DI GREGORIO AUDASSO
Hayao Miyazaki. Basta, l’articolo potrebbe finire qui. Ma dovrò pur convincervi a guardare quest’opera, giusto?

Mentre difendeva il suo villaggio dall’attacco di un misterioso demone, il Principe Ashitaka viene maledetto da quello che si rivela essere un cinghiale divino corrotto dal suo odio verso gli esseri umani. La maledizione gli ha marchiato solo il braccio, ma presto si espanderà fino al suo cuore, segnandone la morte. L’unica sua speranza è abbandonare il villaggio e partire per l’ovest, verso la foresta mistica dove vivono ancora gli dei della natura e sperare di trovare una cura che lo liberi dal maleficio.
Nel suo viaggio, Ashitaka incontrerà San, una ragazza guerriera (nonché LA Principessa Mononoke) cresciuta da una dea-lupa, il cui scopo è proteggere la foresta da Lady Eboshi, una donna ambiziosa a capo di un insediamento di lavoratori del ferro, che sta lentamente distruggendo la città causando l’ira degli dei della foresta.
Ashitaka quindi dovrà trovare un equilibrio tra la natura e gli umani, per sventare una guerra che distruggerà entrambi.

Negli ultimi anni, le opere “ambientalistiche” hanno sempre mostrato il conflitto tra uomo e natura con singolo verso, UOMINI CATTIVI, NATURA BUONA. E se da un lato questa visione è anche corretta, io trovo che sia ottusa e priva di una qualsiasi soluzione. Se davvero dobbiamo rimanere fermi a questa visione, allora i problemi non si risolveranno mai finché non ci uccidiamo tutti in massa o smettiamo di generare figli. Esiste un modo per vivere in armonia con la natura, per non distruggere ogni cosa sul nostro cammino solo per avere di più di ciò che già abbiamo. Esiste un modo per vivere in armonia ed è proprio ciò che dovrà trovare il nostro principe protagonista, ciò che vuole trovare anche l’autore.
Nonostante sia un noto misantropo, Hayao Miyazaki non condanna totalmente l’umanità in questo film. Le persone della meravigliosa Città del Ferro sono persone BUONE. Sono solidali fra di loro, si aiutano e si amano, capiamo in un istante il rapporto persino tra le comparse, che TUTTE prima o poi giocheranno un ruolo nella storia, anche quelle che non proferiscono parola. Dalle donne che lavorano alla forgia, fortissime e autorevoli, agli uomini che si avventurano nei luoghi ostili per riportare a casa viveri e risorse, fino ai lebbrosi che fabbricano i potentissimi archibugi. Questi gruppi spesso litigano e si prendono gioco dell’altro nel corso della storia, ma si capisce quanto in realtà tutti si amino. Tutti uniti da una persona: l’immensa Lady Eboshi. Lei incarna il vero problema secondo Miyazaki, coloro che distruggono tutto ciò che gli si para davanti pur di ottenere il loro premio egoistico. Eppure dà una casa agli emarginati, una vita alle persone della sua comunità e tutti la amano e rispettano per questo. C’è poi Jiko, dalle dubbie motivazioni, iconico nel design e in molto altro, che rivela il vero male, ciò che sta distruggendo l’umanità e la natura:
“Desiderare tutto ciò che c’è tra il cielo e la terra è la vera vocazione di ogni essere umano!”.
Il progresso per noi è fondamentale, ma è l’eccesso, la sete di potere e di possedere tutto, anche ciò che non ci serve davvero, che Miyazaki distrugge in questo film.

La natura invece è capeggiata dagli dei della foresta, enormi animali parlanti dalla forza inarrestabile, pronti a muovere guerra alla razza umana. Corna, artigli e zanne contro il fuoco e la polvere da sparo degli umani. Tra i due mondi c’è San, la Principessa Mononoke, che ripudia la sua natura di umana e vive tra i lupi che la salvarono da piccola. Il suo incontro con Ashitaka la cambierà per sempre, mettendo in discussione la sua visione “estremista” del mondo. Infine, c’è il Dio della Foresta, l’incarnazione della natura stessa e vero bersaglio di Lady Eboshi. E’ un essere silenzioso dalla potenza sconfinata, in grado di donare la vita come di toglierla e che, come la natura, se ferito può causare distruzione come nessun altro.
Ogni personaggio di questo film odia il suo nemico e proprio per questo motivo si rifiuta di sapere le motivazioni dell’altro, cosa lo ha spinto a diventare nemico in primo luogo, perché uccide, perché agisce in questo modo. Gli schieramenti si rifiutano di ammettere la sconfitta o accettare una tregua, perché quando in palio c’è OGNI cosa, a nessuno viene voglia di concederne un pezzo. L’unico che non è accecato dall’odio è proprio Ashitaka, l’ago della bilancia d’oro puro, che si distrugge pur di trovare la pace, tanto che la sua missione per liberarsi dalla maledizione passa in secondo piano. Eccola l’essenza del Principe, colui che pur di aiutare gli altri si dimentica persino di sé stesso.

Miyazaki è sempre stato un maestro nel soffiare la vita in persone e luoghi bloccati in sole due dimensioni.
Nessuna animazione è mai ripetuta, ogni singolo movimento dei personaggi sembra improvvisato da loro stessi, con un realismo tale da rendere la fantasia realtà. Quando Ashitaka deve raccogliere dell’acqua con la sua ciotola non fa solamente ciò, prima immerge la ciotola, poi usa l’acqua che ha raccolto per sciacquarla, la versa e finalmente raccoglie quella da bere. Oppure, per dare l’allarme, le vedette della città colpiscono un pezzo di ferro con un martello, creando un rumore assordante. Ecco, quel pezzo di ferro non è solo un rettangolo grigio, è scavato e pieno di graffi, con un solco che diventa sempre maggiore man mano che si avvicina al centro, mostrando come è stato già usato molte volte in passato. O ancora, Ashitaka riporrà via il suo arco in mille modi diversi nel film a seconda della situazione. Se è in un contesto tranquillo, sfilerà via la corda e annullerà la tensione dell’arco per conservarlo nel tempo e la rimonterà in caso di bisogno. Se durante la battaglia invece avrà bisogno delle mani, si aggancerà rapidamente l’arco al collo per brandire la spada. Questi sono solo pochi piccoli esempi dello studio gargantuesco che Miyazaki e Ghibli hanno condotto per… ogni singola cosa in questo film.

La colonna sonora si meriterebbe un articolo a parte. Joe Hisaishi compone quella che secondo me è la sua opera magna. Non ho l’autorevolezza o le conoscenze adeguate per commentare tecnicamente i suoi componimenti, ma le sensazioni che vuole trasmettere arrivano a me e a chiunque altro con la forza di un uragano. Hisaishi dipinge scene così vivide usando gli strumenti come un pennello, tanto che basta ascoltare la colonna sonora per vivere concretamente la storia dall’inizio alla fine, se poi accostate alle immagini del Sommo… allora capite bene di fronte a quale opera ci troviamo.
Il tema principale poi, ovvero “The Legend of Ashitaka”, è secondo me il tema migliore mai composto per una pellicola. Dentro di sé racchiude tutto, non solo delle opere di Miyazaki, ma dell’Umanità intera, ha il mistero, la magia, la solennità, la grandezza, l’intimità, il dramma, la dolcezza, l’amore, la morte, la guerra e la pace. Un’opera magna che incornicia un’altra opera magna.


Principessa Mononoke è un film che si pone a difesa dell’ambiente ma non contro gli esseri umani. Anche se tanto tempo fa abbiamo abbandonato la natura non significa che dobbiamo essere suoi nemici, soprattutto perché senza di lei non possiamo vivere.
Miyazaki scrive e dirige un’opera leggendaria, che nella sua narrazione epica ci trasporta in un viaggio degno di Omero attraverso luoghi fantastici, battaglie cruente e personaggi indimenticabili, fino ad un finale meraviglioso, che vi ispirerà ad agire contro chi desidera tutto ciò che sta tra cielo e terra.


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