DI ALBERTO GROMETTO
“Oh, un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette […]”.
Friedrich Hölderlin
Questo articolo lo voglio assolutamente autoreferenziale, autocitazionistico, autoriflessivo pure! Tutti gli “auto-” che volete, sostanzialmente. Ma che cosa significa “auto-”? È un pronome greco, si parlerà molto di Grecia in questo mio pezzo. Il pronome in questione è αὐτός, che significa “sé stesso”. Sì, questo articolo voglio che parli di Noi. Ma… ma Noi chi, esattamente?
Semplice: NOI MERCUZIANI!

Chi – o cosa sono – dei Mercuziani? Oltre che essere un termine molto bello e simpatico con cui amiamo definire coloro che scelgono di tesserarsi all’associazione culturale di MERCUZIO AND FRIENDS, vuole significare qualcosa di più. Cosa? Credo che il modo migliore per poterlo spiegare sia raccontando la storia di due Mercuziani. Due Mercuziani veri, i protagonisti principi di questo mio articolo. E che sono da prendere ad esempio? No, assolutamente no, in quanto due perdenti colossali che sono ricordati come autori dei più stratosferici fallimenti di cui si sia mai narrato!
Da un lato abbiamo il personaggio d’animazione che più di ogni altro – animato o in carne ossa che sia – è stato associato alla sconfitta continua, alla sfortuna costante, alla disfatta perseverante: nell’immaginario comune fare come lui significa metaforicamente farsi esplodere una bomba in faccia (nel suo caso letteralmente!), significa concepire piani elaboratissimi che son destinati a fallire in partenza e a prescindere, significa perdere e perdere e ancora perdere. Trattasi di quello che si presenta a tutti con un biglietto da visita con sopra scritto “Genio”, che ha l’acume e l’intelligenza necessari per progettare e ideare qualsiasi tipo di invenzione – che comunque finirà sempre e in ogni caso per esplodergli in faccia! -, colui che potrebbe persino arrivare a lavorare tutto da solo ad un suo personale Progetto Manhattan mettendo a punto una nuova bomba nucleare solamente e unicamente ed esclusivamente per… per poter catturare uno struzzo! Storico volto di quei personaggi squisitamente anarchici e deliziosamente folli e assurdamente pazzoidi noti come «LOONEY TUNES», celebratissimo e amatissimo al punto che è impossibile non conoscerlo, il suo nome? WILLY IL COYOTE!!!

Dall’altro lato invece abbiamo a che fare col mondo della mitologia greca antica, e cioè l’insieme delle leggende e dei racconti e delle storie e delle narrazioni attraverso cui gli uomini dei tempi che furono si spiegavano le origini delle cose del Mondo o che hanno a che fare con figure eroiche e meno eroiche, ma comunque protagoniste di vicende straordinarie atte spesso a voler trasmettere un insegnamento. I Greci amavano il mito, la loro storia e cultura sono intrise di mitologia e sono da essa inscindibili. E spesso nei loro miti si racconta di personaggi che in qualche modo sono andati incontro ad una disfatta, che ci hanno provato e che poi hanno perso, che hanno osato troppo per poi finire faccia a terra nella polvere. E spesso nella maniera più clamorosa, dolorosa, grandiosa possibile. Ma di tutte queste fallimentari sconfitte, la più iconica e ricordata e risaputa di tutte è e rimarrà sempre quella di cui l’autore e artefice fu questo personaggio qui di cui vi stiamo per parlare. Il perché è forse legato alla grandezza spropositata di questa caduta, forse alla smisurata portata dell’insegnamento che si vorrebbe trarre dalla sua vicenda. Il punto è che oggi tutti o quasi conoscono ICARO L’ALATO e la sua leggenda.

Era il 1949 quando quello scriteriato d’un genio del regista e sceneggiatore e animatore statunitense CHUCK JONES, tra i massimi padri dei Looney Tunes – che ricordiamo essere prodotti dalla sezione d’animazione della WARNER BROS. – insieme a quello che sarebbe divenuto il suo storico collaboratore MICHAEL MALTESE diede vita ad una coppia di personaggi che avrebbe fatto per sempre la Storia della Settima Arte, arrivando in realtà a spingersi al di là dei confini dello schermo, segnando l’intero immaginario culturale collettivo storico globale. Una coppia degna di Stanlio & Ollio o Tom & Jerry se si guarda al Cinema e all’Animazione, Castore & Polluce oppure Orfeo & Euridice se guardiamo al mito antico. Burro e Marmellata se guardiamo alla cucina, anche se questo non c’entra niente ora! Ma di che coppia stiamo parlando? Willy il Coyote e BEEP BEEP. Impossibile pensare ad uno, senza pensare all’altro: voi riuscireste a concepire Ollio senza ricordarvi di Stanlio? No, non si può! Il fatto però è che Ollio non fa qualsiasi cosa faccia nella vita… col solo e preciso desiderio di catturare e mangiarsi Stanlio. Capite qual è il fatto? Uno è un coyote e l’altro una specie di struzzo! Non proprio uno struzzo a dire il vero, bensì un roadrunner (corridore di strada) se vogliamo essere precisi, un tipo di uccello del deserto, comunque avete capito. Prima non l’abbiamo detto, è stato dato per scontato, ma… Willy il Coyote, importante rimembrarlo ai fini della comprensione di questo articolo, è un coyote come dice il suo stesso nome. E i coyote mangiano quei roadrunner, o come si chiamano, di cui sopra. Certo, nessuno di loro è arrivato ai livelli di Willy, chiunque a dire il vero – coyote o umano che sia – avrebbe già rinunciato da tempo a catturare quel pennuto. Ma non quel fanatico folle del signor Coyote. Lui, alla stregua di un inventore pazzo, trascorre le sue giornate a progettare macchine micidiali, inventarsi arnesi fuori dal mondo, ingegnarsi su macchinari complessissimi tutto solo con l’unico, preciso intento di catturare Beep Beep. E ci è mai riuscito? No. Perché? Perché Willy è l’incarnazione e l’epitome massima dello sfigato nella sua forma più sfigata in grado di attirare su di sé qualsiasi tipo e genere di sfiga! A volte è colpa sua che commette delle cretinate di proporzioni bibliche, spessissimo il problema è dovuto al materiale difettoso e agli aggeggi assolutamente malfunzionanti di cui si serve – tutto fornito dalla stessa azienda, la ACME, di cui Willy è con ogni probabilità il cliente numero uno -, e ogni tanto le Leggi stesse della Fisica decidono di fare un’eccezione e rinunciare ad esistere quando si tratta di lui. Ma in ogni caso e a prescindere, che cada giù da un burrone, venga investito da un treno oppure si faccia saltare in aria, le cose gli vanno sempre male, l’impresa si rivela un fallimento e lo scaltrissimo piano messo a punto un disastro totale.

Il mito di Icaro invece, come ogni mito greco che si rispetti, affonda le sue radici in un altro mito, quello del Minotauro. La mitologia del resto è come una sorta di rete e ogni narrazione, personaggio, vicenda ne rappresenta un diverso anello. Nella bella isola di Creta, il Re Minosse venne cornificato dalla moglie Pasifae… con un altro cornuto, ma non metaforico! Trattasi di un toro divino. Il figlioletto che ne nacque era un mostruoso individuo col corpo da uomo e la testa da toro, che detta così sarebbe anche potuta andar bene… ma il fatto è che quello aveva un debole per la carne umana. Ecco, quel tipo era il Minoaturo. Non volendolo uccidere in quanto di natura divina, Minosse commissionò al suo architetto di corte la costruzione di un immenso e immane labirinto nel quale rinchiudere il figliastro. Non a caso quel costruttore, nonché inventore e quindi antesignano di Willy, si chiamava DEDALO, parola che ad oggi è sinonimo di “labirinto”. Appena finito di realizzarlo, Minosse pensò ben bene di rinchiudervi dentro proprio colui che l’aveva costruito, siccome era il solo che ne conosceva la struttura e dunque i segreti. Il solo, oltre che il figlio. Sì, Dedalo aveva un figlio che lo assisteva: Icaro. Ma Dedalo è come Willy: aveva sempre un asso nella manica, un coniglio nel cilindro, soprattutto una nuova invenzione per la testa! Progettò così per sé stesso e suo figlio delle ali di cera che avrebbero loro permesso letteralmente di prendere il volo e scappare via da Creta. Un avvertimento preciso però rivolse ad Icaro: non avvicinarti troppo al Sole! Fu più di un avvertimento, a dire il vero. E cosa fece quel rincoglionito? Preso lo slancio e trovandosi là, assieme al padre, in volo, librato nell’aria, iniziò a osservare come affascinato e rapito quella grossa, irresistibile, meravigliosa palla celeste incandescente e luminosissima che lo chiamava a sé, che lo attirava, che lo attraeva. Il Sole, appunto. Il suo “Beep Beep”. Sì, il fascino che il velocissimo e ipersonico roadrunner sempre in fuga esercita sul coyote non è così diverso da quello che il Sole esercitò su Icaro. Fu come un richiamo. E così Icaro decise di volare alto, sempre più alto, tutto per avvicinarsi al Sole. E il Sole non è come Beep Beep, non fugge via, se ne sta fermo lì, piantato nel Cielo, immobile. Quasi come se lo stesse attendendo. La cera si fuse, e Icaro crollò rovinosamente dall’alto sprofondando nelle acque del mare. In maniera non dissimile a Willy il Coyote durante le sue mille mila e più cadute giù per i dirupi sull’asfalto della strada. Ma Willy è un cartone, ogni volta che cade per quanto possa farsi male torna in piedi pronto per una nuova caduta. Icaro no, lui non si sarebbe rialzato dopo quella caduta, non sarebbe tornato in piedi balzando fuori dalle acque marine. Quella sua caduta sarebbe stata l’unica della sua vita. La prima, e ultima. La fine della vicenda di Icaro, l’uomo che volle avvicinarsi al Sole al punto da bruciarsi.

Spiegare quello che è stato il successone clamoroso pazzesco, non solamente in termini commerciali ed economici e pubblicitari, ma proprio da un punto di vista di eredità culturale ed emotiva della sfavillantissima coppia “Willy il Coyote & Beep Beep” è impossibile in poche righe, così come in un saggio intero. Per quasi un secolo da quando sono andati in scena la prima volta, quei due hanno lasciato il loro segno indelebile in ogni generazione, assurgendo al ruolo di icone monumentali. Addirittura entrando di prepotenza nel linguaggio comune: tutt’oggi, se incappi in una sfiga, espressioni del tipo “Effetto Willy il Coyote” fioccano. Due personaggi più espressivi di loro non ne esistono, anche se tutti e due non parlano e si esprimono solo attraverso cartelli. Tuttalpiù il pennuto emette un verso del tipo “Beep Beep” alla stregua del clacson di un’auto, ma nulla di più. E pensare che Beep Beep, Willy E. Coyote (a quanto pare ha un secondo nome, e cioè Ethelbert) e le loro avventure nacquero con l’intento derisorio di prendere in giro quei cartoni animati basati sull’inseguimento di una preda da parte di un predatore, del tipo gatto e topo. Invece alla fine quei due – da bravi Looney Tunes quali sono – han finito paradossalmente proprio per fare l’esatto contrario, portare cioè questa dinamica dell’inseguimento all’estremo superando quei cartoni i cui creatori si erano proposti di prendere in giro. I cortometraggi che ritraggono il coyote e il raodrunner rincorrersi nel deserto americano tra il Grand Canyon e la Monumental Valley nel mentre che Willy concepisce invenzioni sempre più elaborate e utilizza marchingegni sempre più assurdi per catturarlo fallendo miseramente ogni volta in maniera sempre più comica e illogica ed esilarante, han finito per diventare l’epitome per eccellenza di quel tipo di comicità, fatta di esageratissime gags surreali gustosissime e botte da orbi senza un domani in pieno stile slapstick, degno del cinema muto degli inizi in cui l’irreale e il divertimento la fan da padroni irrefrenabili. Alla fine il finale però è sempre lo stesso: Willy perde. Rovinosamente. È stato scrivendo questo articolo che mi sono chiesto per la prima volta se esiste un conteggio ufficiale dei tentativi (tutti falliti, sottolineiamo) fatti da Willy nel catturare Beep Beep. Risposta: non esiste. Tuttavia secondo le statistiche di alcuni appassionatissimi, il coyote avrebbe subito incidenti potenzialmente mortali 341 volte e sarebbe stato schiacciato da un masso o comunque da oggetti pesanti 70 volte, caduto da altezze vertiginose 95 volte, saltato in aria 73 volte. Centinaia e centinaia di fallimenti.

Quanto ad Icaro? Ci credete che quelle poche righe che abbiamo raccontato prima sono tutto il suo mito? Stop, punto. Le gesta di Icaro si esauriscono in quel poco che ho detto prima. Ma non il suo mito. Perché quella storia ha avuto una risonanza così straordinaria e sconcertante da diventare un simbolo culturale gigantesco. Letteratura, Pittura, Scultura, Poesia, Fotografia, Cinema, Musica: quasi ogni campo del sapere umano lo ha in qualche modo toccato. Pure la Psicologia: esiste la cosiddetta “Sindrome di Icaro”, che si riferisce a quelle personalità narcisiste che sovrastimano i loro limiti finendo poi per fallire nei loro obiettivi e “bruciarsi”. Guardando al mondo antico, lui e la sua storia incarnano il concetto greco di ὕβρις, cioè quel tipo di arroganza tracotante superba che porta chi ne ha, a spingersi al di là dei suoi limiti. Proprio come accaduto ad Icaro. E la sua vicenda serviva a questo, a insegnare cosa accade a chi pensa di poter andare impunemente al di là dei suoi limiti, che non sa accontentarsi di quello che ha ma vuole di più, e che volere di più e spingersi oltre il limite porta a rovinarti. Il suo mito tuttavia ha attraversato la nostra storia, arrivando ad assumere le sfaccettature più varie e i significati più ampi, a seconda di chi lo raccontava. Nel Medioevo cristiano Icaro viene utilizzato per esemplificare concetti quali colpa e punizione della trasgressione, nel Rinascimento assetato di sapere diviene simbolo di curiosità e desiderio di conoscenza, nel Romanticismo Ottocentesco sottende alla libertà più pura. Col Novecento Icaro verrà associato all’energia e al movimento e al dinamismo e al desiderio più puro, mentre oggi… oggi è un po’ tutto quello che vuoi, come ogni buon mito che si rispetti! Ovidio, Virgilio, Orazio, Dante, Chaucer, Boccaccio, Torquato Tasso, Giordano Bruno, John Donne, Jonathan Swift, Giovan Battista Marino, Giambattista Vico, Montesquieu, Rosseau, Diderot, Voltaire, Baudelaire, Goethe, D’Annunzio, Carducci, Ungaretti, Pascoli, Marinetti, Quasimodo, Montale, Pasolini, Proust, Hugo, Mallarmé, Byron, Coleridge, Keats, Wordsworth, Tennyson, Joyce, Eliot, Ezra Pound, D. H. Lawrence, Verlaine, Bertolt Brecth, hanno scritto su di lui. E solo per citarne alcuni. Pieter Bruegel il Vecchio, Peter Paul Rubens, Anthony Van Dyck, Annibale Carracci, Antonio Canova, Auguste Rodin, Henri Matisse, Pablo Picasso lo hanno raffigurato, che sia attraverso un dipinto o una statua. E solo per citarne alcuni. Ma anche in questo caso, per quanto possa essere stato diverso l’intento di chi ne raccontava la storia, il risultato alla fine era sempre lo stesso. Willy fa uso di gadget ipertecnologici sempre diversi tra di loro, ma tutti quanti presi nello stesso posto, la ACME, il cui nome – toh, guarda! – è di origine greca, deriva dal greco antico ἀκμή, che significa “culmine” oppure “eccellenza”. Ma i loro prodotti sono tutti una schifezza, e per quanto il coyote possa usare articoli diversi alla fine va sempre e comunque incontro all’autodistruzione fallimentare. Ecco, lo stesso vale per Icaro: a prescindere dallo sguardo sempre diverso con cui osservi il suo mito, il suo mito finisce sempre con la sua caduta mortale. Icaro ci prova, Icaro fallisce. Fine della storia.

Okay, è chiaro il punto. Willy e Icaro sono due perdenti. Due sfigati. Due falliti. Per questo “fratelli”, almeno nel caso di questo articolo. La differenza sostanziale fra i due è che uno è un collezionista professionista di disfatte e sconfitte, una cintura nera della debacle, un maestro dell’insuccesso; l’altro invece è stato protagonista di un solo e unico grande fiasco, ma talmente importante e monumentale e spudorato da essersi impresso indelebilmente e per sempre nell’immaginario collettivo e aver reso la sua storia sinonimo di “tracollo”. Non ti servono chissà quante sconfitte e batoste per essere un perdente del resto, ne basta una sola. Sarebbe quindi questo un Mercuziano? Un perdente? AH, QUI VI VOLEVO! Perché Willy e Icaro non sono affatto due perdenti. Piuttosto sono due che perdono. Loro vengono sconfitti, ma non sono degli sconfitti. Non sono dei falliti, bensì delle persone che falliscono. Dove sta la differenza?, vi chiederete voi. La differenza è che Willy il Coyote e Icaro l’Alato non si lasciano definire dalle sconfitte che hanno subito. La loro caduta non è quello che li rende leggendari. Il motivo per cui ne narriamo le gesta. Se fossero davvero dei semplici sfigati ambedue simboli di fiasco, perché tutti quanti li conosciamo e ne raccontiamo la storia? Quello che fa di Willy il Coyote e Icaro l’Alato due leggende non è ovviamente aver perso, né tantomeno aver fallito. È un’altra l’azione per cui vengono ricordati, sono altri i verbi che ci portano a raccontare di loro. E quei verbi sono Provare e Credere. Loro credono, credono di potercela fare. Il Signor Coyote crede davvero che un giorno catturerà quel rapidissimo missile a momenti più veloce della luce e che nasconde dietro quella faccetta apparentemente innocente uno spirito divertito da tutta la situazione. E Icaro crede davvero di poter arrivare a quel Sole, sempre più in alto, sempre più vicino, e accogliere in sé quella luminosa incandescente Bellezza. E allora, siccome ci credono e siccome il loro credere non è fine a sé stesso, ci provano anche. Perché sono Provatori.

Sapete qual è la vera differenza tra un perdente e un vincente? Che il perdente non molla mai. Voi adesso penserete ad un refuso, ma non è così, avete letto benissimo. Il perdente è quello che non molla mai. I vincenti sono coloro che lasciano subito perdere, che si adagiano sugli allori, che si accontentano. Che magari non realizzano quello che vorrebbero davvero realizzare nella Vita, ma intanto non hanno perso tempo perché non ci hanno nemmeno provato. Bisogna però provare compassione per loro, perché queste persone preferiscono essere tristi piuttosto che perdere. E non è in realtà questa una scelta da perdente? Il vincente è colui che ha talmente tanta paura che neanche ci prova, e quindi vincerà sempre, perché fa solo quello in cui riesce. Il perdente vero invece ci prova, anche se non ha chances, anche se cadrà. Tutti i Grandi che sono riusciti in qualcosa, prima sono dovuti essere delle persone che ci hanno provato. E quando provi non hai garanzie. È come buttarsi da un dirupo senza paracadute o tuffarsi in mare senza salvagente. Provare significa cadere da un’altezza vertiginosa, e non sai in che stato sarai quando atterrerai. Ma tu ci provi comunque. Perché forse toccherai il Sole, perché forse catturerai quel pennuto, perché forse ce la farai. Forse non è abbastanza?, dite. Forse per questi sognatori che credono ciecamente nella forza inesauribile dei loro sogni quel “Forse” è più che sufficiente. È anzi certamente tutto quello di cui hanno bisogno. Senza forse.

È da 77 anni che vediamo quel coyote pianificare nuovi piani elaboratissimi, mettere a punto nuove bombe esplosive, anche semplicemente mettersi nuovamente all’inseguimento del pennuto, e saltare in aria, cadere giù da un burrone, farsi del male in qualche nuovo complicatissimo e dolorosissimo modo, per poi ricominciare tutto da capo, sempre e comunque, senza mai neanche per un momento desistere dal suo proposito. Non importa quante volte cade giù da quel dirupo o quanti candelotti di dinamite possono esplodergli in mano. Nella scena dopo lui sarà di nuovo lì, pronto a dare la caccia a quel roadrunner, senza alcuna intenzione di tirarsi indietro. È da anche più tempo, oltre duemila anni in più come minimo, che raccontiamo la storia di quel tipo che quel giorno si avvicinò troppo al Sole bruciandosi le ali. E anche se ogni volta alla fine della storia quello cade giù nelle acque morendo affogato, Noi ancora ne raccontiamo la vicenda. Ci facciamo quadri, lo studiamo a scuola, diventa persino un termine di psicologia. E questo perché Icaro non è caduto una volta mille mila anni fa, e Noi è da allora che ne parliamo: è da oltre due millenni che Icaro sta cadendo, meglio ancora, è da due millenni che si sta avvicinando a quel Sole. Quando si racconta una storia, quel che vi accade ci capita davanti come fosse la prima volta. Come se ancora ci stesse provando, come se fosse un eterno provatore. Ma entrambi, Coyote e Icaro, sono eterni provatori, che ancora ci provano, e che continueranno a provarci, ora e per sempre.

Vien però da chiedersi: Che senso ha provarci, se poi si fallisce? E invece è proprio questo il punto. Ognuno di Noi, nella Vita, ha avuto un sogno. Magari ha tentato di realizzarlo. Magari non ce l’ha fatta. Magari non c’ha neanche provato. Ma un sogno lo abbiamo avuto tutti. Se tanto quel sogno non riuscirai a renderlo realtà, a che serve averlo? Beh, sognare e lottare per i propri sogni non ti renderà certo felice, ma ti darà un significato a cui aggrapparti. Avrà dato un senso al tuo esistere. Soprattutto non andrai a dormire chiedendoti disperatamente cosa sarebbe accaduto se solo ci avessi provato, se solo ti fossi buttato, se avessi tentato e osato. Andrai invece a dormire dicendo: Non ce l’ho fatta oggi, ma chissà che accadrà domani. E sì, magari non capiterà nulla. Ma tu continui a sognare. E a lottare. Perché se non ce la fai, non ce la fai. Ma se ce la fai, dove potrai arrivare? IL LIMITE È IL CIELO!!!
Recentemente è sbarcata in sala una pellicola meravigliosa, in tecnica mista, a metà tra il live action e l’animazione, che è anche il motivo per il quale oggi mi ritrovo a scrivere questo articolo: «COYOTE VS. ACME». Dopo decenni trascorsi a beccarsi incudini ciclopiche sul muso e mazzate da ogni parte, passando da un burrone all’altro e da un’esplosione all’altra, Willy è stufo marcio, ne ha le scatole piene! Di cosa è stufo? Di provare a catturare il pennuto senza riuscirci? Di fallire miseramente? No no, assolutamente no, niente di tutto questo! Di quello non ne avrà mai basta. È stufo di essere preso in giro: se salta continuamente in aria, la colpa è anche e soprattutto per via di quella ACME CORPORATION di cui è il massimo utente. Decide così, lui sventurato coyote del deserto solitario e sfigato, di trascinare il mega colosso in tribunale pretendendo giustizia! Almeno, così sembrerebbe in apparenza. Perché l’obiettivo principale di Willy, il suo solo e unico intento a dire il vero, ancora una volta è sempre e semplicemente quello di catturare Beep Beep. Non si tratta di un film bellissimo, ma qualcosa di più: lo so, spesso questa parola è abusata, abusatissima, ma in questo caso non potrebbe essere più giusta, la sola definizione possibile ai miei e occhi e nel mio cuore. Dieci lettere, inizia per “C” e finisce per “O”: CAPOLAVORO. Ma un capolavoro assoluto, uno di quei capolavori che una volta visto non ti dimenticherai mai: serratissimo ritmo indiavolatissimo, scompisciante in quasi ogni momento, irrefrenabilmente divertente, capace di prendere quella che è tutta la tradizione storica di un personaggio così amato toccando però nuove vette e narrando qualcosa di diverso e profondamente umano e vero e autentico e sincero, in grado di farti ridere al punto da toglierti il fiato, sa però anche commuovere, intenerire, soprattutto ti impartisce il più prezioso degli insegnamenti possibili. E cioè che perdere va bene, se ci hai davvero provato. Che non è così importante vincere, in realtà. E che anzi, è meglio perdere avendoci provato piuttosto che vincere senza aver creduto nei propri sogni folli. Provare, e fallire. Provare, e fallire ancora. Questa è la vita di Willy E. Coyote. L’avvocato che si ritrova suo malgrado a prenderlo come cliente – impersonato da un divino WILL FORTE – è uno che non ci prova più ormai, e da tanti e tanti anni. Perché poi se ci prova e fallisce, a cosa è servito? Perché rischiare così? Meglio non provarci neanche. Meglio permettere a quei gargantueschi colossi pomposi della ACME che si credono i Padroni del Mondo alla stregua di divinità intoccabili di continuare a fregare tutti quanti controllando le vite di ognuno di Noi (mai più avrei pensato nella vita che ci sarebbe stata una coppia di villain tanto perfida e malefica quanto quella composta dal folgorante duo FOGHORN LEGHORN & JOHN CENA, rispettivamente il CEO e l’avvocato della ACME!).

Ma sarebbe davvero questa la soluzione? Smettere di provarci? Quell’avvocato che da anni non ci prova neanche più mica è poi un uomo così felice, è anzi un figuro piuttosto triste, almeno fino a quando quello scriteriato pazzo di Willy E. Coyote non fa capolino nella sua vita irrompendovi dentro come a seguito di un’esplosione. Per paradosso è infinitamente più felice di lui proprio quel coyote fallito che perde in continuazione, perché ogni mattina si sveglia, e ha un sogno, e ancora non sa come lo realizzerà, ma lui ci prova e ci riprova e ci riprova ancora, e fallisce, e si fa male, e salta in aria, e cade schiantandosi, ma poi si rialza, e ci riprova, si mette di nuovo al lavoro, e lui è un lavoratore instancabile, e crolla di nuovo, ma poi ci riprova, e ancora può sperare di farcela, ancora può sognarlo, ancora trova la forza di crederci. E il fatto che non riesca, rende forse brutti quei tentativi meravigliosi che da quasi un secolo non facciamo altro che vedere in TV? E il fatto che a prescindere da qualsiasi inseguimento, alla fine lui perderà e non riuscirà ad acchiapparlo e si farà pure male rende forse quel loro inseguirsi meno interessante e attraente, sopratutto considerando da quanto tempo stanno avendo successo? E il fatto che tutti i suoi diabolici e brillantissimi piani assurdi e straordinari si risolvano in un fallimento, li rende forse meno belli? O forse è piuttosto vero proprio l’esatto contrario? E cioè che quei piani, quei tentativi, quegli inseguimenti sono tanto più irresistibili e belli e incantevoli proprio perché non finiranno mai, proprio perché danno un senso al nostro guardare e al suo esistere? Ma poi in realtà di tutto questo nostro parlare di temi enormi quali il Senso della Vita, la portata dei nostri Sogni, il significato del Fallimento, a Willy non interessa niente: a lui importa solamente di catturare Beep Beep. E ci riuscirà? Forse, ma di sicuro non oggi, magari domani. Non ci è mai riuscito in quasi 80 anni? E chissenefrega! Anzi, no: meglio così, meglio per Noi che ne guardiamo le gesta e per Willy stesso che ne è protagonista, che lui non ci riesca. Che possa non riuscirci mai, glielo auguro! Così potrà continuare a provarci e riprovarci e riprovarci ancora. E in questo modo dare un senso alla sua vita. Soprattutto, a rendere meraviglioso ogni suo giorno. Perché quel suo continuare a provarci è fantastico, e Noi che siamo cresciuti guardando il suo provarci e riprovarci non possiamo che riconoscerne la grandezza. Nel film peraltro viene espressamente citato un mito greco, anche se non quello di Icaro: bensì quello di Sisifo, condannato per l’eternità dagli dei a spingere un gigantesco masso fino alla cima della montagna solo per vederlo poi rotolare giù a valle e dover ricominciare da capo. Anche se menzionato nel film in riferimento ad un’altra cosa che non vi svelo (GENIALE!), c’è chi ha voluto rivedere nella citazione di Sisifo proprio lo stesso Willy. Anche il coyote è condannato, apparentemente per sempre, a fare le stesse cose, studiare piani complicatissimi, acquistare marchingegni difettosi ACME e inseguire il suo pennuto fino allo sfinimento e anche oltre, fallendo ogni singola volta e dovendo ricominciare sempre da capo. Ma esiste per me una differenza sostanziale: quella di Sisifo è una punizione, una condanna imposta dall’alto a cui è obbligato e costretto. Quella di Willy invece è una scelta volontaria, esattamente come nel caso del fratello Icaro. È lui che lo decide. E non solo, ma questo in fin dei conti lo rende felice. Anche perché a Willy non serve vincere, non ha bisogno di farcela, non conta che riesca. Fino a quando avrà il suo amato Beep Beep pronto a scappare da lui e a farsi inseguire, lui avrà tutto quello di cui ha bisogno, avrà sempre il suo provarci.
Molto più importante del riuscire, è il provarci. Perché tutti coloro che sono riusciti, prima di ogni altra cosa ci hanno dovuto provare. È nel momento in cui provi, che cambi il Mondo. Ma non solo: ancor più che realizzare il sogno, quel che ci tiene in vita e ci alimenta e ci dà forza e ci spinge ad andare avanti e ci esalta e ci porta a rendere la nostra vita come vorremmo è il tentare di realizzarlo, quel sogno. È provare a rendere reale quel Sogno che rende bello l’averlo, un Sogno. Ebbene sì: IL PROVARCI CONTA PIÙ DEL RIUSCIRCI!!!

Willy poteva arrendersi molti anni fa, ma non l’ha mai fatto. Di più: ama continuare a provare. Allo stesso modo Icaro poteva stare a sentire il padre che comunque parlava per il suo bene, poteva seguire i suoi binari, stare nella sua traiettoria senza voler niente di più. Ma proprio non ce l’ha fatta, ha sentito quel desiderio dentro di sé, quel desiderio sconfinato, e così l’ha fatto, ha deragliato completamente, volando altissimo, perché ha scelto di assecondare completamente sé stesso e quello che voleva. Tutti quanti quando pensano a lui, tendono a ricordarlo come il cretino che ha puntato troppo in alto, là dove gli avevano detto che non poteva arrivare, e lui ci è andato lo stesso dimostrando che hanno ragione quelli che oggi sostengono che non doveva provarci neanche, che era chiaro che sarebbe caduto giù, che è stato un idiota e un illuso. Ed è per questo che si è bruciato le ali, ed è caduto giù in basso, affogando tra i flutti marini. E io dico: Certo, va bene, lui sarà anche lo stupido che non è stato a sentire né il padre né il comune buonsenso, ha voluto troppo ed è per questo che è morto precipitando giù come nessuno aveva mai fatto prima, d’accordo! Ma io voglio ricordare che prima di quella caduta, lui ha accarezzato il Sole. Ha accarezzato il Sole. Icaro è andato là dove nessun altro aveva mai avuto il coraggio di andare, e si è avvicinato a quella palla di fuoco incandescente più di chiunque altro. E tutti quanti sono molto bravi a rimanere coi piedi per terra e stare ad osservarla quella stella, adagiati comodamente in basso, senza pericoli o rischi o paure. Ma io conosco un solo uomo che ci è andato così vicino da bruciarsi, e quell’uomo è Icaro. Sì, certo, sarà anche caduto, ma intanto lui quel Sole lo ha toccato, l’ha accarezzato. E quando io penso ad Icaro, non penso ad un tizio che brucia nel mentre che cade giù. Io amo pensarlo mentre si trova là, sulla linea dell’orizzonte, tra l’azzurro del mare e il blu del cielo, e quel rosso giallo arancione luminosissimo che gli risplende negli occhi, in quell’attimo che sembra eterno. Le fiamme che gli bruciano le ali, la caduta rovinosa verso il basso, le fredde acque gelide che lo inghiottono sono ancora lontane. Arriveranno di lì a poco, ma in quel momento non sono neanche un’ombra. Nemmeno un’ombra a dire il vero può oscurare quel momento così luminoso e brillante e splendente. Icaro ci sta provando. Glielo hanno detto che fallirà. Ma lui è coerente con sé stesso. E in un Mondo che ti dice in continuazione di venire meno ai tuoi desideri più profondi, di lasciare che i sogni siano “solo” sogni da tenere chiusi nel cassetto, che conviene concentrarsi sui propri binari e non deragliare altrimenti sono dolori, la scelta più naturale ma anche la più difficile e dolorosa è proprio quella di seguire te stesso, che significa seguire quei sogni, anche se ti brucerai. Anche se ti farai male, anche se il rischio è quello di cadere giù. Pure addirittura se hai la certezza che rovinerai per terra. Ci vuole un eroico coraggio pazzesco da leoni per scegliere una vita del genere. E Icaro, il tanto deriso e contumeliato Icaro, quel coraggio l’aveva. Ma come a Willy non gliene frega nulla di questi discorsi, così anche a lui: Icaro semplicemente aveva visto il Sole, e aveva scelto di volerci volare dentro. Tutto qua. Dopo sarà anche caduto, ma non ci avesse provato? E se atterrato a terra, fosse stato attaccato da un brigante pronto a tagliargli la gola? Non esistono garanzie, o sicurezze. Noi non abbiamo potere sul nostro futuro, non abbiamo controllo. Basta girare l’angolo, e la disfatta è dietro l’angolo. Si può cadere da un momento all’altro, come niente, a prescindere da quello che deciderai di fare. Allora io, guardando ad Icaro e al suo esempio, dico: Piuttosto che cadere vivendo la vita che non si è scelto, tanto vale bruciarsi e cadere avendo però scelto di provare a fare quello che ti diceva il cuore. Chiamatelo Sole, chiamatelo Beep Beep, chiamatelo Sogno. Anche se non lo raggiungerai, il solo inseguirlo ci dà significato e rende bello il nostro essere Qui e Ora.


Non è così tanto importante l’avercela fatta. Farcela è semplice, semplicissimo. Se tu sei un corridore e vinci una gara, è facilissimo vincerla! È quando continui a perderla e nonostante questo continui a correre, che allora diventa difficile, che tu davvero finisci per essere quello che fai, e dimostri veramente a te stesso chi tu sia. Come la sconfitta non definisce chi sei, così vale anche per la vittoria. Non è l’avercela fatta a fare di Noi quel che siamo, ma il nostro Provarci. Non è quello in cui riusciamo che determina il nostro valore, bensì quello che proviamo a fare. Ogni giorno, tutti i giorni. Anche se poi forse in quello che proviamo non riusciremo mai.
Pensateci anche solo un momento! Se Willy lo avesse catturato subito quel pennuto, la prima volta che ci provava, qualcuno avrebbe mai raccontato di lui e delle sue gesta? Non ci sarebbe stato anzi niente da raccontare! Di sicuro non avrebbero mai potuto realizzare un’opera di così impressionante bellezza come il sopracitato «Coyote vs. Acme», se Willy lo avesse catturato subito la prima volta quel roadrunner. E se Icaro non si fosse mai avvicinato a quel Sole, ma avesse continuato lungo la sua bella traiettoria arrivando sano e salvo a terra, oggi ci ricorderemmo forse di lui e di chi è stato e di cosa ha fatto? No, per niente. Con questo non voglio dire che il Coyote e l’Alato non abbiano difetti, tutt’altro! Entrambi, proprio per quella che è la loro stessa natura, si ritrovano a pensare quasi costantemente a quello che è il loro sogno. Un uomo è ciò a cui pensa tutto il giorno, disse qualcuno una volta. Willy smuove mari e monti rivoluzionando vite intere e convincendo dei miseri avvocati che quella causa contro l’Acme sia davvero una disperata richiesta di giustizia, quando invece il suo solo intento rimane sempre e solo esclusivamente catturare il pennuto, e della giustizia chissenefrega! E ad Icaro era stato detto in ogni modo di non avvicinarsi al Sole, il caro padre Dedalo che lo amava più di qualsiasi cosa al mondo glielo aveva detto e ripetuto e ripetuto ancora. Ma quello non è stato ad ascoltarlo neanche mezzo secondo, dimentico di tutto nel momento stesso in cui l’ha visto, là, luminoso e incandescente sopra l’orizzonte. Hanno dei difetti, chiaro. Ma a prescindere da quei difetti sono pure un esempio incredibile. Ed è impossibile quindi non fare il tifo per loro. È impossibile non rivedere noi stessi nelle loro sfighe, nella loro ambizione, nella loro costante voglia di provare. Non di farcela, ma di provare. «Provando e riprovando» diceva Galileo Galilei e prima di lui il Sommo Poeta Dante Alighieri. Anche questi ultimi due dei falliti perdenti, sapete? Che però ci hanno provato tutta la vita, e Noi ancora oggi ne raccontiamo le storie. Proprio come nel caso di Willy e Icaro, coloro che ci provano anche se questo significa cadere. Ma loro se ne fregano, e ci provano lo stesso. Esiste qualcosa di più libertario di questo? Uno nella sua costante voglia di provare a fare la stessa cosa ogni singolo giorno al di là del risultato e senza essere schiavo dell’esito, l’altro che non dà peso ai rischi e a ciò che gli capiterà ma vuole solo raggiungere quel che crede sinceramente di poter raggiungere, sono a tutti gli effetti simboli di una Libertà assoluta. Pur vivendo in un Mondo che dice loro cosa possono o non possono fare, che spiega loro cosa è troppo rischioso per essere tentato, che racconta loro che non conviene provare e riprovare se poi si fallisce. Ma a loro non importa. Per loro conta solo il loro Sogno.
Vivendo in un posto che ti ricorda sempre che è necessario guardare solo ai risultati e che ti mette addosso l’ansia di farcela e riuscire infondendoti il terrore del fallimento e della sconfitta, tendiamo a dimenticarci del loro esempio. Ma altre volte, sapete, capita quello che nessuno aveva mai pensato. E che i perdenti sfigati che continuano a provare, a volte dico “a volte”, danno del filo da torcere ai vincenti potenti. E questa è la storia dietro quella perla targata 2026 che è «Coyote vs. Acme». Non solo la storia raccontata da quel gioiello, ma la storia dietro lo stesso gioiello e la sua realizzazione. Già girato nel 2022, e montato e pronto ad uscire, il suo rilascio in sala era programmato per l’estate 2023… ma poi rimandato. Entro la fine del ’23 la Warner Bros. se ne esce di punto in bianco sorprendendo tutti, troupe e cast e fan, annunciandone la cancellazione definitiva: non sarebbe uscito. Mai. Ma perché? Un mero calcolo di pura natura contabile/fiscale: avevano scelto di non scommettere sul film per cui avevano già sborsato 70 milioni, e piuttosto puntare invece a richiedere una perdita fiscale di 30 milioni. Uno sconticino sulle tasse piaceva molto di più di ulteriori esborsi senza garanzia di successo. Se lo avessero fatto uscire, chi gli garantiva di rientrare con le spese? Quei signori ricchi e potenti della Warner sono dei vincenti. Cioè delle persone che non rischiano, che non si gettano dai dirupi senza essere sicuri di avere un paracadute, che non si svegliano un giorno con la voglia di avvicinarsi al Sole incuranti di rischi e pericoli. Loro puntano sul sicuro, non sui sogni. Per questo sono dove sono. Ancora una volta Willy sarebbe stato fatto esplodere? Ma fu allora che accade l’impensabile, quello che nemmeno la stessa dirigenza Warner aveva previsto e calcolato: chiamati a mobilitarsi dall’amore che per generazioni hanno nutrito verso quell’icona leggendaria del coyote, parte l’immane ed epica insurrezione di fan e ammiratori e sostenitori, supportati dal cast e dalla troupe, ed è la rivolta totale! Una voce di bilancio può davvero cancellare il film dedicato al loro idolo assoluto Willy E. Coyote? NON sia mai!!! Petizioni, raccolte firme, proteste che finiscono per coinvolgere e stravolgere l’intera comunità hollywoodiana, registi e sceneggiatori e attori si uniscono alla lotta, è il caos!!! Avrebbe cambiato qualcosa? Forse no, ma loro dovevano provarci comunque! La Warner Bros., assediata da ogni parte da telefonate rabbiose e frustrate piene di disprezzo e schifo per la loro scelta e insultata pesantemente sui social e attaccata su ogni fronte, fa dietrofront, china la testa e sceglie di cedere i diritti. Spunta fuori l’eroica e coraggiosa KETCHUP ENTERTAINMENT con 50 milioni, ne acquista i diritti di distribuzione e fa dono al Mondo intero di un film che era dato già per morto. Per sconfitto. Come sempre è accaduto sia a Willy sia ad Icaro. La distribuzione in Italia la si deve ai carissimi amici della LUCKY RED, ai quali siamo profondamente grati e riconoscenti per tutto l’immenso lavoro che fanno ogni giorno. La campagna di marketing italiana è stata qualcosa di grandioso e insieme geniale, sullo stile del Signor Coyote: la polemica che ha giocato a favore, i cartelloni pubblicitari volutamente vandalizzati con le scritte «ACME FA SCHIFO», pure aerei sfreccianti nel Cielo trascinanti striscioni con sopra scritto «ACME FA SCHIFO»! Il Mondo intero è corso in sala ad andare a vedere questo film qua. E non poteva essere altrimenti. Questa è la gloriosa rivincita di tutti i perdenti e gli sfigati. Proprio come nel film il piccolo e misero Willy ha dovuto scontrarsi contro il colossale e onnipotente gigante ACME, così questo film qua è uscito nonostante i potenti e i forti ne avevano celebrato l’estrema unzione. Proprio come le persone oggi pensano ad Icaro e ridono, così l’indignazione della gente furente per la mancata uscita della pellicola venne inizialmente interpretata come una bazzecola dai Re Mida Hollywoodiani. E invece manco per sogno! Questa storia è la dimostrazione che tutto quello che è grande nasce dal nostro provarci e che il nostro provarci deve essere al di là e al di sopra delle probabilità, dei risultati, degli esiti, delle paure, dei pregiudizi. Deve dipendere solo da una cosa, il nostro Credere. Il nostro Sognare.
Derideranno sempre Colui Che Crede. Perché quello apparirà ridicolo, buffo, grottesco. Ma quello avrà una forza eterna e inesauribile che l’accompagnerà sempre, e che tutti i potenti potentissimi del Mondo se la sognano! Perché quello non smetterà mai di farlo, non smetterà mai di crederci. E anche se forse i suoi sogni non si realizzeranno, il solo aver tentato di realizzarli ogni giorno, provandoci tutti i giorni renderà il suo vivere straordinario. E quello non avrà vissuto invano. Perché quando giungerà, e prima o poi giunge per tutti, il momento finale, chi non ci avrà creduto, chi non avrà tentato, chi non avrà osato, si chiederà cosa sarebbe successo se solo lo avesse fatto, se solo ci avesse provato. Ma i Veri Sognatori, non quelli che di notte dormono e immaginano chissà cosa, ma coloro che sognano di giorno tutto il giorno e che quindi agiscono per rendere possibile l’impossibile, loro quella domanda non se la dovranno porre. Perché il Provarci conta più del Riuscirci. Perché il Limite è il Cielo.
Capite adesso chi e cosa sia un Mercuziano? Uno che ci prova, che osa, che tenta, si butta… e poi vede come va. Uno che ci crede. Del resto lo sapete quali sono i due motti cardine di MERCUZIO AND FRIENDS? “Il Provarci conta più del Riuscirci” e “Il Limite è il Cielo”. Willy e Icaro sono proprio due di Noi. Sono un esempio per ogni Sognatore folle e autentico. E là dove altri potrebbero vederci dei perdenti sfigati, io invece ci vedo dei Mercuziani Veri che incuranti dei limiti, pur avendo tutti contro, anche se il Mondo intero li deride e li prende in giro, loro continuano a crederci. E continueranno a farlo per sempre.


A proposito: ACME, FAI SCHIFO!!!


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