DI GIOSUE’ TEDESCHI
Parliamo un po’ della trama di Nocebo.
Abbiamo una famiglia dove lei è una stilista di moda per bambini e lui è un marketing strategist. Hanno una figlia, sempliciotta.
Capita un giorno che la moglie, la stilista, durante una sfilata vede un cane morto che le compare davanti; di fronte a lei si scrolla un po’ di dosso le pulci e altri insetti che lo stanno mangiando, perché comunque è morto – e una di queste salta addosso alla moglie. Le si attacca dietro al collo, la punge e le dà un’irritazione permanente. Manifesterà poi anche altri sintomi come perdite di memoria, stanchezza, tremori e cose varie.
Qualche tempo dopo questo avvenimento si presenta a casa di questa famiglia una badante che nessuno ha chiamato e dice di trovarsi lì per assistere la stilista.
La moglie allora nei giorni successivi prova con lei delle medicine, alcune delle cure del suo paese, l’India. Queste cure tradizionali con l’acqua, con le pietre, con i balli, con la cenere, con i funghi, con le piante e cose varie, sembrano sortire qualche effetto. Ma è tutto temporaneo.

Ci fanno vedere che questa badante indiana era in realtà una delle donne che lavoravano nella fabbrica che si occupava di cucire i vestiti che la stilista disegnava. Tempo addietro la stilista era andata a visitare questa fabbrica e aveva decretato che si chiudesse a chiave la porta e si facesse attenzione che nessuno rubasse i suoi vestiti.
Succede, durante una giornata di caldo, che scoppi un incendio in questa fabbrica di vestiti e tutti coloro che ci stavano dentro muoiano bruciati, compresa la figlia di questa donna che si è spacciata per badante.
Lei, la falsa badante, si salva per puro caso perché sua figlia che era lì con lei le aveva chiesto di uscire un attimo a prendere dell’acqua.
Ovviamente, come è naturale, lei incolpa la stilista dell’incendio nella fabbrica e nessuno del fatto che nessuno sia riuscito a scappare perché lei aveva chiesto di chiudere la porta a chiave.
Per questo motivo l’ha rintracciata fin dentro la sua casa a New York e l’ha maledetta. Con la forza di questa maledizione, un po’ magica, l’ha fatta lavorare fino alla morte. Costringendola alla macchina da cucire, finché la porta al burrone della pazzia dove lei cade fino al fondo morendo per autocombustione, essenzialmente.
Quando il marito torna a casa non può più far niente perché la moglie è già morta. Alla figlia invece questa maga malvagia riserva il dono dei suoi poteri che pure paiono essere un po’ maledetti.
Perché sì, pure la figlia aveva delle colpe a quanto pare e si meritava di non avere mai più la possibilità di una vita normale.
Questo film ha fatto assolutamente schifo.

Anche in questo film ritornano le luci rosse sfarfallanti. Anche qui non ci dicono niente, sono lì per nessun motivo se non quello di mettere ansia. Un’ansia anche qui ingiustificata.
Per più della metà del film non ti fanno capire assolutamente niente di quello che sta succedendo, chi sono i personaggi? Cosa mi rappresentano? Perché dovrei temere per loro? Quali sono le ragioni che li muovono? Di cosa stanno parlando? Non ti fa capire assolutamente niente.
Così rimani in questo stato di ansia perenne, di semi paura, di piccoli jumpscare – situazioni di tensione senza giustificazione. Senza che si capiscano le ragioni dei personaggi o sia possibile condividere le loro emozioni. Sono tutti di una piattezza devastante. Neanche i laghi sono piatti quanto questi personaggi. Sono personaggi con cui è veramente impossibile entrare in relazione.
La moglie muore e noi non sentiamo un briciolo di tristezza perché non ce ne frega assolutamente niente di quella persona. L’indiana cerca vendetta e noi non sentiamo la sua ragione di vendetta. Perché noi siamo tristi della morte di sua figlia, non siamo tristi per l’incendio alla fabbrica, non siamo tristi che l’indiana abbia lasciato da solo il marito per seguire i suoi propositi di vendetta, non siamo tristi neanche per il marito che viene lasciato da lei.
Non riusciamo nemmeno ad arrabbiarci con la stilista o con suo marito; non ce la prendiamo con la casa di moda, non ce la prendiamo con nessuno. È impossibile provare un’emozione per alcuno dei personaggi di questo film.
I jumpscare sono banali, non fanno paura. Le scene cercano un disgusto, uno senso di ribrezzo e orrido che non trovano. Non funziona, semplicemente perché non colpiscono. Non è abbastanza schifoso, non è abbastanza connesso con qualcosa.
Se questo film l’avessero recitato dei robot, sarebbe stata la stessa cosa – perché la mancanza di connessione emotiva con loro sarebbe stata uguale.
Questo non vuol dire che gli attori abbiano recitato male, anzi, penso che alcuni di loro abbiano fatto veramente un buon lavoro. Tuttavia l’intera storia, per come hanno scelto di raccontarla, impedisce qualunque connessione emotiva con alcuno dei personaggi – completamente piatta e indifferente.
Lasciati in balia di una trama banale, prevedibile, senza colpi di scena, senza uno sviluppo del personaggio, senza un finale soddisfacente – non possiamo salvare assolutamente niente di questo film.
Se proprio vogliamo trovare un punto positivo sono le inquadrature pulite. Sanno come si fa a tener ferma una telecamera mentre si fa un’inquadratura – cosa che purtroppo un altro film, Eo, non era in grado di fare.


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