DI ALBERTO GROMETTO
Iniziamo diretto, senza fronzoli o orpelli né convenevoli. Diretti come la Vita.
Di che parla la pellicola di cui in assoluto si parla di meno, quando parliamo degli imminenti PREMI OSCAR 2026 e dei dieci candidati al Miglior Film?
Parla della Vita. E per parlare della Vita, sceglie di parlare di una vita. Una vita nello specifico. Che ha di speciale questa vita? Cosa la rende diversa dalle altre? Al punto da essersi meritata addirittura un film tutto suo? Niente! Assolutamente, completamente, inequivocabilmente… NIENTE!
Beh, è questo il bello! Qua sta parte della grandezza del titolo di cui vi parliamo quest’oggi. Che la vita di cui si racconta non ha niente di speciale o bello o diverso, rispetto a qualsiasi altra vita. In confronto alle millemila altre vite a cui possiamo pensare, non cambia questo granché. È semplicemente una vita. Semplicemente, una vita semplice. Soprattutto: trattasi di una vita come tante altre.

La pellicola «TRAIN DREAMS» decide di raccontarti integralmente dell’esistenza di un uomo in tutta la sua completezza. Tutta quanta, dalla nascita fino alla morte. Trattasi di un’ottantina d’anni, ci vien detto. La semplice vita semplice di un uomo che era semplice, e che ha vissuto come tanti altri. Ci tengo a sottolineare questa semplicità di fondo, perché quell’uomo è stato così: semplicemente semplice. Nessun colpo di testa, né chissà quale grandissimo sogno pazzesco. Niente di tutto questo. E a dire il vero lungo tutti i suoi ottant’anni di vita quest’uomo non è mai sembrato davvero uno capace di “vivere”. Di vivere veramente.
Lungo tutti i suoi ottant’anni di vita, quest’individuo ha vissuto tutto il tempo come fuori luogo, costantemente fuori posto, attraversato dalla sua stessa esistenza senza che abbia mai reagito. Eccezion fatta per alcuni sparuti casi eccezionali, quest’uomo non ha mai dimostrato la benché minima reattività. Potremmo – e chi ha visto questo film apprezzerà il paragone! – compararlo ad un albero. Quegli stessi alberi di cui tanto si parla nell’arco della pellicola. L’albero è fermo, fisso, piantato nel terreno. Ed è vivo, l’albero vive! Eppure resta lì, immobile, inamovibile, ancorato alla terra. E nel mentre che la Vita gli scorre attorno, lui continua a fare quello che sa fare meglio: stare fermo, fisso, piantato nel terreno. Ecco, il protagonista è così che è fatto: non ha mai conosciuto chi fossero i suoi genitori, ha vissuto sempre e solo nel suo Idaho statunitense e se anche si è leggerissimamente un filo spostato da lì non è mai andato troppo lontano (la zona è rimasta sempre quella!). Versa nella più completa solitudine, lavora praticamente tutto il tempo e non rivolge quasi mai la parola a nessuno. Non che sia scontroso o altro. Solo che è un gas inerte. O meglio, un vegetale. Appunto: un albero.

Nessuna ambizione in lui. O desiderio. Non ha spirito di iniziativa. Del resto è stata la donna che sposerà ad averlo approcciato, e non il contrario. Fu lei ad andare da lui e a fare il primo passo, e fu lei a condurre. Fatto straordinariamente inusuale considerando il periodo storico in cui si svolge la narrazione. Perché sì, lui miracolosamente si sposa! E su questo ci torniamo tra poco. Riguardo invece al periodo storico che dicevamo: questa esistenza di cui il film ci racconta parte negli anni ’80 ottocenteschi e termina sul finire dei ’60 del secolo scorso. Insomma, un’epoca storica in cui in effetti qualcosina è capitato! Nel mezzo abbiamo solamente: la Belle Époque, due guerre mondiali, dittature e rivoluzioni varie e di vario tipo, svariati sconvolgimenti strutturali e culturali e tecnologici e sociali e… e chi più ne ha, più ne metta! Cambiano la società, il Mondo, l’esistenza stessa: cosa accadde? Accadde la Vita. Accadde di tutto! Ma questo capita intorno al protagonista, attorno a lui. Sopra, sotto, di traverso. Ma dentro di lui? Dentro sembra non cambiare proprio niente. Soprattutto: lui rimane sempre lo stesso identico tale e quale. Succede la Vita attorno a lui e lui, che sulla carta è vivo, vede questa Vita che succede e non reagisce. L’Umanità inizia persino a puntare alla Luna, pensate un po’! Ma lui a quanto pare non fa parte di quell’Umanità che sogna la Luna. Lui deve rimanere sulla Terra. E a terra. Dove è sempre stato. Come ogni albero che si rispetti.
Il nostro è un Mondo fatto di continui cambiamenti ed esso stesso è un cambiamento continuo, ma soprattutto a partire dall’inizio del XX secolo si è andati incontro ad un epocale stravolgimento colossale di proporzioni galattiche a seguito del quale s’è impressa un’irrefrenabile velocità per quanto concerne l’evoluzione (ma siam sempre sicuri si tratti di evoluzione e non di involuzione) umana. La cosa ovviamente disorienta. Specie se poi si guarda al pezzo di Mondo che abita il nostro protagonista: quello del Vecchio West nel momento in cui smette di essere West! Esatto, il polveroso West dei pellerossa e dei saloon e dei cowboy con tanto di stivaloni e rivoltella, raccontato in mille e passa film al punto da farci nascere un intero genere, tra i più fortunati della Storia della Settima Arte, quello cosiddetto “Western”. Quello razzista verso gli indiani e che sulla carta mirava a tenere insieme le comunità degli uomini sulla base di grandi valori e ideali. Ecco, è quel West lì abitato dal nostro che sta sparendo, inghiottito dalla civilizzazione imperante e dall’arrivo dei grandi centri urbani e delle metropoli cittadine.

Ne si deduce quindi che in un mondo disorientante si muove il nostro disorientato protagonista. Che poi è disorientato di per sé. È disorientato dalla sua stessa Vita! Per forza: ha vissuto senza punto di riferimento alcuno, i genitori non sa nemmeno chi siano, ha abbandonato gli studi da giovanissimo e non ha un mezzo sogno, o una sua passione. Si muove senza direzione in un mondo nel momento del suo trapasso, del suo tracollo, del suo decesso. Il West deve morire così che poi ci si prepari ad accogliere le guerre in Europa prima e la Luna poi. Ma questo non riguarda minimamente il nostro. In alcun modo. Quasi come vivesse in un mondo tutto suo, a parte, isolato.
Ma è peggio ancora di così: vivesse in un Mondo tutto suo almeno, ma lui un Mondo suo manco ce l’ha! Ha solo questo, di Mondo. Il nostro. Solo che non riesce ad adattarsi a questo Mondo, è come un pesce fuor d’acqua, sembrerebbe essere impermeabile a quel che lo circonda. Ritorna la metafora vegetale dell’albero. Lui è una pianta grassa, una presenza che si trova lì e che serve esclusivamente a riempire lo spazio che occupa. Ed è questo un altro degli aspetti geniali di questa impressionante opera brillante: avete presente quelle presenze considerate meramente riempitive, che esistono solo “per far numero”, che sono vuoto allo stato puro anche se in realtà non lo dovrebbero essere sulla carta? È come quando ti ritrovi nel mezzo di un’uscita di gruppo, una sera, e tra tutti c’è quel tizio che non conosci e che osserva la gente attorno a sé ma senza interagire, che non parla, che se ne sta zitto. Ecco, quel tizio è quello su cui hanno deciso di farci questo intero film! Hanno preso questo tipo di figura – così laterale, anonima, normalmente vista sempre di sbieco – che non sembrerebbe nemmeno averlo un suo Mondo interiore nel quale rigirarsi ma che vive semplicemente staccata e separata e divisa “dal tutto” – e l’han reso il protagonista.
Mi complimento col giovane regista, qui alla sua opera seconda, tale CLINT BENTLEY, che firma una regia degna del Premio Oscar e che son convinto che se continuerà a realizzare perle di questo tipo, un domani non dovrò più scrivere “TALE Clint Bentley”, bensì “il Maestro Clint Bentley”. Infatti, poche storie: questo «Train Dreams» in termini estetici, visivi, di messinscena e fotografia è un capolavoro eccezionale senza mezzi termini. Quasi tutto ambientato all’aperto, vanta una spettacolare fotografia pazzesca e una resa della luce strabiliante, la nitidezza dei colori è impressionante, a livello visivo non si può che rimanere a bocca aperta. I miei più spassionati complimenti vanno dunque anche al direttore della fotografia, l’ancor più giovane ADOLPHO VELOSO, lui effettivamente nominato a questi Premi Oscar 2026, primissimo brasiliano ad esser candidato in questa categoria.

Ed è anche proprio per mezzo dell’immensa e sconfinata e maniacale cura estetico-visiva che vi è dietro, se Noi che guardiamo un film che sulla carta sembrerebbe essere inguardabile, invece ne rimaniamo assolutamente incollati, totalmente assorbiti, completamente rapiti. Perché la vita semplice d’un uomo semplice che si fa attraversare dall’esistenza alla stregua di un albero dovrebbe affascinarci? Uno si ritrova davanti ad un film per vedere… un film! Non la Vita! E di sicuro non una vita come tante altre.
Noi ne vediamo già fin troppa di vita. Ogni giorno, tutti i giorni. Nel momento in cui vogliamo vedere un film, quel che desideriamo è proprio smettere con la solita vita. Almeno per un po’. Almeno per lo spazio di una pellicola. Da questo deriva la nostra assoluta fame di Cinema. Eppure – qua sta l’assurdo controsenso pazzesco – un film è tale solo perché qualcuno ci ha messo in qualche modo della Vita. Perché i film che vediamo e le storie che raccontiamo servono a questo, a raccontarci qualcosa di Noi a tutti Noi. E raccontando Noi a Noi stessi, forse arriveremo a capirci. Persino a trovare un significato che altrimenti non sarebbe stato così facile trovare.
Questo vuole essere un film che ti racconta la vita di un uomo semplice, pur risultando una pellicola tutt’altro che semplice! La vita che vediamo andare in scena nella sua interezza integrale davanti ai nostri occhi è una vita che comporta gioie e dolori, che ci riserva bellezze e amarezze, che ci addolcisce e che poi subito dopo ci piazza pesantissimi ganci nello stomaco. Proprio come qualunque altra vita! E alla fine di tutto – assurdo ma vero! – ci rendiamo conto che forse quest’uomo che si ritrova sotto la nostra lente d’ingrandimento, che si ritrova al centro del film – lui che è la cosa più lontana “dal centro” che esista – lui che apparentemente vive staccato, separato, scisso dal tutto, isolato, quasi inerte, un vegetale… forse lui così tanto diverso da Noi che ne guardiamo la vita non è. Ed è per questo che ne si deduce che forse, in qualche forma e misura e maniera, lui è interconnesso col Mondo circostante. Quello stesso Mondo disorientato almeno quanto lui. E che sì, forse anche il nostro protagonista dopotutto è “parte del tutto”.

Al di là della meraviglia visiva, io sento di dovermi inginocchiare ammirato dinanzi anche al lavoro narrativo dietro la sceneggiatura, che porta la firma dello stesso Clint Bentley e di GREG KWEDAR, e che si basa sull’omonimo romanzo del compianto scrittore statunitense DENIS JOHNSON. È anche merito loro se questo film – sulla carta inguardabile – diventa fra le cose più guardabili che esistano! Al punto che quando finisce, ne avresti voluto di più. Perché quel che di magnifico ha questo gioiello è pure il fatto che non t’annoia mai, che ti intrattiene sempre, che ti mette addosso la voglia di guardare! Drammatici ganci nello stomaco incredibili, dicevamo prima. Ma anche tantissimi momenti che ti fanno ridere di gusto al punto da aver un male cane alla mascella! Perché questo film qua ti presenta un’assurda galleria infinita di caotica e folle e insieme meravigliosa umanità, una sfilza di personaggi tutti estremamente caratterizzati e peculiari e ognuno coi suoi pregi e difetti, e che nel giro di pochi secondi ti rimangono già impressi, specie perché la quasi totalità di loro ha in effetti una parte minima. Il nostro ne incontra tantissimi, ma la stragrande maggioranza resta in scena – nel film e nella sua vita – per pochissimo. Come in effetti accade alle tante e più persone che ognuno di Noi incontra lungo il cammino della Vita.
Fra tutti loro io DEVO – e sottolineo “DEVO”, non solo “posso” o “voglio”, ma DEVO – citare IL VECCHIO ARN! Impersonato da un sempre divino e fenomenale e formidabile e sublime WILLIAM H. MACY che definirlo in questo caso “MASTODONTICO” è dir nulla, e il quale avrebbe secondo me non solo meritato una candidatura ma addirittura una vittoria trionfale ai Premi Oscar in qualità di Miglior Attore Non Protagonista, il Vecchio Arn è un personaggio meraviglioso, mi verrebbe da chiamarlo “una perla dentro una perla”, una sorta di capolavoro a sé stante. Il protagonista ha un lavoro per cui si ritrova a stare in contatto con tantissime persone (lui che è la persona meno comunicativa che ci sia, lo sappiamo!) per un certo lasso di tempo, e poi mai più. Qualcuno però lo ritrova, anche più volte, e tra questi il Vecchio Arn. Per sua fortuna, ma anche per nostra! Ogni volta che lui è in scena, state pur certi che sarà spettacolare. Lui stesso è uno spettacolo che regala continue meraviglie! La sua figura è a metà tra quella del vecchietto rimbambito che non fa niente tutto il giorno se non scassare le balle a quelli che lavorano davvero ricordando i bei tempi andati in cui era lui (almeno così dice) a rimboccarsi veramente le maniche… e il vecchio saggio che d’improvviso se ne esce con quella sconcertante frase d’una sensibilità profondissima e assolutamente umana che non t’aspettavi, che risuona d’una saggezza antica, degna di un “Uomo dei Boschi” quale lui effettivamente è. Da una parte tira fuori la sua bella fisarmonichina, oppure canta, e dà fastidio a chiunque! Poi ti fermi anche tu, insieme al protagonista, a chiacchierare con lui e a chiederti come la pensa. E lui ti dice quella frase, dopo la quale ti entra nel cuore. Ed è anche grazie a lui, se Noi tutti e il protagonista stesso arriviamo a capire che è meraviglioso. Fermi: cosa è meraviglioso? Il tutto!

La Bellezza di «Train Dreams» risiede infine in questo. Per tutto il tempo del film, pur non annoiandoti per nulla e anzi divertendoti incredibilmente ed emozionandoti irrefrenabilmente, ti vien da chiederti quale sia il senso. Ci si interroga sul significato del film e su dove diavolo voglia andare a parare, nel mentre che ne prendiamo visione. Allo stesso tempo il protagonista stesso, che forse dopotutto così vegetale non è, inizia a cercare pure lui il senso della sua stessa vita. E Noi siamo lì, insieme a lui. Noi a cercare il senso del film, e lui della sua esistenza. E trovando uno, troveremo l’altro, scoprendo il senso della sua vita – e della Vita stessa in generale – arriveremo a capire quale sia il senso del film.
E qual è questo senso quindi? Qual è il senso della vita? Domanda con cui ci si interroga, ci si tormenta, ci si dilania da millenni: QUAL È IL SENSO DELLA VITA?
Semplice. Semplicissimo: È LA VITA STESSA!!!
Il senso della Vita è la Vita. La Vita, nel suo semplice ma anche caotico, nel suo fantasmagorico ma anche crudele, nel suo incessante ma anche continuo fluire!!! Il senso della Vita è la Vita. Non c’è un significato altro o più profondo da cercare in questa cosa. Ma non è che non c’è perché non esiste, questo significato. Non è che non lo devi cercare perché non c’è, ma molto semplicemente perché la Vita stessa ha già in sé questo significato più profondo. L’esserci, il vivere Qui e Ora e Adesso, il far parte di questo Tutto che Noi abitiamo e che – volenti o nolenti – ci abita, che ci sommerge e nel quale siam sommersi, il pensare che un albero sta crescendo in Canada e nel frattempo nel deserto del Sahara un cammello cammina, e le due cose fan parte dello stesso ecosistema, pensare che siamo stati in grado di conquistare il Cielo e poi lo Spazio attraverso veivoli e astronavi, che siamo stati capaci di fare grandi cose come innalzare palazzi là dove prima c’erano solo Alberi, il rendersi conto che Io sono Qui, Ora e Adesso, ma duecento anni prima c’era il nonno del nonno di mio nonno e fra duecento anni ci sarà il nipote del nipote di mio nipote… MA NON È FORSE QUESTA COSA LA PIÙ PRODIGIOSA MERAVIGLIA E IL PIÙ MERAVIGLIOSO DEI PRODIGI??? A che ti serve cercare un senso? Tutto il senso che ti serve è qui, in dove altro lo vuoi cercare il senso della Vita? È MAGNIFICO già così! Non potrebbe essere più magnifico di così: il senso della Vita è la Vita stessa! Qua sta il Grande Significato!
Ancora applausi fragorosissimi dei più tonanti possibili ad un cast attoriale eccelso dei più indovinati possibili. Oltre a quel capolavoro del già citato William H. Macy, quella grandissima attrice che è FELICITY JONES, quella moglie che abbiamo citato en passant poc’anzi e che è incarnazione di calore umano nella sua forma più calorosa. E ancora la strepitosa KERRY CONDON, che ci fa regalo di una performance memorabile. E infine il protagonista assoluto, che avrebbe a mio modo di vedere meritato la candidatura al Premio Oscar. E in realtà forse anche la vittoria. Sei stato smisurato e infinito attraverso questa tua maestosa e indelebile ed eterna performance, JOEL EDGERTON. Immaginarsi questa perla senza di Te, non è più possibile.


Esiste un termine tedesco al quale sono legatissimo: DASEIN. Significa l’Essere Qui e Ora, Adesso, Proprio In Questo Momento. Basta solo aprire gli occhi per rendersene conto. Per comprendere che esiste un Tutto e che anche Tu – Tu che tra il timido e l’imbarazzato non rivolgi mai la parola a nessuno ma guardi tutti quanti e ne rimani incantato e in qualche modo ne sei grato nel mentre che il treno della vita scorre e ti porta chissà dove e a vedere chissà cosa – pure Tu sei parte di quel Tutto. E che quel Tutto è tale anche perché ci sei Tu, a farne parte. E non è vero che sentirsi parte del Tutto non è roba per tutti. Ognuno di Noi, anche se magari ci ha messo ottant’anni di Vita per arrivarci, avrà un momento, anche uno solo, anche piccolo, in cui senza bisogno di cercare chissà che cosa, senza che lo avesse programmato o pianificato, sentirà di esserci. Ed esserci è il più grande dei significati possibili.


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