CHE COSA È IL TANTO CITATO ARMISTIZIO DELL’8 SETTEMBRE???

DI ROCCO DE GILIO

L’Armistizio di Cassibile fu l’accordo con cui, il 3 settembre 1943, il Regno d’Italia accettò la cessazione delle ostilità e la resa incondizionata agli Alleati, ponendo formalmente fine all’alleanza militare dell’Italia con la Germania e alla guerra contro le potenze alleate.

Dal punto di vista giuridico, si trattò di un atto di resa militare e di cessazione delle ostilità, sottoscritto dal generale italiano Giuseppe Castellano e dal generale statunitense Walter Bedell Smith. L’accordo rimase segreto fino all’8 settembre 1943, quando fu annunciato pubblicamente dal generale Dwight David Eisenhower, Comandante in capo delle forze Alleate, e successivamente dal Governo Badoglio.

L’annuncio dell’armistizio produsse importanti conseguenze giuridiche e militari: l’Italia cessò di essere formalmente nemica degli Alleati e iniziò la collaborazione con essi, mentre la Germania reagì occupando gran parte del territorio italiano. Da quel momento ebbe inoltre inizio la fase della Resistenza italiana e della guerra di liberazione contro le forze tedesche e fasciste.

(Il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio e il generale americano David D. Eisenhower il 29 settembre 1943, quando a bordo della HMS Nelson – nave da battaglia – in acque maltesi firmarono il cosiddetto “Armistizio lungo”, altrimenti soprannominato “Armistizio di Malta”, successivo a quello “corto” di Cassibile firmato appena tre settimane prima, e che conteneva clausole e condizioni aggiuntive più precise e dettagliate)

In sintesi, l’Armistizio di Cassibile fu l’atto con cui l’Italia, nel 1943, abbandonò la guerra al fianco della Germania e si arrese agli Alleati, determinando il passaggio dell’Italia da alleata della Germania a cobelligerante degli Alleati e aprendo una nuova fase del conflitto sul territorio italiano.

Quello che successe l’8 settembre ci salvò! Ma andiamo per tappe: oggi ripercorreremo le fasi di quel grandioso evento.

LA STRATEGIA DEGLI ALLEATI

Dal punto di vista giuridico, l’entrata dell’Italia nella Seconda guerra mondiale il 10 giugno 1940 comportò l’assunzione da parte del Regno d’Italia di una precisa posizione nell’ordinamento internazionale, poiché lo Stato italiano divenne parte belligerante al fianco delle potenze dell’Asse. In quanto Stato sovrano e soggetto di diritto internazionale, l’Italia esercitava la propria capacità di assumere obblighi internazionali e di partecipare al conflitto attraverso le proprie istituzioni.

Nel corso della guerra, tuttavia, il progressivo deterioramento della situazione militare italiana determinò una crisi sempre più profonda della posizione dello Stato. Le sconfitte subite dalle forze armate italiane indebolirono il regime fascista e portarono una parte delle istituzioni politiche e militari a valutare la possibilità di interrompere il conflitto e di modificare l’alleanza con la Germania. Il problema divenne quindi non soltanto politico e militare, ma anche giuridico: occorreva stabilire attraverso quali atti lo Stato italiano potesse cessare le ostilità nei confronti degli Alleati e assumere una nuova posizione internazionale.

In questo contesto si arrivò all’armistizio di Cassibile, sottoscritto il 3 settembre 1943 e annunciato pubblicamente l’8 settembre. L’armistizio costituisce, sotto il profilo del diritto internazionale, un accordo tra soggetti belligeranti diretto a disciplinare la cessazione delle operazioni militari. Non equivale necessariamente a un trattato di pace, perché non determina automaticamente la conclusione giuridica dello stato di guerra, ma stabilisce la sospensione o la cessazione delle ostilità secondo le condizioni previste dall’accordo.

Per l’Italia, l’armistizio ebbe conseguenze particolarmente rilevanti perché determinò un radicale mutamento della sua posizione nel conflitto. Il Regno d’Italia cessò le operazioni militari contro gli Alleati e assunse una serie di obblighi nei loro confronti. L’8 settembre, tuttavia, la proclamazione dell’armistizio avvenne senza che fosse stata adeguatamente organizzata la transizione militare e istituzionale. Ne derivò una grave crisi dello Stato: l’esercito italiano rimase in larga parte privo di direttive operative, mentre le forze armate tedesche procedettero all’occupazione di vaste parti del territorio nazionale e al disarmo delle unità italiane.

La questione assume quindi anche una dimensione costituzionale, perché la crisi militare si accompagnò alla crisi del regime fascista e alla progressiva trasformazione degli organi dello Stato. Il re Vittorio Emanuele III e il Governo Badoglio conservarono formalmente la continuità del Regno d’Italia, ma dovettero trasferirsi nell’Italia meridionale sotto la protezione degli Alleati. Successivamente, il 13 ottobre 1943, il Regno d’Italia dichiarò guerra alla Germania, determinando un ulteriore mutamento della posizione italiana nel conflitto.

(Il re Vittorio Emanuele III e il maresciallo Pietro Badoglio)

Da un punto di vista strettamente giuridico, quindi, l’armistizio di Cassibile non deve essere interpretato semplicemente come la “resa” dell’Italia, ma come un atto internazionale attraverso il quale lo Stato italiano cessò le ostilità nei confronti degli Alleati e assunse nuovi obblighi internazionali. Esso rappresentò il momento di passaggio tra la precedente posizione dell’Italia come Stato alleato della Germania e la successiva collaborazione con le potenze alleate. La continuità dello Stato italiano, nonostante la caduta del regime fascista e la successiva occupazione tedesca, rimase inoltre un elemento centrale nella ricostruzione giuridica degli eventi successivi.

I PRIMI CONTATTI

La vicenda dell’uscita dell’Italia dalla Seconda guerra mondiale deve essere analizzata anche sotto il profilo giuridico-istituzionale, poiché coinvolse direttamente gli organi fondamentali dello Stato monarchico e pose il problema della titolarità del potere decisionale in una situazione di grave crisi politica e militare.

Tra il 1942 e il 1943 iniziarono a svilupparsi diversi tentativi di avviare trattative con le potenze alleate. La principessa Maria José del Belgio cercò di favorire contatti diplomatici attraverso la Santa Sede e, successivamente, attraverso il Portogallo. Parallelamente, alcuni esponenti militari e politici iniziarono a valutare l’ipotesi di interrompere l’alleanza con la Germania e di ricercare un accordo con gli Alleati. Tuttavia, tali iniziative non poterono tradursi immediatamente in una decisione ufficiale dello Stato, poiché la struttura costituzionale del Regno d’Italia attribuiva al sovrano un ruolo centrale nelle principali decisioni di politica estera e militare.

(Maria José del Belgio, nuora dell’allora re d’Italia Vittorio Emanuele III, sposata al figlio di quest’ultimo Umberto di Savoia, che sarebbe salito al trono col nome di Umberto II dopo l’abdicazione paterna nel 1946, facendo di lei l’ultima regina consorte d’Italia; il regno di Umberto – passato alla storia come “il re di maggio” sarebbe durato infatti solo 35 giorni, prima della proclamazione della Repubblica)

Il re Vittorio Emanuele III mantenne inizialmente una posizione contraria all’apertura di trattative dirette con gli Alleati, ritenendo necessario attendere la caduta di Mussolini. Questo elemento è particolarmente rilevante dal punto di vista istituzionale: il regime fascista aveva fortemente limitato le libertà politiche e alterato il funzionamento degli organi costituzionali, ma formalmente il Regno d’Italia e la Corona continuavano a rappresentare la struttura statale. La crisi del fascismo avrebbe quindi assunto anche la forma di una crisi degli equilibri tra monarchia, governo e apparato fascista.

Il 25 luglio 1943, con la destituzione e l’arresto di Benito Mussolini e la nomina di Pietro Badoglio alla guida del governo, si verificò una trasformazione fondamentale dell’assetto politico. Dal punto di vista formale, non si trattò della dissoluzione dello Stato italiano, ma della sostituzione dell’organo di governo attraverso l’intervento della Corona. Il nuovo Governo Badoglio operava infatti in nome del re e all’interno della continuità istituzionale del Regno.

(Il cippo dell’armistizio, posto il 3 settembre 2016)

La successiva apertura delle trattative con gli Alleati condusse alla firma dell’armistizio di Cassibile il 3 settembre 1943. L’accordo comportò la cessazione delle ostilità dell’Italia nei confronti delle potenze alleate e, nella sostanza, la fine dell’alleanza militare con la Germania. L’armistizio fu reso pubblico l’8 settembre 1943, determinando una gravissima crisi dello Stato italiano, aggravata dall’assenza di direttive militari sufficientemente chiare e dalla conseguente disgregazione della catena di comando delle Forze Armate.

Sotto il profilo della sovranità e della responsabilità istituzionale, il punto centrale è quindi stabilire chi fosse legittimato ad assumere le decisioni fondamentali. Nel sistema monarchico dell’epoca, il re conservava formalmente prerogative costituzionali particolarmente ampie in materia di governo, politica estera e forze armate. Il Governo Badoglio, nominato dal sovrano, esercitò quindi il potere esecutivo in continuità con l’ordinamento monarchico. Tuttavia, la situazione di guerra, la presenza dell’esercito tedesco sul territorio nazionale e il crollo dell’apparato militare produssero una situazione di sostanziale emergenza istituzionale.

La questione dell’armistizio non può pertanto essere considerata esclusivamente come una scelta militare. Essa rappresentò una decisione di natura politica e istituzionale che coinvolse la sovranità dello Stato, la responsabilità della Corona, il governo, le autorità militari e i rapporti internazionali dell’Italia. La successiva fuga del re e del governo da Roma verso il Sud, dopo l’8 settembre, accentuò ulteriormente la crisi di legittimazione delle istituzioni e lasciò una parte consistente delle Forze Armate prive di ordini chiari.

In conclusione, l’uscita dell’Italia dalla guerra fu il risultato di una progressiva crisi di legittimità e di funzionamento delle istituzioni del Regno. La caduta del fascismo, la formazione del Governo Badoglio e la conclusione dell’armistizio rappresentarono momenti distinti di un processo nel quale la Corona tentò di mantenere la continuità dello Stato, mentre la situazione militare e politica rendeva sempre più difficile l’esercizio effettivo della sovranità. Proprio per questo, l’8 settembre 1943 costituisce non soltanto una data militare fondamentale, ma anche uno dei momenti più drammatici della storia costituzionale e istituzionale italiana contemporanea.

LA REAZIONE NAZISTA AL CROLLO DEL FASCISMO DEL 25 LUGLIO 1943

Dal punto di vista del diritto costituzionale, la caduta di Benito Mussolini nel luglio 1943 rappresenta un passaggio fondamentale nella crisi dell’ordinamento fascista e nel progressivo ripristino delle prerogative costituzionali della monarchia. Il sistema istituzionale italiano dell’epoca era formalmente ancora quello monarchico previsto dallo Statuto Albertino, secondo il quale il Re conservava rilevanti poteri nell’organizzazione dello Stato e, in particolare, nell’ambito delle Forze Armate e nella formazione del governo.

(Nota ricevuta da Heinrich Himmler qualche giorno prima della caduta fascista che raccontava delle manovre in corso con lo scopo di deporre il Duce)

La crisi si manifesta definitivamente nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo approva l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi. Sebbene il Gran Consiglio fosse un organo caratteristico del regime fascista, la sua deliberazione assume un significato istituzionale perché sollecita il ripristino delle prerogative del sovrano, compresa la funzione di comando delle Forze Armate. È importante precisare, tuttavia, che l’ordine del giorno Grandi non costituisce formalmente una procedura parlamentare di sfiducia nei confronti del governo secondo un moderno sistema parlamentare: la decisione determinante viene successivamente assunta dal Re nell’esercizio delle proprie prerogative.

Il 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III convoca quindi Mussolini e gli comunica la sua sostituzione alla guida del governo con il maresciallo Pietro Badoglio. Dal punto di vista formale, il Re esercita la propria prerogativa di nomina e revoca del capo del governo prevista dall’ordinamento monarchico vigente. Successivamente Mussolini viene arrestato dai Carabinieri. L’arresto non costituisce semplicemente un atto politico, ma rappresenta l’effetto concreto della decisione con cui il sovrano ha disposto la cessazione di Mussolini dalle sue funzioni di capo del governo.

La peculiarità dell’evento consiste nel fatto che la caduta di Mussolini non determina automaticamente la cessazione dello Stato italiano né l’immediata fine della guerra. Il Governo Badoglio assume infatti il potere cercando di garantire la continuità istituzionale dello Stato. In questa fase l’Italia dichiara pubblicamente di voler continuare la guerra al fianco della Germania, mentre contemporaneamente avvia trattative riservate con gli Alleati per ottenere la cessazione delle ostilità.

Questa situazione produce una particolare contraddizione politico-giuridica: da un lato il nuovo governo mantiene formalmente gli impegni derivanti dall’alleanza con la Germania; dall’altro prepara segretamente il distacco dell’Italia dal conflitto. La Germania, non fidandosi delle intenzioni del nuovo governo italiano, aumenta progressivamente la propria presenza militare sul territorio italiano e prepara piani per occupare le principali infrastrutture e neutralizzare le Forze Armate italiane in caso di armistizio.

L’operazione tedesca successivamente denominata Achse dimostra che il mutamento del governo italiano viene considerato dalla Germania come una possibile rottura dell’alleanza. Dal punto di vista dello Stato italiano, invece, l’obiettivo del Governo Badoglio era preservare la continuità delle istituzioni e ottenere una fuoriuscita dal conflitto evitando, per quanto possibile, il collasso dell’apparato statale.

Pertanto, sotto il profilo costituzionale, il 25 luglio 1943 può essere interpretato come il momento nel quale il Re riassume concretamente un ruolo decisivo nella formazione del governo e pone fine all’esperienza governativa di Mussolini. La caduta del fascismo non avviene però attraverso una rivoluzione o una formale abolizione immediata dell’ordinamento precedente, ma attraverso l’utilizzo delle prerogative ancora formalmente riconosciute alla monarchia dallo Statuto Albertino. Il successivo armistizio e gli eventi dell’8 settembre 1943 determineranno poi una crisi ancora più profonda della struttura dello Stato italiano, aprendo una nuova fase caratterizzata dall’occupazione tedesca, dalla divisione territoriale e dalla progressiva trasformazione dell’ordinamento politico italiano.

LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL

Dal punto di vista del diritto internazionale, la vicenda dell’armistizio di Cassibile può essere analizzata attraverso il concetto di rappresentanza dello Stato e di conferimento dei pieni poteri necessari alla conclusione di un accordo internazionale. La questione centrale riguardava la possibilità per il generale Giuseppe Castellano di impegnare validamente il Regno d’Italia attraverso la propria firma. La sua presenza alle trattative non era infatti sufficiente, di per sé, a produrre un vincolo giuridico a carico dello Stato: era necessario che egli fosse formalmente autorizzato dall’autorità competente a rappresentare il governo italiano.

(3 settembre 1943, a Cassibile, per una foto insieme nell’oliveto vicino alla tenda dove ha avuto luogo la firma dell’armistizio; da sinistra a destra: il brigadiere generale inglese Kenneth Strong, il generale italiano Giuseppe Castellano, il generale statunitense Walter Bedell Smith – futuro direttore della CIA – e il diplomatico Franco Montanari, che di Castellano era stato traduttore e interprete)

Il generale Castellano agiva come rappresentante del governo nelle trattative con le potenze Alleate, ma occorreva distinguere tra il potere di negoziare e il potere di sottoscrivere definitivamente un accordo. La partecipazione alle trattative poteva dimostrare l’esistenza di un incarico politico-diplomatico, ma non implicava automaticamente il possesso del potere di firma. In assenza di una specifica autorizzazione, la sottoscrizione di Castellano avrebbe potuto vincolare personalmente il rappresentante, senza necessariamente produrre effetti giuridici nei confronti dello Stato italiano.

Per questo motivo gli Alleati richiesero che Castellano presentasse le proprie credenziali, cioè una prova formale del conferimento dei poteri necessari a sottoscrivere l’armistizio in nome del governo italiano. Tale richiesta aveva una precisa funzione giuridica: accertare che il soggetto che materialmente apponeva la firma fosse effettivamente legittimato a manifestare la volontà dello Stato. Il problema non riguardava quindi soltanto la volontà politica dell’Italia di porre fine alla guerra contro gli Alleati, ma anche la validità formale della manifestazione di tale volontà attraverso il soggetto incaricato di rappresentarla.

Il telegramma del 1º settembre 1943, con il quale il governo italiano comunicava agli Alleati la propria accettazione delle condizioni dell’armistizio, poteva essere interpretato come manifestazione della volontà politica e negoziale italiana. Tuttavia, tale comunicazione non eliminava necessariamente la necessità di attribuire a Castellano uno specifico potere di firma. In termini giuridici, occorreva quindi distinguere l’accettazione delle condizioni dell’accordo dal conferimento della capacità di sottoscrivere materialmente l’atto in rappresentanza dello Stato.

La situazione venne risolta il 3 settembre 1943, quando Badoglio trasmise finalmente a Castellano un’autorizzazione espressa alla firma. Con tale atto venne conferito al generale il potere di sottoscrivere l’armistizio per conto del governo italiano. L’autorizzazione, inoltre, risultava depositata presso l’ambasciatore britannico presso la Santa Sede, consentendo agli Alleati di verificare l’effettiva provenienza e validità del mandato.

Da questo momento, Castellano disponeva quindi della legittimazione necessaria per sottoscrivere l’accordo. La sua firma non doveva più essere considerata come un atto personale del generale, ma come una manifestazione della volontà dello Stato italiano effettuata attraverso un rappresentante formalmente autorizzato. La firma dell’armistizio breve di Cassibile rappresentò pertanto la conclusione formale della fase negoziale e l’assunzione di obblighi internazionali da parte del Regno d’Italia nei confronti delle potenze Alleate.

La vicenda evidenzia quindi una distinzione fondamentale del diritto internazionale: la volontà politica dello Stato e la sua manifestazione giuridicamente valida non sono necessariamente la stessa cosa. Anche quando un governo abbia deciso politicamente di accettare determinate condizioni, è necessario che l’atto venga compiuto dall’autorità competente o da un rappresentante munito dei necessari poteri. Nel caso di Cassibile, il problema della delega di Castellano riguardava proprio questo passaggio: trasformare una decisione politica del governo italiano in un atto formalmente imputabile allo Stato e idoneo a produrre effetti sul piano internazionale.

LA FIRMA E LA PROCLAMAZIONE 

Dal punto di vista giuridico, l’Armistizio di Cassibile è un accordo internazionale di natura militare concluso il 3 settembre 1943 tra il Regno d’Italia e le potenze Alleate, rappresentate dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. L’accordo fu firmato a Cassibile, in Sicilia, dal generale italiano Giuseppe Castellano, che agiva per conto del Governo Badoglio, e dal generale statunitense Walter Bedell Smith, in rappresentanza del generale Eisenhower. L’armistizio produceva l’effetto giuridico principale di sospendere le operazioni militari dell’Italia contro gli Alleati e di imporre alle autorità italiane una serie di obblighi, tra cui la cessazione delle attività ostili, la collaborazione con le forze alleate e l’esecuzione delle disposizioni militari previste dall’accordo.

(Il generale Giuseppe Castellano firma l’armistizio a Cassibile alla scrivania, in piedi accanto a lui in tenuta militare il generale statunitense e futuro direttore della CIA Walter Bedell Smith, mentre lì accanto a loro è presente il diplomatico Franco Montanari, funzionario presso il Ministero degli Esteri italiano e che aveva la funzione di traduttore e interprete di Castellano)

La firma del 3 settembre non coincise però con l’immediata comunicazione ufficiale alla popolazione italiana. Il Governo Badoglio cercò infatti di mantenere segreta l’intesa per alcuni giorni, anche a causa della presenza delle forze tedesche sul territorio italiano e del rischio di una reazione militare tedesca. Nel frattempo, gli Alleati organizzarono le operazioni militari necessarie per rendere effettiva la nuova situazione.

L’8 settembre 1943 gli Alleati decisero di rendere pubblico l’armistizio attraverso Radio Algeri. Successivamente, alle ore 19:42, il maresciallo Pietro Badoglio comunicò ufficialmente alla popolazione italiana che il governo aveva chiesto e ottenuto un armistizio dalle potenze alleate. Dal punto di vista giuridico e politico, questo annuncio rese pubblica l’esistenza dell’accordo e determinò una profonda trasformazione della posizione dell’Italia nel conflitto.

L’armistizio non rappresentò quindi semplicemente la fine della guerra per l’Italia, ma determinò una radicale modificazione degli obblighi internazionali e militari dello Stato italiano. Le forze armate italiane si trovarono infatti a dover cessare la guerra contro gli Alleati e, contemporaneamente, a fronteggiare l’occupazione e le iniziative militari tedesche. L’assenza di disposizioni operative sufficientemente chiare e la difficoltà di coordinamento del comando italiano contribuirono alla disgregazione delle forze armate e alla successiva occupazione tedesca di gran parte del territorio nazionale.

In conclusione, l’Armistizio di Cassibile può essere definito giuridicamente come l’accordo internazionale attraverso il quale l’Italia cessò formalmente le ostilità contro gli Alleati e assunse specifici obblighi militari nei loro confronti. La sua successiva proclamazione l’8 settembre rappresentò uno degli eventi giuridici e politici più importanti della storia italiana contemporanea, perché modificò la posizione internazionale dell’Italia e aprì la fase della guerra sul territorio italiano tra le forze tedesche, gli Alleati e le forze italiane che aderirono alla nuova situazione.

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