DI EDOARDO VALENTE
Una considerazione fulminea mi ha fatto pensare a ciò che sto per scrivere. Accade sempre così, ed è il bello di queste cose; è come disporre delle biglie metalliche distanti tra loro, slegate tra loro, e poi all’improvviso cade, equidistante da tutte loro, una calamita, che le attira tutte a sé, e compone finalmente una costellazione inaspettata, ma ora evidente.

Mi stavo informando in merito a un libro intitolato Tolstoj è morto di Vladimir Pozner, che racconta i particolari ultimi giorni di vita del grande scrittore russo che, ottantaduenne, fuggì di casa e poi si ammalò della malattia che di lì a poco lo avrebbe stroncato. Nel fare questa ricerca mi sono imbattuto anche in un altro titolo, che tratta evidentemente lo stesso argomento: Fuga e morte di Tolstoj, di Stefan Zweig.
Notare che Zweig avesse scritto questo testo mi ha fatto pensare alla grande quantità di libri che questo scrittore austriaco ha dedicato a figure più o meno celebri della storia, da regine come Maria Stuart e Maria Antonietta, a navigatori come Magellano e Vespucci, alle trilogie dedicate agli scrittori: Balzac, Dickens e Dostoevskij; Hölderlin, Kleist e Nietzsche; Casanova, Stendhal e Tolstoj. Una grande produzione critica e biografica, che affianca i suoi scritti narrativi.
Ma come narratore, Zweig è davvero apprezzato?

Qui mi sono ricollegato a un altro frammento.
Nella raccolta intitolata Del narrare sono stati proposti alcuni saggi che lo scrittore Daniele Del Giudice ha dedicato ad autori e letteratura, e in uno di essi parla di Zweig, definito verso la fine “un grande minore”. Definirli, distinguere i grandi scrittori da quelli secondari, non è facile, lo ammette lo stesso Del Giudice; eppure, nonostante definisca la scrittura di Zweig “brillante, delicata, con un vero fiato narrativo”, ad essa “manca tutta la zona centrale”, ovvero è una scrittura che si disperde in dettagli o in assolutismi, che descrive le emozioni come immutabili e non soggette all’influsso del tempo.
E per quanto in realtà oggi Zweig, quando viene letto, venga apprezzato principalmente per la sua narrativa, resta il fatto che si dedicò anche all’attività che spesso fa di uno scrittore un “minore”, un “secondario”, ovvero l’asservirsi al racconto delle vite e delle opere altrui.

L’ultimo tassello che qui si è connesso è qualcosa a cui penso spesso, una frase pronunciata da Pietro Citati in un’intervista televisiva del 1988. Verso la fine l’intervistatore gli chiede se ha un “grande rimpianto”, e Citati risponde:
“Ho rimpianto per le doti che non ho, insomma, sono uno scrittore di second’ordine, sono un critico letterario, quindi è sempre un’arte applicata – applicata ad altra arte, che esiste soltanto se esiste qualcosa al di fuori di me. Non sono uno scrittore primario, mi manca questo genio originale. Non è che sia un grande rimpianto, è il riconoscimento di qualcosa che non ho”.
Sicuramente Citati è stato un grande critico, forse tra i più grandi a cavallo tra la seconda metà del Novecento e l’inizio degli anni Duemila, ovvero in un periodo che ha visto la figura del critico letterario estinguersi un po’ alla volta. La cattiveria, lo snobismo, la presuntuosità di cui Citati era accusato, soprattutto in gioventù, erano però elementi utili, se non necessari, per svolgere il lavoro di critico. Cosa che oggi, per una strana paradossalità, non avviene. Quando si parla di un libro si tende sempre a difenderlo – o a criticarlo solo per sensazionalismo – mentre in altri contesti sembra che non ci si possa permettere di fare nulla senza ricevere una grande quantità di critiche da parte di chi, di fatto, non avrebbe il diritto di porne. Insomma, una delegittimazione, o appropriazione indebita, del ruolo della critica.

Detto ciò, Citati riconosce una mancanza nella sua vita, ovvero quella del “genio originale”: se altri non avessero scritto, lui non avrebbe avuto di che scrivere. La sua è un’arte derivativa, e quindi considerata secondaria. Spesso è questo il ruolo a cui è relegato il biografo, ovvero colui che compie un’opera di servizio.
Oggi, però, così come la critica deve essere sempre sulla bocca di tutti, la mitomania narcisistica e individualista a cui la nostra società ci ha abituati ha fatto sì che, in qualche modo, anche una biografia non possa essere solo biografia, che chi scrive non debba solo fare opera di servizio, scomparire dietro la storia che sta raccontando; no, in qualche modo l’autore, in quanto autore, non vuole sentirsi secondario, e si deve mettere in mostra.
Penso, ad esempio, a Emmanuel Carrère.
E penso al libro che lo ha in qualche modo consacrato al grande pubblico, facendo affermare il suo stile ormai riconoscibile: L’Avversario. Non è solo la storia di Jean-Claude Romand, è la storia di Romand intervallata da quella di Carrère stesso che racconta la storia di Romand. Ma non ha fatto sempre così. Tra i suoi primi libri ce n’è anche uno che meriterebbe di essere letto solo per il titolo che ha scelto – un titolo derivativo, ovviamente – che è Io sono vivo e voi siete morti, una biografia di Philip K. Dick, concepita come una normale biografia di uno scrittore. Un testo, tra l’altro, che considero di piacevolissima lettura, perché è evidente che Carrère sappia maneggiare bene il materiale di cui entra in possesso, che in quel caso trattava sì con fare narrativo, ma senza egoistiche intromissioni.

E nel leggere quella biografia, mi ero imbattuto in un altro modo in cui si cerca di distinguere uno scrittore maggiore da uno minore: la distinzione tra narrativa pura e narrativa di genere.
Philip Dick era appassionato fin da piccolo di fantascienza, ma quando all’incirca ventenne iniziò a frequentare gli ambienti culturali, trovò tutta gente che “se la tirava” e leggeva l’Ulisse di Joyce e apprezzava solo la “vera” letteratura. E Dick tentò di scrivere narrativa pura, per inserirsi nel mondo dei “veri” scrittori, ma se ne sentì escluso, e si convinse di poter scrivere solo libri secondari, fantascientifici, che poi, è inutile dirlo, sono quelli per cui noi oggi lo ricordiamo positivamente.
Quindi ora bisogna capire che la distinzione che si fa tra i diversi tipi di scrittori e di scrittura è molto più complessa, non è dicotomica ed evidente, ma è fatta di sfumature, quindi non è immediata e ci si mette di più a capire, ma è giusto così, e anzi la critica dovrebbe proprio – con il suo lavoro di servizio – aiutarci in questo.
Ad esempio: uno scrittore, solo perché usa la fantascienza, scrive solo romanzi di puro intrattenimento? Assolutamente no, anche perché le possibilità speculative che concede la fantascienza hanno permesso a molti autori di trarre considerazioni importanti sul loro presente e sul loro futuro (il nostro presente), che altrimenti non avrebbero avuto modo di svilupparsi, se non all’interno di quella corrente di pensiero recentemente nota come “futurologia”, che volendosi però porre alla stregua di una disciplina scientifica, ottiene molta meno credibilità rispetto a un romanzo.

Ci sono questioni di generi letterari, di argomenti trattati, di stile utilizzato; e tutte queste cose vanno analizzate nel loro insieme, ma anche nella loro specificità.
Ma la “minorità” di uno scrittore dipende anche dal contesto, e dalla prospettiva storica e temporale.
Ancora Carrère, sempre in uno dei suoi primi libri, Bravura, racconta del celebre soggiorno a Villa Diodati di Mary Godwin e Percy Shelley, Lord Byron e John Polidori, il meno noto del gruppo, e quello per cui Carrère nel suo romanzo parteggia maggiormente, proprio in quanto non comunemente considerato all’altezza dei suoi amici.

E Polidori è stato meno bravo, meno capace degli altri nello scrivere una storia dell’orrore? Probabilmente lo è stato meno di Mary Godwin e del suo Frankenstein, ma potrebbe essere stato più bravo dei due poeti, Shelley e Byron, che certo non ricordiamo per aver tentato di scrivere un romanzo gotico. Anche in questo caso, l’intera vicenda assume un significato particolare in quanto scaturigine di Frankenstein, che getta da un lato un faro su quel gruppo di persone e sulle opere nate in quella circostanza, ma contemporaneamente lascia in ombra tutti gli altri.
Tra questi, Polidori è il più sfortunato. Nel riprendere l’elemento folkloristico del vampiro, gli ha dato le caratteristiche che noi oggi conosciamo, ma non le conosciamo certo tramite questa sua storia, e neppure grazie a Carmilla dell’irlandese Sheridan Le Fanu. Ma è stato un altro scrittore irlandese, Bram Stoker, a imporre al nostro immaginario la nuova mitologia del vampiro con il suo Dracula.

E, tra l’altro, questa “genealogia” del vampiro è anche ciò che la buona critica dovrebbe insegnarci ad applicare sempre.
C’è un discorso che ha fatto Federico Frusciante in un video live (ora la clip è disponibile online) in cui criticava in generale le persone che non sanno, che non approfondiscono, o che non vogliono farlo, soffermandosi sulla superficie.
Lui ovviamente faceva riferimento al cinema, il suo campo di vastissime conoscenze, e con quel discorso diceva che se arriva qualcuno a dirci che un film recente è innovativo perché usa una certa tecnica, ignorando che abbia già decenni di utilizzo alle spalle, noi dobbiamo dirgli “Sei una merda!”, perché non sai, perché credi di sapere (quasi socratico come approccio, no?). Ma, da questo punto di vista, potremmo dire che Frusciante è stato un Socrate un po’ più diretto, che diceva le cose con meno giri di parole.

Quindi, facciamo un esempio dell’applicazione del “Sei una merda!”.
Immaginate una persona che arriva da voi, contenta per aver letto Carrie di Stephen King, e convinta che lui abbia inventato quel modo di raccontare la storia, per frammenti giornalistici, con testimonianze, ecc.
Al che, gli si dovrebbe dire “Sei una merda!”, perché non sai che Bram Stoker cento anni prima lo ha già fatto meglio.
Se poi qualcun altro si attaccasse alla discussione esaltando Dracula in quanto ha inventato il vampiro gli si deve dire: “Sei una merda!”, perché non conosci Carmilla di Le Fanu e Il vampiro di Polidori.
Ora, questo era un esempio che secondo qualcuno può lasciare un po’ il tempo che trova, ma il senso è capire che quando si parla di cultura bisogna approfondire, non essere superficiali, non dare le cose per scontate, non credere che gli ultimi arrivati siano per forza i più bravi: c’è una schiera di persone che li hanno preceduti, magari da loro hanno imparato qualcosa. E neanche credere che chi è arrivato prima, solo per questo, ha saputo fare le cose meglio degli altri. C’è una schiera di persone che è venuta dopo, magari qualcuno lo ha fatto meglio.
Ed essere diretti, nel fare critica, è importante. E anche il “Sei una merda!” è importante, perché sempre come ha detto Frusciante, noi non vogliamo sentirci dire che “siamo delle merde”, e così ci sentiamo indispettiti, e andiamo a leggere di più, a imparare di più, così la prossima volta saremo preparati.
Non è sfoggio di superiorità, è consapevolezza.
E questo si ricollega al nostro discorso su cos’è e cosa non è “letteratura secondaria”, chi e cosa sono gli “autori minori”.
Per fare queste classifiche, per creare queste gerarchie, bisogna sapere come gestire il materiale che si maneggia. E se queste gerarchie ci sembrano sbagliate, allora dobbiamo essere abbastanza bravi, informati e capaci per poter dire: le cose così non vanno bene. E dare, per esempio, valore all’opera di Polidori, se se lo merita. O dare valore alla fantascienza, sapendo dimostrare che può essere più di quello che la snobistica opinione comune impone. E così via.
Per permettercelo, però, ci serve senso critico, e ci serve quella capacità di dire che qualcosa – un libro, un film, un prodotto culturale o d’intrattenimento qualsiasi – non è ben fatto, ha dei difetti, non funziona, ecc. A questo serve, anche, quella cattiveria alla “Sei una merda!” di Frusciante, o quell’antipatia che si attribuiva a Pietro Citati: saper riconoscere il valore dell’arte significa anche dover riconoscere l’assenza di valore in ciò che non lo è.
Anche Pietro Citati ha scritto un libro su Tolstoj, di questo mi stavo dimenticando. E a volte ci si potrebbe chiedere: a cosa serve leggere (o addirittura scrivere) un libro su Tolstoj quando già lui ha scritto enormi capolavori?
Si torna al valore degli autori minori, della letteratura secondaria.
Sarebbe come dire: a cosa serve il sottobosco se tanto ho già una foresta intera?
È un rapporto duplice, simbiotico: senza di uno non esisterebbe l’altro, e viceversa.
Anche l’arte, la cultura, la letteratura vivono in ecosistemi, in cui ogni parte ha il suo ruolo, la sua funzione, la propria dignità.


(Pensate, ad esempio, se non esistesse l’invisibile figura di chi traduce i libri…)
La letteratura secondaria è anche come una lente, come quelle degli occhiali da sole: permettono di affrontare qualcosa di bello, luminoso, e potenzialmente dannoso, con i giusti strumenti.
Altrimenti, senza queste strutture a reggere insieme i pezzi, ogni opera d’arte si muoverebbe in uno spazio vuoto, in un buio indefinito in cui vagherebbe senza contatto con tutto il resto.
Parlare di letteratura non è meno significativo che crearla di prima mano: permette di creare costellazioni dove altrimenti non si vedrebbero che isolati puntini luminescenti.


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