Samurai Jack: una perla animata da riscoprire

DI ELODIE VUILLERMIN

Purtroppo durante la mia infanzia ho seguito poco le serie di Cartoon Network. Ero più un’assidua fan dei programmi per ragazzi trasmessi su Rai 2, Rai Gulp, Boing e K2. Dico “purtroppo” perché, non avendo mai avuto la possibilità di guardare Cartoon Network (era visibile solo tramite tv satellitare e non era incluso nel digitale terrestre standard come gli altri canali citati poc’anzi), mi sono persa parecchie perle animate. Per fortuna alcune di queste ultime le ho riscoperte una volta cresciuta e ho avuto modo di apprezzarle tantissimo.

Così è accaduto, ad esempio, con la serie protagonista di questo mio articolo: sto parlando di Samurai Jack, creata dalla mente di Genndy Tartakovsky, che è noto per aver diretto i primi tre film di Hotel Transylvania e per il suo contributo ad altre serie animate di successo quali Il laboratorio di Dexter, Le Superchicche e Primal. L’esperienza di quest’uomo nel mondo dell’animazione deriva dai suoi studi al Columbia College e alla prestigiosissima CalArts, la scuola per animatori per eccellenza fondata da Walt Disney.

La trama di Samurai Jack comincia quando un fanciullo, figlio dell’imperatore del Giappone, si ritrova costretto a fuggire dalla sua casa natale a causa del demone Aku (sconfitto tempo fa, ma ora libero dalla sua prigionia) che la invade, la distrugge e cattura suo padre. Nel corso degli anni viaggia in varie parti del mondo (antico Egitto, Russia, Inghilterra di Robin Hood, pure le terre dei vichinghi), viene cresciuto da persone di diverse nazionalità che gli fanno da mentori e da loro impara di tutto: le tecniche di combattimento corpo a corpo e l’uso delle armi, come andare a cavallo e navigare, la conoscenza di svariate arti. Una volta cresciuto e divenuto un samurai forte, gli viene consegnata una spada magica, con la quale liberare la sua terra e il suo popolo dalla tirannia di Aku. Tuttavia, durante lo scontro con il demone, poco prima di riuscire a dargli il colpo di grazia, il samurai viene spedito tramite un portale in un futuro distopico dove Aku è diventato il padrone assoluto di tutto l’Universo e ha schiavizzato ogni possibile oppositore. Il guerriero, confuso e battezzato Jack da alcuni abitanti del luogo, si lancia in un’epica avventura per trovare il modo di tornare nel passato e impedire il realizzarsi del futuro dominato da Aku.

Il protagonista, Jack, è la perfetta incarnazione del bushido (il codice di condotta dei samurai, molto simile a quello di cavalleria europea) e segue con rigore il codice d’onore dei grandi guerrieri. È mosso da un forte senso di giustizia, non tirandosi mai indietro di fronte alle sfide, poco importa quanto siano ardue. Prova molto rispetto per gli animali e ha uno stretto legame con la natura in generale. Quando si tratta di aiutare gli oppressi e gli innocenti e di restituire loro la libertà, non esita a lanciarsi contro il pericolo, anche se ciò significa spesso rinunciare alla possibilità di tornare nel suo tempo o quantomeno ritardarla. Tuttavia questa sua generosità mista ad impulsività lo porta in alcune occasioni a fidarsi delle persone sbagliate, che fanno leva apposta su questo lato del suo carattere per fargli abbassare la guardia. Talvolta gli capita di essere raggirato dagli stessi individui che ha aiutato, ma è pronto a perdonarli appena capisce che erano stati manipolati da Aku con la promessa di grandi ricchezze o di qualcos’altro.

Quello che Jack fa non è mai per gloria o per fama. L’umiltà, l’onestà, la saggezza e il senso del dovere sono e rimangono i suoi marchi di fabbrica. È fortemente legato alle sue radici e alle tradizioni della sua terra natia e ragiona sempre con la mentalità del guerriero cacciatore di demoni: per questo è spesso spaesato in contesti tecnologicamente avanzati o in ambienti moderni quali discoteche, trova irreale che un cane possa parlare il linguaggio umano senza essere un demone ed è sorpreso quando gli raccontano di altri mondi e di specie aliene. Prova un forte senso di colpa per non aver saputo eliminare Aku in tempo, per non aver salvato la sua gente e i suoi genitori, e nel profondo nasconde la paura di deludere tutti quelli che contano su di lui.

Le vicende in cui finisce coinvolto sono le più strane e fantastiche possibili. Viene assunto da dei cani archeologi per liberare degli operai schiavi delle miniere di Aku. Salva una civiltà di esseri simili a yeti (gli Woolies) dall’oppressione di una razza aliena (i Chritchellites) che li torturava e li trattava alla stregua di bestie pericolose. Combatte in stile Daredevil contro tre arcieri ciechi estremamente letali. Affronta ed è costretto a uccidere un colosso di roccia e lava, che un tempo era stato un guerriero vichingo, per concedergli una morte onorevole e farlo ascendere al Valhalla. A volte si trova a che fare con nemici o circostanze che cercano di corrompere il buono della sua anima o di costringerlo a commettere azioni che vanno contro la sua moralità.

Si scontra con robot, creature aliene, cacciatori di taglie, una versione oscura di sé stesso, ninja, zombie, demoni celtici, gargoyle, un drago con problemi di flatulenza (e non è uno scherzo), un verme a due teste appassionato di indovinelli, varie trasformazioni di Aku e numerosi altri nemici. Poco importa con cosa o chi a che fare, riesce sempre a dare prova della sua figaggine. Ciò non significa però che sia invincibile: ci sono stati, nella serie, alcuni nemici più forti di lui, contro i quali ha incassato pesanti sconfitte.

Nonostante sia un pesce fuor d’acqua nel futuro creato da Aku, Jack riesce sempre a trovare un modo per cavarsela tramite l’ingegno, la sua personale formazione guerriera e la messa in piedi di strategie di battaglia tipiche della sua epoca. Ne è un esempio l’episodio 3 della prima stagione, in cui Jack doma un equino alieno da usare come cavalcatura e tramite l’aiuto di alcuni cani parlanti riesce a ricavare delle catapulte, palizzate, lance, frecce e un’armatura a partire da materiali di scarto o altri oggetti dell’ambiente circostante. Con tutta questa preparazione riesce a decimare gran parte di un’orda di droni distruttori con sembianze di scarafaggi. E quando tutto ciò non basta, tira fuori la spada e diventa il one man army della situazione, tranciando teste e addomi a destra e a manca in preda all’adrenalina, sporcandosi dell’olio dei nemici fino a che non sono caduti tutti.

Passiamo ora a descrivere l’antagonista, Aku, noto anche come il Maestro dei Maestri, il Padrone delle Tenebre e il Signore del Dolore (gli piacciono proprio i soprannomi altisonanti). Egli è la personificazione del male senza possibilità di redenzione. Nel futuro la sua fame di risorse e la sua sete di potere, entrambe smisurate e senza freni, l’hanno portato a conquistare non solo la Terra, ma l’intero Universo, al punto che sul nostro pianeta vivono specie aliene miste ad umani e creature demoniache come se fosse la cosa più normale dell’esistenza. Ha occhi dappertutto, peggio del Grande Fratello di Orwell, e grazie alle sue abilità polimorfiche può assumere mille volti e adattarsi a ogni tipo di combattimento. Finge di mostrarsi magnanimo e misericordioso con i popoli che vanno a chiedere udienza da lui, al puro scopo di trasformarli in nuovi schiavi che lo venerino e gli portino rispetto. Fa grandi promesse che però infrange appena gli conviene. Non è soltanto il tipo di antagonista che fa dell’inganno e della manipolazione le sue armi migliori, ma è anche un tipo scaltro e un attento pianificatore: infatti è sempre consapevole della pericolosità rappresentata da Jack e dalla sua spada magica, motivo per cui raramente lo affronta in prima persona, a meno che non abbia la certezza di avere la superiorità su di lui, di averlo immobilizzato o indebolito.

È uno di quei villain che ami odiare e odi amare. È indubbiamente un demone potente, temibile, megalomane, infido, spregevole, arrogante e subdolo. Ma al tempo stesso ha un lato comico non indifferente. Molte delle sue espressioni e battute (quali “extra thicc!”) sono diventate dei veri e propri meme. Alla pari di Ade di Hercules, ha un notevole carisma misto a una perfidia senza fine. Può passare dal mettersi a ordinare un assassino su commissione al telefono con lo stesso tono di chi sta ordinando un pacco su Amazon al disintegrare un suo oppositore con una semplice occhiata laser. È strano immaginare che uno come lui, che non ha avuto problemi a giocare con le emozioni di Jack al puro scopo di alimentare la sua sofferenza, si lamenta in maniera teatrale quando dei demoni di fango gli si presentano per dargli un’offerta e sporcano tutto, al grido di “Avevo appena passato l’aspirapolvere!”. Ma la serie non ci fa mai dimenticare che prima di qualsiasi cosa Aku è pur sempre il male supremo e in quanto tale rimane una figura sadica, spietata, sleale, falsa, diabolica e dispensatrice di dolore.

Tra i personaggi ricorrenti della serie, un plauso obbligatorio va allo Scozzese, un omone robusto, rude e parecchio irritabile che brandisce una spada con delle rune celtiche incise sulla lama. Dopo un inizio un po’ burrascoso, lui e Jack arrivano a provare rispetto reciproco e stringere amicizia. Aspetti tipici della sua caratterizzazione, oltre al kilt e alla cornamusa (nel pieno stile dello stereotipo sugli scozzesi), sono il suo carattere orgoglioso e testardo, la canna di un mitra usata come gamba protesica (giusto per rimarcare quanto è tamarro) e gli insulti fantasiosi (“mammoletta col pigiama”, “ratto delle brughiere”, “asino delle Highlands”, “lurida pecora pidocchiosa belante”, “scorfanacce ciucciacervelli” e altri ancora). Sebbene appaia come un rozzo cafone turbolento, è un guerriero formidabile e leale che sa mettere da parte l’orgoglio per chiedere aiuto quando la situazione si fa particolarmente dura e che diventa un tenerone quando si tira in ballo sua moglie, un donnone tanto lamentoso quanto esilarante (che praticamente è una copia dello Scozzese al femminile, con il suo stesso linguaggio colorito).

Mi sento poi di citare alcuni personaggi minori che si sono conquistati la mia simpatia e il mio rispetto. Tra questi, gli Imakandi, degli alieni con sembianze di leone che non provano interesse per i beni materiali, sono guidati dal puro piacere della caccia e hanno un loro personale codice d’onore, al punto che risparmiano e liberano Jack dopo averlo sconfitto piuttosto che consegnarlo ad Aku perché ha saputo donare loro una sfida emozionante. Oppure quei popoli come gli spartani e i monaci Shaolin, che creano un forte legame di fratellanza con Jack. O ancora quei personaggi come gli ultra robot, Demongo e gli arcieri ciechi, tutti iconici per il loro design o per essere stati degli avversari parecchio ostici da affrontare.

La serie ha molteplici pregi, che la elevano a qualcosa di più di un semplice cartone animato. Tanto per cominciare, va citato il peculiare stile d’animazione basato sul principio del masking, una tecnica di disegno declinata dai fumettisti (sia orientali che occidentali) secondo la quale i personaggi vengono disegnati in modo semplice e stilizzato, in modo da creare una netta contrapposizione con gli sfondi o con altri elementi disegnati in maniera estremamente realistica. I personaggi di Samurai Jack sono raffigurati con linee perlopiù spigolose e affilate, come se fossero lame di una spada, il che crea un sorprendente contrasto con la fluidità dei loro movimenti. Inoltre le loro forme e colori sono spesso lo specchio della loro interiorità.

Samurai Jack offre anche una notevole varietà di ambienti. Con il passare delle puntate Jack viaggia in città futuristiche, rovine antiche, fitte foreste, vasti deserti, isole innevate, crateri di vulcani, paludi, ponti sospesi su burroni, canyon, montagne di ghiaccio, città segrete in fondo al mare, mondi sotterranei in stile Alice nel Paese delle Meraviglie, interiora di bestie fantasiose, addirittura nello spazio profondo. Ognuna di queste ambientazioni, naturale o artificiale che sia, è costruita con una cura maniacale, una grande attenzione ai dettagli e colori molto vividi, in modo da risultare la più realistica possibile. Non solo, il più delle volte il paesaggio riflette lo stato d’animo del protagonista.

I colori sono usati in modo simbolico per trasmettere un messaggio. Se ci fate caso, Jack è spesso vestito di bianco mentre Aku è colorato quasi totalmente di nero: un evidente richiamo alla lotta eterna tra bene e male. A seconda dell’episodio in cui ci troviamo, viene utilizzata una palette di colori calda oppure una più fredda per definire il tono narrativo e i personaggi. Anche per quanto riguarda i contrasti di luce e ombra vale lo stesso discorso: nulla è lasciato al caso, ogni piccolo dettaglio serve a veicolare un particolare significato. Per fare un esempio, le scene in cui Jack è minacciato da pericoli sempre più grandi virano su colori freddi e sono caratterizzate da una luce debole.

Una cosa che salta subito all’occhio è il taglio molto cinematografico della serie. Viene fatto un uso sapiente di fermi immagine, di zoom, di slow motion. Lo split-screen è usato per creare maggiore tensione o per espandere lo schermo con diverse inquadrature.

Le soundtrack sono qualcosa di fantastico e spaziano dall’hip-hop alla musica sinfonica, dalla techno alla folk e così via; addirittura ci sono brani che citano le colonne sonore del leggendario Ennio Morricone. Non mancano poi gli omaggi e i riferimenti alla cultura pop e al folklore giapponese (di cui Tartakovsky è un noto ammiratore), oltre che quelli a celebri generi cinematografici come il western, il noir e il cyberpunk.

Le scene d’azione sono un altro dei pezzi forti della serie, probabilmente la punta di diamante di tutti i pregi. Le coreografie dei combattimenti sono curate e studiate alla perfezione. Abbiamo inquadrature veloci che tagliano su quella subito successiva, accompagnando i tagli netti della spada di Jack; primi piani su arti mozzati, gente tagliata a metà, ferite profonde e sanguinanti senza risparmiarsi sui dettagli; esplosioni spettacolari che accompagnano la distruzione dei nemici. Non esagero a dire che la maggior parte dei combattimenti di questa serie sono absolute cinema. Molti dei suddetti scontri non sono dialogati, anzi si è scelto di mantenere solo la musica di sottofondo in modo da non distogliere l’attenzione dello spettatore dall’azione visiva. La cosa meglio riuscita è che ogni battaglia non è mai uguale all’altra, c’è sempre una certa varietà nel modo in cui Jack affronta i suoi nemici e questo contribuisce a rendere l’opera coinvolgente. E più si va avanti con gli episodi, più la qualità dei combattimenti migliora.

Viene data uguale importanza anche ai lunghi silenzi, ai panorami mozzafiato, ai momenti di attesa e di preparazione della battaglia. Come non citare a tal proposito l’episodio 7 della prima stagione, in cui Jack si benda per sconfiggere degli arcieri ciechi tramite l’udito e segue una magnifica sequenza che ci mostra il modo in cui egli percepisce i rumori della natura intorno a sé (zoccoli che grattano la terra e scavano nella neve, frullii d’ali, gocce d’acqua che cadono da ghiaccio in fase di scioglimento) e riesce a riconoscere chi li produce. Scene come questa dimostrano che è possibile narrare una storia e veicolare emozioni tramite le immagini piuttosto che con le parole, nel pieno rispetto del principio dello show don’t tell; una cosa che purtroppo in prodotti recentissimi viene a mancare, sostituita dalla pratica di usare i personaggi per commentare a voce tutto quello che succede sullo schermo e usare dialoghi stracarichi di informazioni, cosa che riduce il coinvolgimento dello spettatore.

I toni seri dell’opera sono opportunamente bilanciati da qualche episodio più leggero e dai toni comici, tipo tutti quelli in cui appare lo Scozzese. O il numero 13 della prima stagione, in cui Aku, nel tentativo di riguadagnare popolarità e rispetto tra i bambini sempre più ispirati dalle gesta eroiche di Jack, si mette a raccontare diverse storie nelle quali si pone come protagonista benevolo, arrivando addirittura a stravolgere fiabe popolari con esiti fallimentari ed esilaranti.

Vi sono anche puntate particolarmente emozionanti, che colpiscono dritte al cuore e ti fanno salire la lacrimuccia, molte delle quali sono quelle riguardanti i ricordi d’infanzia di Jack. Alcuni episodi ti lasciano spiazzato per il modo tragico o dolceamaro con cui si concludono. Altri ancora ti fanno venire i brividi dalla paura.

Nonostante la struttura episodica della serie, c’è una continuità. Nessun episodio è inutile o messo a caso. Ognuno ti aiuta a esplorare diversi lati della personalità di Jack. Ognuno è un tassello fondamentale della crescita e della maturazione del protagonista, mettendolo alla prova e spingendolo a superare i suoi limiti. Ognuno è un’importante lezione e insegna qualcosa al protagonista: il valore della rinuncia e del sacrificio, l’importanza di superare pregiudizi e luoghi comuni, il saper distinguere gli approfittatori o i nemici dalle persone di cui potersi fidare, la consapevolezza che alcune persone non cambieranno mai e resteranno malvagie nel profondo, l’importanza di non lasciarsi offuscare dalla rabbia e dalla vendetta, la realizzazione che esistono nemici onorevoli e motivati da ideali nobili.

Samurai Jack consta di cinque stagioni. Le prime quattro, composte da 13 episodi ciascuna e andate in onda dal 2001 al 2004 su Cartoon Network, sono tutte accompagnate da un’introduzione narrata dalla voce fuori campo di Aku (eccezion fatta per il primissimo episodio) che sbeffeggia le gesta eroiche del suo arcinemico. Più procedi con le stagioni e più ti rendi conto che la storia di Samurai Jack non è soltanto il peregrinare di un uomo alla ricerca del modo per tornare a casa. È un epico scontro tra bene e male che ha origine dall’alba dei tempi. Da un lato abbiamo Aku, originato da un frammento di male cosmico che ha acquisito coscienza propria e che nel corso dei secoli ha consumato la vita attorno a sé senza guardare in faccia nessuno. Dall’altro abbiamo l’eroico spadaccino che brandisce un’arma sacra forgiata da divinità benigne, il prescelto per combattere quel male e riportare la luce della speranza nel mondo, l’incarnazione degli ideali più puri e incorruttibili.

L’ultima stagione, uscita su Adult Swim con più di 12 anni di ritardo (arrivò negli USA nel 2017), consta di 10 episodi e si distingue dalle precedenti quattro per il suo tono molto più crudo e maturo. Sono passati 50 anni e Jack è ancora bloccato nel futuro, senza essere invecchiato di un solo giorno. È diventato un uomo cinico, disilluso, depresso e in preda ad allucinazioni che riflettono i suoi sensi di colpa e la sua frustrazione per aver fallito la missione per la quale ha sempre combattuto. È la sua voce malinconica e stanca a narrare l’introduzione di ogni episodio. Egli ha smarrito la sua spada, la sua moralità pura, il suo ideale di giustizia. Combatte guidato dalla rabbia e lo fa solo perché è l’unico modo che conosce per tirare avanti. Ormai è solo l’ombra di sé stesso e lotta sia con l’oscurità presente nel mondo, sia con la propria oscurità interiore.

Pure Aku è sprofondato nell’apatia più totale, non calcola più Jack poiché ormai non lo vede più come una minaccia e uccidere o terrorizzare i suoi oppositori non gli porta più la stessa gioia di un tempo. Viene introdotto il personaggio di Ashi, una ragazza che è stata condizionata sin dalla nascita a venerare Aku e a odiare Jack, protagonista di un fantastico e ben costruito arco narrativo di redenzione.

Le scene d’azione hanno alzato l’asticella in quanto a coreografia dei combattimenti, qualità dell’animazione e suspense trasmessa. Jack tradisce i suoi principi e arriva ad uccidere per la prima volta degli esseri viventi, dei corpi fatti di carne e ossa che sanguinano per davvero anziché dei robot composti da olio e circuiti. In generale questa stagione osa molto di più nel mostrare il sangue. Vengono trattati temi quali la manipolazione mentale, l’alienazione di sé, la depressione, la lotta contro i propri demoni interiori. La struttura narrativa è molto più coesa e meno episodica di prima. Il percorso evolutivo di Jack trova finalmente una degna conclusione.

La cosa più bella di questa quinta stagione è che nonostante Jack abbia smarrito sé stesso, i suoi gesti di generosità perpetrati nelle stagioni precedenti hanno dato i loro frutti e ispirato moltissime persone a combattere e resistere per 50 anni alla tirannia di Aku. Ha seminato speranza e questa è fiorita nonostante le avversità. Molti dei personaggi che ha liberato dall’oppressione e con cui ha stretto amicizia (i tre ex arcieri ciechi, lo Scozzese, gli Woolies, i cani parlanti, gli spartani e tanti altri) fanno il loro ritorno per dimostrare la loro fedeltà al samurai e insieme costituiscono la prova vivente che Jack non ha affatto combattuto invano come gli ultimi 50 anni l’hanno portato a credere. E sono proprio loro a dare un enorme contributo nella battaglia finale contro il male assoluto.

Ma non pensate che sia finita qui. Dal cartone è stata tratta una serie di fumetti editi dalla IDW Publishing in America e dalla Panini Comics in Italia, che si propongono come continuazione dell’opera originale, pubblicati a partire dal 2013 e tuttora in corso. Mentre nel 2020, tre anni dopo il finale originale della serie, è stato fatto un videogioco, Samurai Jack: Battle Through Time, che se completato al 100% offre il vero finale della storia, quello che secondo Tartakovsky è da considerare come il finale canonico (più positivo e meno dolceamaro rispetto all’originale).

Nel complesso, Samurai Jack è una serie spassosa e ricca d’azione, ma anche fortemente introspettiva, pregna di simbolismi, emozionante e con sequenze molto evocative. Un’opera incentrata sul concetto di destino, l’ineluttabilità del male, la speranza, il sacrificio, la solitudine, l’onore e il dolore. Non è un mistero che una simile gemma abbia ricevuto il plauso del pubblico e della critica, arrivando a vincere quattro Primetime Emmy Awards e sei Annie Awards. 

Ringrazio di cuore la mia amica Jessica Aiello, fan sfegatata della serie, per avermela consigliata ripetute volte. La sua passione ha finito per contagiare in positivo anche me. Non aveva affatto torto quando ha descritto Samurai Jack come “uno di quei cartoni che ti rimangono nel cuore e faranno poi parte della tua personalità”. Sono lieta di aver compiuto lo stesso viaggio fisico e spirituale di Jack, mi ha saputo regalare tante emozioni diverse come non capitava da tempo con una serie. Merita di essere guardato, amato e ricordato.

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