DI ELODIE VUILLERMIN
Il 12 aprile 2025, al Teatro Splendor di Aosta, si è tenuta la prima edizione del Premio Letterario Valle D’Aosta. L’obiettivo dichiarato di quell’evento era quello di valorizzare le opere di narrativa, senza però escludere le opere prime e la saggistica. Ciò che hanno voluto sottolineare durante quella serata è l’importanza dei confini, non solo geografici, ma anche quelli mentali: essi non vanno visti come barriere, ma come ponti, come opportunità per andare oltre.
I finalisti del premio erano tre: Dario Voltolini con il suo Invernale, Claudia Durastanti con Missitalia e Alessandra Carati con la sua Rosy. Tutti i romanzi erano accomunati da qualcosa: il cercare di afferrare qualcosa di inafferrabile, il tema della memoria e il complesso confine esistente tra realtà, verità e finzione. A presiedere la giuria e a dare più pepe alla serata, niente popò di meno che lui, Paolo Giordano, il geniale autore di La solitudine dei numeri primi.
Alla fine il vincitore assoluto, che si è portato a casa tutti i premi, è stato Invernale di Dario Voltolini, uomo che vanta il merito di essere non solo uno scrittore di grande bravura, ma anche un insegnante della Scuola Holden di Torino, la stessa università che ho frequentato io (ebbene sì, per un po’ è stato un mio professore).

Invernale è un romanzo prettamente autobiografico, come dichiarato dallo stesso autore, incentrato sull’ultimo anno della vita di suo padre. Gino (così si chiamava) è un macellaio che un giorno come tanti, mentre sta lavorando la carne, si taglia per sbaglio un dito. A seguito dell’episodio, Gino si ammala, ma il taglio non c’entra niente; la motivazione è un’altra e viene spiegata più in là nella storia.
Come si può facilmente notare, la narrazione è divisa in due parti. La prima è quella in cui Gino è padrone assoluto dei suoi gesti e del suo lavoro; nella sua vita tutto avviene in modo automatico e non ci sono sorprese né alterazioni significative. La seconda parte, successiva all’incidente, è dominata dall’incertezza: poco a poco Gino perde il controllo di sé e del suo lavoro, nulla nella sua vita è più programmato e sicuro, i dubbi superano le certezze. C’è un “prima” e un “dopo” il taglio del dito.
Nel “prima”, notiamo come le descrizioni di Voltolini, molto incentrate su organi interni, tessuti e ossa di animali pronti a essere tagliati e serviti come merce, abbiano una potenza tale da entrare nella carne del lettore e giungere fino alla sua anima. Il ritratto che egli fa dei macellai e del loro mestiere è rispettoso e di una precisione quasi chirurgica. Non esita a concentrarsi su ogni singolo particolare, perfino quelli che agli occhi dei lettori più sensibili appaiono troppo grotteschi o li molto sgradevoli, come ossa che sporgono, o viscere messe a nudo e separate dal corpo a cui appartenevano, o crani aperti a metà. Questa è una dichiarazione di intenti: con le sue parole vuole entrare in noi, accedere alla nostra parte più intima e viscerale. Il lettore ha la sensazione di non essere più un intero, si sente scomposto in più parti e analizzato da dentro, nel profondo.
La parte più affascinante di tutto questo è che, per come ne parla Voltolini, sembra esserci una componente artistica in questo mestiere da uomini comuni.
C’è una danza lì dentro, con persone a loro volta in massa, che devono prevenire le traiettorie dei movimenti uno dell’altra, una dell’altro. Qui per esempio si vendono carni: di pollo, di agnello, di coniglio. Mentre uno spacca il coniglio per il lungo sul ceppo di legno cercando di evitare l’esplosione delle sue ossa e mira il centro del cranio per aprirlo in due metà con un solo colpo di coltello, l’altro apre un pollo per scaturirne il solo petto, e poi affettarlo. I tempi di utilizzazione del ceppo dipendono da velocità: nel servire il cliente, nello spolpare la bestia, nell’impacchettarla e sbatterla sulla bilancia per stabilire il prezzo. Prendere i soldi, dare il resto. Avanti un altro, avanti un’altra. […] Come batteristi nell’assolo i macellai colpiscono con la lama tra segmento e segmento per creare le cotolette da fare al forno, alla brace, alla milanese. Suoni come di mitraglia, lame tra la carne e tonfi sul legno del ceppo. Bilancia, soldi, altri soldi in resto.
(Invernale, Dario Voltolini, pag. 9-10)
Una cosa è certa: per essere macellaio devi avere la tempra giusta e la giusta preparazione mentale. Non dimentichi mai che il pollo, l’agnello o il coniglio che stai per affettare un tempo aveva un vita, ma non devi farti impressionare dai suoi occhi spenti, anche se sembrano guardarti come se fossero ancora vivi. Non devi mai esitare.

Nella parte successiva al taglio del dito, Gino è costretto a delegare il suo mestiere a un garzone finché non si rimette in salute, ma anche quando torna a lavorare comincia a sentire una stanchezza che prima non gli apparteneva. Poi l’appetito cala, i pensieri si fanno confusi o distratti; insomma, comincia a esitare. A causa dei continui esami medici cui deve sottoporsi, Gino non sa più cosa aspettarsi. Ciò che era consolidato e fisso diventa mobile, incerto e dubbioso.
Gino fatica a distinguere la realtà da una percezione distorta. Quel che vede e sente, lo vede e lo sente davvero, o se lo immagina? È ancora un intero o un uomo tagliato, diviso in pezzi, che non tornerà come prima? Nel frattempo che la malattia prosegue il suo corso, cerca di ricomporre i pezzi, di tornare a quell’intero. I mesi passano lenti, pesanti, quasi vuoti, e lo stile nella seconda parte del libro enfatizza questa sensazione opprimente.
Il padre e il figlio sanno che la malattia c’è, ma non ne parlano mai, tranne una sola e unica volta. Piuttosto parlano delle passioni che li accomunano, in primis il calcio. Non c’è mai incomunicabilità, al contrario di quel che si potrebbe pensare. I gesti riescono a comunicare più di mille parole ed Invernale è un romanzo pregno di gesti, da quelli tipici del mestiere di macellaio ai viaggi effettuati per rispettare le visite mediche.
Lo squarcio del coltello nel pollice ha un valore narrativo molto potente. Grazie a esso, Voltolini non si limita a raccontare la storia di un padre confuso e smarrito di fronte alla sua malattia. Al contrario, ha saputo (e voluto) narrare quali risorse può e deve tirare fuori un uomo metodico, abituato alla routine e agli automatismi, quando affronta una crisi dei valori in cui crede e i suoi ritmi vengono scombinati.
Impressionante e intimo: questi sono, a parer mio, i termini più adatti per descrivere lo stile di Voltolini nel complesso. Egli sceglie le parole con cura, le seleziona e le dispone sulla pagina con la stessa precisione che adotta il macellaio nel tagliare la carne. Il suo è uno sguardo che riduce all’osso, in senso letterale e metaforico; che non si perde in virtuosismi letterari né gira intorno all’argomento, ma ti dice le cose come stanno; che sa descrivere magnificamente l’interno di ognuno di noi e le conseguenze che questo ha sull’esterno.
Sì, Voltolini se l’è proprio meritata la vittoria quella sera.
Leggendo Dario Voltolini si è portati a pensare di poter fare a meno del mondo: bastano le sue parole, le sue descrizioni scintillanti, capaci di afferrare le cose e suscitarle come nessun altro.
(Tiziano Scarpa)


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