’accettazione più belli della serata, dichiara che loro hanno realizzato un film su una famiglia disfunzionale, cosa che però nel realizzare il film non son stati per niente! È vero piuttosto il contrario: che sono riusciti ad essere come una vera famiglia. Dice che 1.072 persone compaiono nei titoli di coda di quella perla di film che ha realizzato. E lui le ama tutte. Dedicando quel Premio ai suoi affetti più cari lui – che ha raccontato nella sua pellicola della disperata famiglia di un regista cineasta – ammette che non deve essere facile avere un regista in famiglia. Conclude ricordando quanto gli adulti debbano sentirsi responsabili dei propri bambini e di quelle che saranno le generazioni che ci guideranno un domani.

Se – guardando ai dieci candidati come Miglior Film, certi titoli era già chiaro in partenza che non avrebbero vinto alcunché – perle degne di essere definite “capolavori” quali il «BUGONIA» del più Sommo Maestro fra i Sommi Maestri YORGOS LANTHIMOS e l’outsider a sorpresa TRAIN DREAMS del promettente e sorprendente CLINT BENTLEY – due pellicole fra tutte sono stati i grandi grandissimi sconfitti della serata. Da una parte il già soprammenzionato brasiliano «L’AGENTE SEGRETO», che già si sentiva l’Oscar in tasca. Dall’altra lo statunitense «MARTY SUPREME»: non una sola statuetta delle nove per cui era stato candidato. Nemmeno la sola che da mesi e mesi davano per scontato sarebbe stata sua, su cui quasi avevano già fatto incidere il nome. Lo abbiamo citato prima: TIMOTHÉE CHALAMET. Sorvoliamo sulla questione “Opera e Balletto” che comunque è la dimostrazione tangibile di quanto sconsiderata possa essere l’arroganza tracotante e superficiale degli Uomini. Ma chi vi scrive ha sempre ritenuto folle da parte del Mondo applaudire al talento di Chalamet, per il semplice fatto che questo talento io non l’ho nemmeno mai scorto col cannocchiale! Niente, in nessuna delle sue cosiddette interpretazioni, mi ha mai portato a ritenerlo un attore. Vederlo vincere l’Oscar per un film che – a dispetto della sua presenza – ritengo GRANDIOSO, e che è il già menzionato «Marty Supreme» di quel monumentale autore che è il regista e sceneggiatore JOSH SAFDIE, m’avrebbe devastato. E questo Oscar era già suo, lo sapevano tutti e lo dicevano a tutti ed era chiaro a tutti. E sarebbe stata una mera questione di marketing a consegnargli il trionfo: nel corso dei mesi precedenti Timothée s’era lanciato in una gargantuesca campagna promozionale disperatissima pagata in buona parte di tasca sua con l’intento dichiarato – e anzi urlato ai quattro venti – di voler vincere l’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista 2026 e per farlo è diventato il solo uomo al Mondo ad esser salito sul tetto dell’arena Sphere di Las Vegas, ha fatto volare dirigibili con scritto il titolo del suo film sopra New York, lanciato un suo marchio d’abbigliamento che facesse sempre da sponsor alla pellicola, organizzato finte riunioni col suo team per promuovere la campagna, rilasciato interviste nelle quali si paragonava ad interpreti che han fatto la Storia affermando che lui è da otto anni che offre solo performance di altissimo livello, “roba da top player”. Se lo dice da solo! Ora: che Chalamet creda davvero oppure no in quello che dice, chissà se non fosse stata solo strategia?, in ogni caso qualcosa evidentemente non ha funzionato dato che si è ritrovato di bianco vestito, alla cerimonia degli Oscar 2026, con un sorriso tirato e forzato su quella faccia monoespressiva delusa che ha sempre avuto, senza una sola statuetta in mano, ma anzi ad applaudire un altro che su quel palco quella sera è andato a ritirare… quello che era scritto sarebbe stato il “SUO” Oscar! E invece no. Quantomeno la sua assurdissima campagna è servita a rendere lo sconfitto ma stupendo «MARTY SUPREME» il più grande incasso targato A24, che ricordiamo essere fra le più grandi e coraggiose ed eroiche case di produzione e distribuzione cinematografica attualmente in circolazione. Si può perdere un premio così?

Ma quindi chi ha vinto allora il tanto agognato e così spasmodicamente e lungamente desiderato Premio Oscar come Miglior Attore Protagonista 2026??? Colui che davvero lo meritava, che è l’opposto della monoespressività, che è stato capace di realizzare non una bensì DUE interpretazioni – IN CONTEMPORANEA – molto ma molto diverse fra loro per caratterizzazione, spessore psicologico e atteggiamento: due gemelli che nel corso della pellicola di cui sono protagonisti discutono, fanno pace, si picchiano, s’abbracciano, si vogliono bene… anche se caratterialmente son tanto diversi l’uno dall’altro! Il primissimo interprete della Storia ad aver vinto l’Oscar per aver impersonato due gemelli. Forse per il buon Timothée (che magari inizierà a darsi all’Opera e al Balletto dato che tanto questo Oscar mica lo vince più dopo il fallimentare disastro di quest’anno) non sarà stato un granché come momento, ma per me è stato un regalo del Cielo vedere Te, MICHAEL B. JORDAN, salire su quel palco e prenderti quella meritatissima statuetta, assistere alla tua commozione sincera e naturalezza istintiva e spontaneità genuina e squisitamente umana, che non hanno bisogno di campagne marketing fuori di testa o di maleducazione snobistica o di chissà quali artifici, ma che son meravigliose così come sono! Sei salito lì sopra, hai preso il tuo Oscar, e subito hai detto “Dio è buono…”. Poi hai chiesto a tua mamma come andava, hai cercato tuo papà tra il pubblico e che veniva dal Ghana apposta per poterti vedere, hai ringraziato i tuoi fratelli e i tuoi genitori per averti dato lo spazio di essere visto. È stato bellissimo. E infine hai ricordato su quel palcoscenico tutte le attrici e gli attori afroamericani che hanno vinto prima di Te e che quella sera erano lì con Te e assieme a Te, su quel palco. E hai pronunciato parole che meglio non potevano essere dette, e che racchiudono il significato più profondo del film per cui hai vinto. Quella pellicola è «I PECCATORI», che aveva già riscritto la Storia della Settima Arte guadagnando il più alto numero di candidature mai guadagnato da un film: 16 nominations agli Oscar 2026. Era già chiaro secondo bookmakers e pronostici che ne avrebbe vinti molti meno, ma ne ha comunque vinti di tanto importanti, dinanzi a cui non si può dire che non sia stato tra i grandi trionfatori di questa serata. «Sono qui insieme ai miei antenati, vi sento. Avete scommesso su di me, e io ci ho creduto e continuerò a crederci». Ci ha creduto, e allora lo ha fatto. Ha scommesso su sé stesso. E questo perché sentiva che chi l’ha preceduto, credeva in Lui. E così anche Lui ha finito per credere in sé stesso. E provarci. Il film – che parla proprio di Famiglia e Legami e Tradizione e Arte e Passione, ha anche vinto la Miglior Fotografia per la primissima direttrice della fotografia ad aver vinto una statuetta e cioè AUTUMN DURALD, Miglior Colonna Sonora per il giovane veterano LUDWIG GÖRANSSON (la sua Terza statuetta) e Miglior Sceneggiatura Originale all’autore e sceneggiatore e regista RYAN COOGLER, il quale – dopo aver chiesto al pubblico plaudente di sedersi perché molto nervoso – rivolgendosi ai suoi affetti più cari e ai suoi amori più grandi ha detto che i nostri ricordi son tutto quello che abbiamo e vanno conservarti per sempre e che son quello che ci spinge in avanti e ci fa credere in Noi stessi.

Nel caso della Miglior Attrice Protagonista, nessuna sorpresa! Trovo un peccato mortale non si sia parlato abbastanza di una cinquina fortissima come quella delle interpreti protagoniste, ma uno dei motivi è presto detto: in questo caso i giochi erano già fatti da tempo! Per quanto ognuna di queste performances sia strabiliante e incantevole e mi verrebbe da dire “sovrumana”… era già assolutamente chiaro non potesse che vincerlo Lei, l’Oscar. Recentemente, proprio in vista della Grande Notte, è venuto fuori come non fosse amante dei micetti. E la cosa destò scandalo, anche se non come il caso dell’Opera e del Balletto e di Chalamet. Comunque non vi sono gatti fra i membri dell’Academy! E infatti Lei ha vinto. Ma ha vinto anche perché un’interpretazione di questo tipo non può che essere considerata alla stregua di un dono divino di portata cosmica e insieme celestiale che ti innalza sulle vette del Monte Olimpo e ti porta a chiederti cosa sia la Finzione e cosa il Reale, tanto è autentico e vero e profondissimo il dolore di cui la sconfinata JESSIE BUCKLEY s’è fatta incarnazione nella sua forma più straziante e sofferente. Io la ammiro e la stimo e la idolatro da molto molto molto tempo, ritenendola una delle più grandi attrici della sua generazione. Come in realtà di ogni altra generazione. Quella statuetta doveva arrivare, e arriva a seguito di questa eccezionale performance che fa venire i brividi in una pellicola che è tutta un brivido – o meglio un pianto disperato e soffocato in gola – e che è «HAMNET». Siamo nei territori del capolavoro. Soprattutto, Jessie è stata un capolavoro monumentale attraverso la sua Arte. E anche se già si sapeva che avrebbe trionfato, quando hanno detto il suo nome l’emozione è arrivata comunque. Il suo discorso d’accettazione, fatto all’insegna dell’Amore che muove le azioni del suo personaggio, Lei ha scelto di dedicarlo a quello che ha definito il meraviglioso caos che è il cuore di una madre, nel giorno in cui il Regno Unito festeggia la Festa della Mamma. Tra gli affetti più cari, ha del resto nominato anche la sua figlia neonata Isla di otto mesi, che probabilmente nel momento in cui la mamma sta vincendo il Premio Oscar sogna il latte, e con la quale desidera riscoprire la Vita. E conclude ricordando che tutti Noi se siamo qui oggi è perché proveniamo da una stirpe di donne che continua a crearne, di Vita, contro ogni probabilità. Ma queste donne credono. E quindi creano. Ci creano.

Il netflixiano «FRANKENSTEIN» del Maestro GUILLERMO DEL TORO può dirsi soddisfatto. Sicuramente non tra i protagonisti assoluti della serata, del resto nemmeno nel corso dei mesi precedenti se n’è parlato più di tanto… ciò nondimeno la pellicola è ineccepibile da un punto di vista squisitamente estetico-visivo e le tre statuette a cui poteva puntare se l’è prese tutte: Miglior Scenografia, Migliori Costumi e infine Miglior Trucco e Acconciatura. Quel fantastico classicone emozionante di «F1 – IL FILM» del sempre-più-iconico JOSEPH KOSINSKI s’è portato a casa una statuetta per nulla scontata e che sarà stata festeggiata con sommo gaudio: il Miglior Sonoro, meritatissima vittoria dato che quel roboare di motori era talmente vivido e vero che ti faceva essere sulla pista da corsa. Il deludente «AVATAR – FUOCO E CENERE», terzo capitolo della nota saga a firma di JAMES CAMERON, dopo il gran flop che ha fatto ha già da esser contento della statuetta vinta come Migliori Effetti Visivi. E poi veniamo ad uno dei grandissimi trionfatori vincenti di questi Premi Oscar 2026: nessuno avrebbe mai anche solo lontanamente ipotizzato che il netflixiano «KPOP DEMON HUNTERS» sarebbe stato il fenomeno globale e successone mondiale clamoroso che effettivamente è poi stato… e invece eccolo vincere non uno bensì due Premi Oscar! Miglior Film D’Animazione e Miglior Canzone Originale. Stringendo in mano quel Premio Oscar vinto dalla sua oramai celeberrima e iconica canzone «GOLDEN» – primissimo pezzo K-pop a vincere quella statuetta – la cantante EJAE ha raccontato di come tutti la prendessero in giro perché amava quel genere musicale. Ora però il Mondo intero canta la sua canzone. E in coreano!

Una serata all’insegna del Crederci, del Provare, del Sognare, se ci pensate bene. Fra mamme che credono ogni giorno di poter creare nuova vita anche se con tutto contro, persone che sentono lo sguardo amorevole di quegli antenati che scelgono di credere in loro e in nome dei quali realizzano successi grandiosi, interpreti che non venivano nominate ad un Oscar da quarant’anni ma che sono ancora qui a provare a vincerlo, cantanti K-pop viste dall’alto al basso ma che sentivano di poter regalare al Mondo qualcosa di bello e da amare, emerge una Verità sopra ogni altra, che è quella che lo stesso conduttore aveva enunciato all’inizio:
Il Cinema, l’Arte e le Storie che ci raccontiamo ti fanno credere che la Vita sia altro rispetto a quello che è. Che possa essere altro. Dinanzi ad un film, è come se la Vita si fermasse. E ti venisse raccontato qualcosa che è simile, ma in qualche misura migliore. Con un significato. Il che non significa fuggire dalla Vita. Ma l’esatto opposto: accoglierla dentro di sé e renderla come vorresti che fosse.
È stato enormemente complicato non menzionarlo fino ad ora. Ma adesso, finalmente, in chiusura… lo farò.
Tre lettere: PTA.

Faccio una confessione. Vengo da un periodo piuttosto complesso e complicato. Senza addentrarmi nei dettagli e dilungarmi troppo in quisquilie: vi era una discreta (anche più che discreta!) possibilità che potessi non essere qui, oggi, nel momento in cui sto scrivendo questo articolo. E invece sono sopravvissuto, e sono ancora qui, e ancora vi tedio coi miei articoli lunghissimi, la mia prolissità prolissa e il mio fiume in piena di parole!!! Ebbene: sono convinto dentro di me – IO SO CHE È COSÌ – che se oggi sono ancora qui… una delle ragioni sta anche in questo. Nel fatto che io questa Notte la dovevo vedere. Io DOVEVO viverla. Non potevo andarmene senza averla vista. È da 18 anni che l’attendo. E di anni ne ho 25. Era da tutta la vita che aspettavo questo momento.
Un giorno, quando avevo sette anni – era Febbraio 2008 -, m’imbattei per caso in una pellicola. La proiettavano in TV, sul canale Rete Quattro, se la stava guardando mia madre. Nel mentre mio padre dormiva, ma lui ama molto dormire. Quanto a me? Io mi facevo i cavoli miei, camminavo avanti e indietro per il salone come quel pazzo che già ero, perso nelle mie fantasie, nei miei mondi immaginifici. Solo che a poco a poco, man mano che continuavo nel mio peregrinare avanti e indietro, mi capitava di fermarmi davanti al televisore. Di indugiare. Rapito da quanto stava accadendo sullo schermo. Poi riprendevo col mio camminare, sia chiaro. Ma sempre di più mi ritrovavo lì, in piedi, davanti alla TV, come ammaliato e profondamente rapito ed estasiato. Fino a quando non mi fermai del tutto, sedendomi sul divano accanto a mia madre.
Quel film era «IL PETROLIERE». In originale: «THERE WILL BE BLOOD». L’attore protagonista il più grande mai esistito e che mai esisterà: DANIEL DAY-LEWIS. Il coprotagonista uno dei più sensazionali interpreti a cui abbia mai applaudito, un attore dal talento colossale: PAUL DANO. E il regista e sceneggiatore? Era Lui. PTA: PAUL THOMAS ANDERSON.

Quella notte – di fronte a quello che non divenne semplicemente il mio film preferito ma “la cosa fatta da un Essere Umano” che io preferisco in assoluto guardando a tutta la Storia completa della nostra specie – quella notte capii qualcosa di veramente fondamentale su di me, sul Mondo, sulla Vita. E cioè che l’esistere è faticoso, doloroso, a volte insopportabile. Chi vuole vivere, di fronte a questo schifo? Ma io ho trovato un modo per averci a che fare. Per renderlo bello. Per riuscire a vivere. E quel modo sono le Storie. Siano esse Cinema oppure Teatro o Letteratura. Perché attraverso le Storie puoi arrivare financo a fermare la Vita. Il Cinema ci fa fermare. E per un momento Tu non vivi più la Vita, ma vivi altro, altro che non sapresti neanche definire, ma che sa essere più vero e autentico e vitale della vita stessa!
Capite cosa sto cercando di dire?
Io amo il Cinema perché una notte io vidi quel film di PTA.


Io ho fondato MERCUZIO AND FRIENDS perché una notte io vidi quel film di PTA.
Io oggi sono ancora vivo e non intendo andarmene da nessuna parte perché una notte io vidi quel film di PTA.
Ti amo, Paul Thomas Anderson. Ho ricevuto tante botte dalla vita, ma Tu sei tra i pochi che non mi ha mai abbandonato, lasciato, mollato. Anche nei miei momenti peggiori, Tu eri lì. Per me. Soprattutto nei miei momenti peggiori. E so che non mi conosci. Dubito fortemente Tu abbia mai visto qualcosa di quello che faccio con M&F in qualità di Augusto Direttore. Ma anche se non sai chi sono, e chissà se un domani mai ci conosceremo, volevo farti sapere che Tu m’hai salvato. E che ti sono così profondamente grato. Perché sì, Tu m’hai salvato 18 anni fa. E continui a salvarmi d’allora. A farmi credere che davvero sia possibile fermare ciò che non può essere fermato – la Vita! – e che possiamo raccontarcela alla nostra maniera e allora cambiarla e renderla migliore. Darle un significato che forse non esiste nemmeno, o comunque non è “alla nostra portata”. Questo me lo hai insegnato Tu. E se oggi sono vivo era perché dovevo vederti stringere quelle TRE STATUETTE in mano, FINALMENTE! Erano quasi trent’anni che stavi inseguendo l’Oscar. E io era dal 2008 che t’accompagnavo lungo l’attesa. E, come Te, aspettavo. Ben undici nominations prima di quest’anno, e zero vittorie. Una vergogna ignominiosa che non ha eguali. Poi però hai realizzato «UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA». Che è stato il GRANDISSIMO TRIONFATORE ASSOLUTO di questa Notte dei Premi Oscar 2026. Ben sei statuette. Attore Non Protagonista per Sean Penn. Miglior Montaggio per ANDY JURGENSEN. Miglior Casting per la casting director CASSANDRA KULUKUNDIS: era la primissima volta che veniva assegnato questo premio ed era dal 2001 – quando venne istituito l’Oscar come Miglior Film D’Animazione – che non ne venivano inventati di nuovi! E poi? Poi i tuoi tre: Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Regia e naturalmente Miglior Film.


Trattasi di un grandissimo film grandioso, questo è chiaro. Una pellicola di quelle davvero autenticamente grandi, e per mezzo della quale Paul dimostra ancora una volta come Lui sia un capolavoro di regista: dopo cento e passa anni di Storia del Cinema, riuscire a filmare qualcosa che già è stato filmato più e più e più volte – come ad esempio un inseguimento automobilistico – in una maniera nuova con cui mai era stato filmato prima… solo i Talenti più incommensurabili possono. E Tu, Paul, sei per me il più Incommensurabile dei Talenti.


Credevo di svenire quando ti ho visto vincere il primo, quello per la Sceneggiatura Non Originale. Eri emozionato, si vedeva, ma sei stato grande. Hai dedicato quella vittoria a chi ami di più, alla tua famiglia, a coloro che ben sanno – come dici Tu – che significa condividere la vita con un autore/artista! Tra il pubblico, la tua compagna da una vita e madre dei tuoi figli – la formidabile attrice comica MAYA RUDOLPH – commossa ed emozionata. Il film dici di averlo scritto per i tuoi figli (PEARL BAILEY, LUCILLE, JACK e MINNIE IDA), così da dire loro che ti dispiace per il gran casino in cui versa il Mondo che loro stanno ereditando. Ma forse, aggiungi, sarà proprio la loro generazione quella che sarà capace di restituire giustizia e dignità a questi nostri tempi disordinati e caotici. Tornano i temi della Speranza, dell’Ottimismo e del Credere. Quando poi hai vinto la Regia, lì su quel palco – dopo aver ammesso che si lavora duro per arrivare fin lì – dando prova di un’Umanità semplice e genuina e candida degna del Grandissimo Narratore che sei, hai ringraziato tutti i colleghi registi che erano nominati a quel premio insieme a Te. Hai ricordato il tuo amico e collaboratore ADAM SOMNER, produttore insieme a Te e a SARA MURPHY di «UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA» e quindi vincitore del Miglior Film postumo, mancato prima dell’uscita della pellicola, e hai detto che te lo immaginavi bere gin tonic sopra le nuvole. E poi, con una modestia e un’umiltà che solo i Veri Maestri dimostrano di avere, dici che spesso i dubbi nel cuore sul meritarsi o meno riconoscimenti del genere vengono. Ma poi – con altrettanta sincerità e candore – dici che giustamente ora ti ritrovi con un Oscar tra le mani e che la cosa è fantastica e che già che ce l’hai te lo terrai! Poi, prima di lasciare il palco, ricordi che se sei lì è perché ci sono state persone che hanno creduto in te e ti hanno dato fiducia e tempo e che è questa la cosa più bella del lavorare con una troupe. E che in una troupe tutti hanno bisogno l’uno dell’altro per andare avanti, ed è per questo che ami il Cinema: perché il Cinema è sempre stata casa tua. E l’hai resa anche “casa nostra”.


Poi è arrivato il momento del Miglior Film. Era oramai ovvio che Paul Thomas Anderson avrebbe vinto anche quello. Una volta lì sul palco, cita uno ad uno i membri del suo cast ringraziandoli. Non si dimentica mai degli altri, quel Maestro Assoluto. E infatti, sempre con quell’umiltà modesta e quella semplicità genuina che contraddistinguono i Veri Grandi, una volta stretta la statuetta del Miglior Film in mano, ricorda la cinquina dei nominati in quella categoria nel lontano 1976, mezzo secolo prima, quando venivano premiate le Migliori Pellicole del ’75: «Nashville» di Robert Altman che di PTA fu il Maestro; «Barry Lyndon» del ben noto Stanley Kubrick; «Qualcuno volò sul nido del cuculo» che il Miglior Film lo vinse; «Quel pomeriggio di un giorno da cani» del mitico e troppo poco celebrato Sidney Lumet; e infine «Lo Squalo» di quell’Uomo che è incarnazione stessa della Settima Arte e cioè Steven Spielberg. Considerati oggi fra i più maestosi capolavori di tutta l’intera Storia del Cinema, PTA guardando a quella cinquina ricorda come non esista veramente un “miglior film”, c’è piuttosto quello che prova il pubblico in quel momento. Io dico che forse «Una Battaglia Dopo L’Altra» non è il film migliore di quest’anno, ma Tu sei il Migliore di Tutti. E ti meriti molto più di Tre Oscar. Ti meriti l’immortalità. Di sicuro hai il mio cuore e la mia anima. Concludi invitando tutti quanti a bere un martini! E in quel momento assisto ad una delle immagini di cui non mi scorderò mai, son sicuro, per tutta la vita: il Maestro STEVEN SPIELBERG – che è stato il primo cineasta ad avvicinarmi alla Settima Arte – urlare dagli spalti come un fan sfegatato in onore del più grande dei cineasti, e suo carissimo amico, nel mentre che riceve l’Oscar Miglior Film.


È da quando è iniziato il 2026 che continuo a ripetere a me stesso e a chiunque mi circondi – in continuazione! – che questo sarà L’ANNO DELLA SVOLTA. E io so che sarà così. Perché? Perché l’ho deciso io. Perché io scelgo di credere. Io CREDO sarà così. E Credere è la nostra Forza più grande. Il Cinema tutto è una Storia di persone che credono. E che dunque ci provano. PTA realizzò il suo primissimo cortometraggio quando aveva 18 anni, viveva nella sua San Fernando Valley e sognava di fare film. Credeva che ci sarebbe riuscito. E ci ha provato. E che è successo quindi? È successo che poi ha sfornato quasi solo immortali capolavori leggendari, paradisiaci, sublimi, impareggiabili e fenomenali – tra i più grandi che qualsiasi cineasta o addirittura narratore in termini assoluti abbia mai realizzato! – nell’arco della sua Vita e per quasi trent’anni ha creduto che un giorno ci sarebbe riuscito, a vincere quella statuetta. Ora ne ha vinte tre, ed è stato perché non ha mai smesso di crederci. E quindi io Paul lo farò, renderò questo 2026 – quest’anno così grandioso e importante anche per Te – l’Anno della Svolta. Io dovevo essere vivo per forza, dovevo sopravvivere al 2025 perché dovevo arrivare al 2026 e vederti vincere, trionfare e fare la Storia! Questo è il tuo anno, Paul. Quanto sono andato avanti a dirtelo e ripeterlo nel corso di questi ultimi mesi? E avevamo ragione noi due. Questo è il tuo anno. Questo è il NOSTRO anno. Io dovevo essere vivo oggi, perché dovevo vederti. Io vivo grazie a Te. È così da sempre e sarebbe stato così comunque, con o senza quelle statuette. Ma che soddisfazione vincere l’Oscar, eh? E sì, io lo farò. Farò sì che sia questo l’Anno della Svolta. E sarà così anche perché Tu mi hai dato l’esempio, mi hai guidato e soprattutto – anche se non ne hai idea – mi hai dato la Forza. Sei stato la mia Forza. Perché Tu coi tuoi film hai saputo parlarmi come nessuno, e io son realmente convinto di conoscerti come forse neanche chi condivide la Vita con Te ti conosce, e sento che mi hai parlato, che Tu quei film li hai fatti per me (quantomeno anche per me), lo sento davvero, e Tu mi hai fatto intravedere lampi di Vita Vera e… e non so davvero se ho reso tutto quello che volevo dirti. Non credo riuscirò mai a dirti tutto quello che volevo dirti. Che fare dunque? Forse dovrei fare come Te, per dirti davvero quello che provo. Forse dovrei fare un film. Forse questo sarebbe davvero il solo modo possibile, come mi hai insegnato Tu…


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