Viviamo in un mondo in cui comunicareè anche un lavoro. C’è chi studia per diventare esperto in scienze della comunicazione, chi lavora nei settori marketing e comunicazione. Oppure ancora c’è chi – per avvicinarci a ciò che tento di fare io con questa rubrica – si specializza per formarsi come comunicatore della scienza.
Eppure, a pensarci bene, comunichiamo continuamente. È un’azione che compiamo tutti i giorni, forse anche senza accorgercene, perché è una parte tanto integrante della nostra vita da darla per scontata. Si può comunicare in vari modi, con mezzi differenti: si pensi al linguaggio verbale (cioè le parole dette a voce o scritte), ma anche alla gestualità (non solo quella tipica di noi italiani, ma anche le lingue dei segni). E poi il sistema Braille, il codice Morse, le espressioni facciali. Ma pure la musica, la pittura, il cinema. E se ci affacciassimo al mondo animale e vegetale potremmo menzionare anche le vocalizzazioni di alcune specie, i canti degli uccelli, i feromoni e altre sostanze chimiche volatili. Insomma, un insieme molto ampio di atteggiamenti e fenomeni che richiede una definizione più ampia del semplice dialogare o chiacchierare.
(Un uccellino canoro, esempio di animale che “parla”)
L’etimologia del termine comunicare ci rimanda alla condivisione, al mettere in comune il proprio pensiero. Deriva infatti dal latino cum + munire, cioè costruire un legame, rendere partecipi gli altri di qualcosa [1]. Per definizione, quindi, la comunicazione è generosa e accogliente. Ma sappiamo renderla davvero così?
Però la domanda su cui vorrei soffermarmi maggiormente in questa occasione, caro lettore, è la seguente: esiste un solo modo di comunicare per tutti gli esseri umani?Oppure la comunicazione rispecchia in qualche modo la nostra origine e la nostra unicità?
Questa riflessione mi è stata suggerita dalla visione di un documentario, “James Cameron – Viaggio nella fantascienza”, nel quale il famoso regista racconta la nascita e la storia del genere fantascientifico in ambito cinematografico, accompagnato da altri suoi illustri colleghi: George Lucas e Steven Spielberg, per citarne alcuni. Nel corso delle puntate, vengono presentate pellicole cult per gli appassionati del genere, senza tralasciare opere più recenti, come “Arrival”, film del 2016 diretto da Denis Villeneuve. Mi si è sbloccato un ricordo: quella storia mi aveva affascinato moltissimo, perché intreccia sapientemente storia, filosofia, alieni e minacce di estinzione… un mix che adoro!
Intermezzo. Quanti di voi, come me, provano gusto nella visione di scenari catastrofici o post-apocalittici? Non nascondetevi, vi vedo che avete salvato tra i preferiti tutte le saghe dei disaster movies e delle invasioni extraterrestri!
(Locandina di “Arrival”)
Tornando a noi, il film che menzionavo poche righe sopra si basa su una teoria realmente esistente nell’ambito della linguistica (che, per chi non lo sapesse, è la scienza che studia in modo rigoroso il linguaggio). In sintesi, nel film “Arrival” gli alieni si presentano sulla Terra e iniziano a comunicare con gli esseri umani. O almeno ci provano: non solo sembrano usare una scrittura incomprensibile, ma sembrano anche ragionare in modo completamente diverso da noi. La chiave del mistero sarà trovata da una ricercatrice esperta che comprende questa differenza e si porrà come intermediaria. Non dico altro: no spoiler!
Alla base del film, tratto a sua volta da un libro, vi è l’ipotesi di Sapir-Whorf, o ipotesi della relatività linguistica: formulata nella prima metà del ‘900, essa afferma che la lingua che parli plasma il tuo modo di pensare [2]. In altre parole, i due studiosi che per primi formalizzarono questa teoria (Sapir e Whorf, appunto) ritenevano che il linguaggio usato da una persona ne influenzi il pensiero, la capacità di osservare e interpretare il mondo. Facciamo un esempio: sarebbe come dire che se nasci in un Paese dove si parla inglese, svilupperai necessariamente un modo di pensare che è diverso da quello che si forma in un parlante francese, spagnolo, italiano, e così via. Ecco perché si parla anche di determinismo linguistico: la lingua determina il pensiero. Affermazioni forti, e infatti questa ipotesi fu criticata dagli studiosi di psicologia, sociologia e linguistica. A ben vedere, però, mi pare che possa ritenersi vero il contrario: cioè che la cultura cui appartieni influisca sulle espressioni idiomatiche della lingua che parli. Pensate, per esempio, a quelle parole o frasi inglesi che non hanno una traduzione letterale in italiano, o viceversa. Inoltre, sono diventate famose le parole saudage dal portoghese, o ikigai dal giapponese, per fare qualche esempio. Esse esprimono in modo unico una qualche caratteristica, un atteggiamento tipico di una popolazione. Se lo sai, lo sai. Se non lo sai, puoi solo intendere in modo sfumato quella sensazione. Il signor Sapir col tempo trovò un compromesso che lo portò a propendere, piuttosto che per un determinismo unidirezionale tanto rigido, verso una teoria di influenza reciproca tra pensiero e linguaggio. Come se la lingua parlata e il nostro occhio sul mondo si fossero co-evoluti insieme, modificandosi e aggiustandosi a vicenda. Molto plausibile a livello biologico, pensando che il linguaggio ha radici genetiche con profonde ricadute sull’anatomia e sul funzionamento del cervello. Ma di questo parleremo meglio tra poco.
Che ogni lingua porti con sé un modo diverso di concepire il mondo, è dimostrato da lingue ancora poco studiate, come quelle diffuse tra alcuni popoli africani, dove si usa il duale (né singolare né plurale, serve ad indicare due entità, né più né meno). Anche se i cultori dell’antichità classica riconosceranno qualcosa di noto già ai Latini e ai Greci… Ma si potrebbero nominare anche lingue in cui si hanno diverse concezioni del tempo e dello spazio, da cui derivano modi di esprimerli diversi dai nostri. O ancora culture in cui esistono più di due generi, oltre al maschile e al femminile (vi penso, amanti del tedesco!). Oppure quelle lingue in cui la variazione di una parola non si basa sul genere o sul numero, bensì su altri fattori quali l’essere oggetti animati o inanimati.
Si dice che imparare una nuova lingua faccia cambiare la percezione del mondo intorno a sé; ma si dice anche che, per impararla veramente, bisogna viverla in una regione in cui la si parli correntemente (perché solo così ci “entri” dentro, a quei meccanismi di pensiero). Forse per questo si studiano ancora il latino e il greco antico: pur essendo lingue “morte”, ci permettono di entrare nella testa, nelle logiche di pensiero degli Antichi, per capirne meglio le scelte storiche e culturali, e interpretarne di conseguenza le opere pervenute fino a noi. In linea con quanto detto finora, le figure dei mediatori linguistici e culturali odierni si pongono proprio come ponte tra due o più culture, perché la lingua può diventare una barriera alla comprensione reciproca.
Basandoci su queste riflessioni, pertanto, una lingua unica è un impoverimento, a mio parere. Pur riconoscendo l’utilità di una lingua veicolare per comprendersi tutti rapidamente: il francese un tempo, l’inglese oggi, in futuro chissà. Eppure, questa influenzerà le dinamiche internazionali perché si poggia su un costrutto di pensiero che non è detto che sia il migliore per ogni situazione, o che possa essere sfruttato nel miglior modo da tutti, indipendentemente dalla cultura di provenienza. Ecco che, quindi, alla fin fine, forse è vero che la lingua influenza il pensiero…
(Ecco come gli alieni scrivono in “Arrival”: questa è una loro frase!)
In questa nostra riflessione sul linguaggio, viene ora da chiedersi: quand’è che l’essere umano ha iniziato a parlare?
Vale la pena affrontare questo tema dal momento che, spesso, si sente dire che il linguaggio sarebbe ciò che ci rende umani. Ovvero, per dirla con toni arroganti e specisti: visto che solo noi siamo dotati di un sistema linguistico così raffinato ed evoluto, allora siamo superiori a tutti gli altri esseri viventi. Ma è vero?
Innanzitutto, dobbiamo precisare che nel corso degli anni la ricerca scientifica sta svelando che anche molti altri esseri viventi apparentemente incapaci di comunicare con forme di linguaggio complesse sono in realtà capaci di esprimere molte “parole” per interagire tra loro. Vi rimando ad una rassegna molto interessante su questo tema curata dalla redazione di Frida dell’Università di Torino: la trovate a questo link. Detto questo, resta la curiosità di scoprire a che punto della nostra storia evolutiva noi umani ci siamo distaccati dalle altre scimmie antropomorfe, in particolare sviluppando la capacità di parlare. È molto allettante l’idea che possa esserci un punto del nostro DNA (un gene) che ha dato il via ai nostri discorsi, in un certo momento preciso della storia. E inizialmente sembrava pure che lo avessero trovato! Negli anni ’90 del secolo scorso, fu pubblicato un articolo scientifico che riscosse grande successo: si illustrava infatti la scoperta di un gene, chiamato FOXP2, che – se mutato – poteva causare disturbi del linguaggio [3].
Fermi tutti, c’è bisogno di una spiegazione più chiara. Quando si fa ricerca in ambito biologico, talvolta è difficile capire da dove iniziare per risolvere il mistero della Vita. Allora si parte da qualcosa di esplicito, diretto. In questo caso, essendo il linguaggio un aspetto della vita determinato da tanti fattori (mente e corpo devono cooperare per farci parlare), si pensò di indagare la causa dei difetti del linguaggio, in modo da identificare il gene responsabile di queste patologie. Le principali differenze tra individui sani e malati furono riscontrate proprio nelle sequenze del DNA relative al gene FOXP2, che fu quindi insignito del nome di “gene della grammatica”. Una conclusione troppo affrettata, poiché tempo dopo ulteriori studi dimostrarono che – come era prevedibile – FOXP2 è solo una delle tante componenti che permette ad un essere umano di esprimersi attraverso il linguaggio verbale. Ok, possiamo tornare al racconto principale.
(Altro esempio di animale che non la finisce più di “parlare”: il pipistrello!)
Il gene FOXP2, però, non è esclusiva soltanto dell’essere umano. Anzi, è un gene molto conservato, cioè ha subito pochi cambiamenti nel corso dell’evoluzione e ha sequenze di DNA molto simili anche in specie poco imparentate tra loro. Per esempio, FOXP2 nei primati come scimpanzé e gorilla è identico. Le prime mutazioni si sono registrate quando l’evoluzione dello scimpanzé si è distinta da quella dell’uomo (circa 5 milioni di anni fa). E in particolare nell’uomo primitivo ci sono state due modifiche genetiche essenziali, una delle quali è datata circa 200.000 anni fa: un dato non trascurabile, visto che sembra che la capacità di parlare sia emersa nella nostra specie proprio in quell’epoca [4]. Tuttavia, da lì a concludere che abbiamo scovato la chiave del linguaggio, la strada è ancora lunga! Infatti, sembra che parallelamente all’uomo, anche nei pipistrelli e negli uccelli canori mutazioni nel gene FOXP2 abbiano permesso lo sviluppo di abilità comunicative, come l’ecolocalizzazione e la vocalizzazione canora. Cosa accomuna questi tre eventi evolutivi? Il fatto che il cervello abbia dovuto apprendere un modo per coordinare aspetti cognitivi e muscolari (ad esempio, far vibrare le corde vocali e la laringe) per produrre suoni di un certo tipo. Quindi FOXP2 potrebbe essere un regolatore, un mediatore di questi processi più ampi, ma comunque non l’unico responsabile di tutto. È necessario, ma non sufficiente. Insomma, il ruolo di FOXP2 è stato un po’ “smontato” dopo l’entusiasmo iniziale. Ma serve da buon esempio per dimostrare che i nostri caratteri fisici, e non solo, sono spesso determinati da più di un gene alla volta: vale per il linguaggio, ma anche per il carattere, la sessualità, ecc. Non esiste quindi “IL gene dell’omosessualità”, “IL gene dell’intelligenza emotiva”, “IL gene dell’artista”. Chiunque cerchi di vendervi questa idea, cari lettori, vi sta ingannando, oppure ha frainteso un risultato scientifico. Il messaggio più importante da portarsi a casa, alla fine di questa riflessione, è proprio questo: il fatto che una mutazione in un gene sia associata ad una condizione del nostro corpo non significa necessariamente che sia sufficiente ad indurla di per sé. Sarebbe bello così, e molto più facile fare ricerca scientifica (credetemi!), ma purtroppo la biologia è più complessa di quanto immaginiamo.
Per salutarci, caro lettore, desidero aprire un dibattito sulla nostra essenza in quanto esseri umani. Cosa ci rende tali, distinti dagli altri esseri viventi che abitano il nostro stesso pianeta? È davvero il linguaggio a renderci umani? O forse si tratta della capacità di pensiero, dell’empatia, della solidarietà, della compassione, della tecnica, della memoria?
Rispetto ad altri animali, per esempio, condividiamo molte di queste condizioni, anche se le esprimiamo in modo differente. Forse però siamo gli unici a scrivere, a quanto ci è dato sapere finora… Ecco, a proposito, io sto lasciando un segno scritto del mio passaggio su questa Terra, in questa Vita. Perché questa esistenza vale la pena di essere vissuta appieno, e di essere condivisa. Non so se questo mi renda più umano, ma di sicuro mi fa stare bene. E voi, cosa pensate che ci renda umani?
[3] Fisher, S., Vargha-Khadem, F., Watkins, K. et al. Localisation of a gene implicated in a severe speech and language disorder. Nat Genet 18, 168–170 (1998). https://doi.org/10.1038/ng0298-168
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