DI SARA MORENA

Buon pomeriggio, benvenuti al terzo appuntamento di Another Side. Quello di oggi è il film che ha dato un volto allo Studio Ghibli, con un personaggio che è diventato un’icona. Un film del 1988, stiamo parlando di Il mio vicino Totoro. È proprio Totoro a rappresentare il logo della casa di animazione. Ma chi è Totoro? È uno spirito della foresta, forse uno yokai, come lo chiamerebbero i giapponesi, se non un kami, un nume. Una creatura pelosa poco più grande di un grizzly che vive nei boschi, dal carattere benevolo, che accoglie con affetto le sorelline Satsuki e Mei, le reali protagoniste della storia. Producendo questo film, Miyazaki si sposta dagli scenari occidentali alla sua patria, raccontando una storia che rispecchia parte della sua infanzia. Nel Giappone degli anni ’50, un padre si trasferisce con le sue bambine in campagna per stare più vicini alla madre malata. L’intero film è un pillow shot, non segue una trama specifica con inizio, svolgimento, svolta e fine, non ci sono dei cattivi da combattere, ma soltanto due bambine che si adattano con gioia alla loro nuova vita campestre e la vivono assaporando ogni aspetto di essa con la spontaneità e la vivacità che solo i bambini conoscono. I personaggi non hanno degli obiettivi che fanno muovere la storia, con la sola eccezione dell’arco narrativo finale, che è l’unica parte drammatica di tutto il film.

Miyazaki si pone come scopo una critica al Giappone degli anni ’80, nel quale l’esplosione del boom economico ha portato la popolazione ad un tale consumismo e materialismo che le ha fatto dimenticare il suo legame con la natura, con le divinità e con lo spirito innocente del bambino. Raccontando la storia di Satsuki e Mei, il regista invita ad un ritorno agli antichi valori, attraverso la fanciullezza delle due sorelle che si aprono con entusiasmo al loro nuovo mondo, anche con l’aiuto del papà e di una nonnina che le esortano a combattere le loro paure con l’allegria. Il trasloco può essere facilmente traumatico per un bambino, ancor più se cambia il tipo di ambiente, passando dal mondo urbano a quello rurale o viceversa. Eppure Miyazaki invita i bambini a scoprire i lati belli della natura, mostrando come ogni cosa può essere una scoperta, come anche il paesaggio naturale può essere pieno di sorprese. Satsuki e Mei quando arrivano nella nuova casa prendono tutto quello che vedono come un gioco, come la colonna dell’atrio che traballa, le ghiande che cadono dal soffitto, e pure i nerini del buio, i folletti della fuliggine che si volatilizzano appena aprono una stanza buia. Ci sono anche momenti di inquietudine, come quando il vento fa tremare le finestre, però il papà le invita a scacciare gli spauracchi con la risata.

Le bambine si ambientano e si adattano subito ed un giorno, mentre Mei gioca nei dintorni della casa, cade nella cavità di un albero e rotola giù in una tana dove incontra la creatura che chiamerà Totoro. Il nome di Totoro è derivato dalla traslitterazione giapponese della parola “Troll”, ovvero “Tororu”, che però viene storpiata da Mei, avendo solo quattro anni. Infatti Mei prende Totoro per un troll come le creature che ha visto nei libri per bambini. Lo spirito si presenta come un essere dall’aspetto coccoloso e rassicurante, per questo motivo Mei gli si affeziona subito, dato che sente la mancanza della mamma, che può vedere solo di tanto in tanto a causa del suo ricovero. Presto anche Satsuki conosce Totoro, incontrandolo una sera davanti alla fermata dell’autobus mentre aspetta con la sorellina il ritorno del padre. In questa parte avviene una delle più famose scene del film, la quale è diventata anche uno slogan. Vediamo Totoro che aspetta il bus insieme alle bambine tenendo un ombrello su cui si diverte a far cadere le gocce di pioggia dagli alberi. Satsuki e Mei stringono un legame con Totoro, che diventa per loro un amico e un protettore, consolidando quel legame con la natura che Miyazaki intende valorizzare. Il momento di massimo splendore del film riguarda un’altra delle scene con Totoro. In questa scena lo spirito danza intorno al piccolo orto davanti alla casa delle due sorelline, le quali si aggregano al rito dell’amico peloso e lo aiutano a far crescere le piante germogliate dai semi che hanno interrato. Al compimento del rito, Totoro accompagna le bambine volando sopra i boschi e le case. Ecco quindi che ritorna l’elemento del volo anche in questo film. Inoltre, il volo viene ripreso nella scena in cui Kanta, il compagno di scuola di Satsuki, gioca con il suo aeroplano.

Dopo questa fase d’innalzamento dello spirito dello spettatore, segue l’arco narrativo finale, l’unica parte che si contrappone a tutta l’allegria che ha seguito gli eventi fin qui. Mentre Satsuki e Mei sono a fare un picnic con la nonnina, gli arriva un telegramma che le avverte che per una situazione di emergenza non potranno andare a visitare la madre. La situazione mette in allarme le bambine, e Satsuki, la più grande, avvisa subito il padre che raggiunge la moglie. Nel frattempo, Mei si perde per la campagna, nel tentativo di raggiungere l’ospedale per consegnare alla mamma una pannocchia. Satsuki, mentre la cerca insieme a tutti gli abitanti della zona, prova per tutto il tempo angoscia, finché non decide di recarsi da Totoro e chiedergli aiuto per trovare la bambina.

Il mio vicino Totoro è uno dei film dove si assapora tutto il gusto per la semplicità di Miyazaki. Nonostante la presenza di elementi fantastici, il regista mostra delle comuni scene di vita quotidiana, in un ambiente con uno stile di vita semplice e lontano dalla vita frenetica urbana. Oltre a questo Miyazaki espone i suoi più importanti principi morali, che non sono soltanto il legame con la natura, ma anche quello comunitario, riprendendo la sua utopia rurale. L’utopia rurale miyazakiana è nata con il sempre menzionato Conan, il ragazzo del futuro, nella quale vediamo gli episodi ambientati ad High Harbor, la patria di Lana dove gli abitanti sono legati da un forte senso di comunità per il quale ognuno svolge il suo compito con impegno ma anche con piacere, diversamente dai bulli che vivono dall’altro lato della montagna, che non amano lavorare e seguono uno stile di vita primitivo e selvaggio, con un sistema sociale fondato sulla paura e sul controllo. Non da meno nel film è la spiritualità, che viene rappresentata non soltanto tramite i yokai, ma anche con la presenza di statue di Buddha, davanti ad una delle quali le sorelline pregano chiedendo ospitalità per rifugiarsi dalla pioggia.

Totoro è stato uno dei più grandi successi dello Studio Ghibli e di Miyazaki. In Giappone viene trasmesso ogni anno in televisione in occasione dell’arrivo dell’estate, e in Occidente è giunto su Netflix. Ed effettivamente il film è capace di incantare, e la sua grandezza sta nel fatto che è in grado di farlo con poco, senza rappresentazioni grossolane o visioni eccessivamente spettacolari. Guardarlo è come prendersi un momento per stare all’aria aperta, ascoltando il silenzio e godendosi il piacere della sua quiete. Per questo motivo, infatti, nelle scene non c’è molta colonna sonora. L’assenza di musica nelle sequenze non crea soltanto tranquillità, ma anche suspense, attraverso dei brevi momenti che suscitano curiosità e inquietudine al tempo stesso, come quando Satsuki e Mei aspettano il padre alla fermata, oppure quando entrano nelle stanze buie della nuova casa. Un film che esplora il piacere della semplicità e che invita lo spettatore a sperimentare la vita campestre.

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