DI GIOSUE’ TEDESCHI
Illyricum è la storia di un Illiro che un brutto giorno viene seguito fino al suo piccolo villaggio da un gruppo di selvaggi predoni. Un’altra tribù che abitava gli stessi luoghi. Questi, essendo predoni, sono armati, più forti, e allora prendono sua moglie, la violentano, poi la ammazzano. Rubano i pochi averi del loro villaggio e poi se ne vanno.
Lui, mentre li guarda allontanarsi impotente, giura vendetta. Successivamente viene cacciato dal suo villaggio per non aver difeso sua moglie.
Così si avventura da solo a cercare… in realtà a cercare niente, semplicemente si allontana dal suo villaggio.

Vagando vagando, si imbatte in una pattuglia romana a cui prova a rubare una pecora. Non ci riesce perché è un po’ scemo. E’ anche fortunato però, e la pattuglia romana invece di ucciderlo lo prende con sè per aiutare a portare i carichi che hanno.
Trasportano il tutto fino all’accampamento romano.
All’accampamento e durante il viaggio lui aiuta i romani con la sua conoscenza delle tradizioni del luogo. Così i romani convinti che gli Illiri fossero un popolo barbaro, senza tradizioni e senza cultura, iniziano a ricredersi grazie a lui.
Grazie alle sue conoscenze del luogo trovano una tribù con dei guaritori e questi guaritori riescono in qualche modo ad aiutare alcuni soldati veterani romani che si erano presi un brutto raffreddore e una gran febbre. Questo non fa che aumentare la sua credibilità presso i romani.
Aspettano all’accampamento finché i veterani non si riprendono. I veterani si riprendono appena in tempo per il sopraggiungere all’accampamento romano del gruppo di predoni che ha ucciso la moglie dell’Illiro.
Sono lì per le tasse che devono pagare ai romani: un po’ di oro e degli animali. Sfortunatamente hanno portato soltanto gli animali e del cibo – niente oro.
Il capo dell’accampamento, il viziato figlio di un console, si arrabbia per la mancanza di rispetto all’impero romano. Così si arrabbiano anche loro perché lui si è arrabbiato.
Com’è naturale risolvono la situazione con le lame e muoiono quasi tutti. Durante la battaglia il nostro Illiro riesce, anche grazie all’addestramento alla spada ricevuto all’accampamento romano, a vendicarsi del predone che ha preso sua moglie.
Per concludere si prendono le caprette e il grano che avevano portato come pagamento riportando così la giustizia romana.

Il nostro Illiro saluta i romani che tornano a Roma per avvertire della morte del Pretore e si unisce a una delle guaritrici che avevano costretto a venire con loro per aiutare i veterani romani.
Se ne partono per fatti loro attraverso le steppe, portandosi dietro una gallina.
E’ stato un film carino. Si apprezza molto il fatto che fosse recitato completamente in latino. Tutte le battute erano in latino oppure in illiro per come è stato ricostruito. Questo ha mantenuto alta la mia attenzione per tutto il tempo, soprattutto perché era divertente provare a capire le parole in latino con l’aiuto dei sottotitoli.
La storia in sé non è nulla di che, è semplicemente una storia.
Le rievocazioni storiche non sono troppo accurate, il vestiario e i costumi erano evidentemente appartenenti a un’era successiva a quella del film – per quanto ne capisca io di vestiti s’intende.
Però una storia raccontata bene, lineare, pure senza particolari colpi di scena, va molto lontano. Ci sono i giusti punti di svolta, call to action non forzate, tante cose si salvano in questa narrativa.
La musica è buona, la recitazione è buona, la lingua è un piacere da ascoltare. Si capisce che c’è stato un bel lavoro dietro.
Non c’è nulla di stupefacente, di emozionante, di nuovo e di sorprendente; semplicemente gli aspetti chiave sono stati trattati bene e contribuiscono a fare un buon film.
Non è qualcosa di imperdibile, ma è qualcosa di bello.
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