DI ALBERTO GROMETTO
Stare insieme è più o meno importante dello stare bene? Ma se stare bene significa non poter stare insieme, dove sta il senso del nostro essere qui? D’altro canto, è uno schifo vivere insieme se questo significa vivere male. È un Bene cercare di vivere bene, è logico! Così come lo è ovviamente vivere insieme. Chiaro, no?
No, in realtà no. Non è chiaro per niente! Ed è da tutta la Vita che questa cosa non è chiara. Non da tutta la Vita mia o vostra, ma da tutta la Vita dell’Umano. È da quando gli Esseri Umani esistono che questa cosa tormenta: che preferisci fra il vivere insieme e il vivere bene?
Essere Esseri Umani per definizione significa “stare insieme”. E stare insieme a degli sconosciuti non è affatto semplice! Ma non possiamo farne a meno, anche perché questi sconosciuti attorno a Noi forse così sconosciuti non sono. Forse li conosciamo più di quel che possa sembrare. Forse dentro ognuno di loro, ci siamo Noi.
E alla fin fine la nostra Felicità o Infelicità – fateci caso! – ha sempre a che fare con una persona. Con un Qualcuno. Il problema però è che viviamo in un Mondo in cui abbiamo bisogno di mangiare, bere, dormire, stare al caldo. In altre parole: vivere. E mangiare filetto e patate in un ristorante o ronfare in un letto a baldacchino è molto differente rispetto al dividersi un cosciotto di carne mangiucchiato con un cane randagio e dormire all’addiaccio!
Insomma, il concetto è che si vive insieme in questo Mondo. Ma anche che ognuno di Noi vuole vivere bene. È sacrosanto, oltre che logico. E anzi: è giusto. Ma è possibile stare tutti bene insieme? No, sembrerebbe di no. E non è colpa dei ricchi o dei poveri, come si vorrebbe facilmente far credere. Sarebbe semplice – quasi consolatorio mi verrebbe da dire – trovare una categoria di persone a cui dare la colpa. Ma la nostra è una realtà tutt’altro che semplice. O facile. O consolatoria. La nostra è una realtà complessa, complicata, durissima. Nella quale la colpa è di tutti e di nessuno. In cui forse non ha nemmeno senso attribuire colpe a chicchessia. È colpa della Vita, che va così.
Ma non c’è davvero nulla che si possa fare per cambiare le cose?

Ed è a questo punto che interviene quel tedesco signore barbuto ottocentesco pieno di capelli che era il signor KARL HEINRICH MARX! Sì, esatto, proprio lui, quello riconosciuto come “Il Padre del Comunismo”. Oh, quante volte si è parlato nella nostra Storia del concetto di “Comunismo”? E cos’è alla fin fine questo Comunismo? Quello vero quantomeno, dato che pare ne esista pure uno (o sono tanti?) falso, a sentire le voci che circolano a questo riguardo.
Sia chiaro: non siamo qui per dare ragione o torto a Karl Heinrich. Non è questo il loco né tantomeno la sede. Siamo qui piuttosto per cercare d’indagare la nostra realtà attraverso le parole che ha scritto e che – nel Bene così come nel Male – han fatto la Storia Umana. E che raccontano di quello di cui stiamo parlando da quando è iniziato l’articolo: c’è il vivere bene e il vivere insieme, e le due cose sembra non possano stare l’una con l’altra, e allora che diavolo si fa?
Quando si parla di Marx e della sua magna opera – quei tre enormi volumi costituenti «IL CAPITALE» – c’è subito una e una sola altra opera che mi viene in mente. Del resto, quando ci misuriamo con «Il Capitale», ci misuriamo con un saggio d’economia politica, filosofia materialista, infarcito di termini quali “plusvalore”, “sovrapproduzione”, “proletariato” e via dicendo! Non immediatamente comprensibile ai più, e in realtà in termini assoluti non di sicuro un argomento dei più semplici. Al contrario invece del piccolo gioiello che ritengo “fratello” della creazione letteraria marxista, e che riporta su un piano di concretezza subitanea e pragmatica tutto questo gigantesco discorso: «GLI ORSETTI DEL CUORE – UNA GIORNATA A GIOCATTOLANDIA» (2004).

Ritengo non esista in tutto il Mondo e in tutta la Storia dell’Arte una miglior rappresentazione del binomio “CAPITALISMO-COMUNISMO” rispetto a questa nota pellicola cinematografica autoriale d’altissimo spessore e sconfinata profondità. Quasi si confondono nella mia mente le parole di Marx con l’opera cinematografica che vede protagonisti quegli adorabili orsacchiotti di pezza color pastello – teneri e innocenti! – semplicemente desiderosi di vivere tutti insieme nell’uguaglianza e nell’armonia, eppure facilmente corrompibili dalle bellezze di una città fatta di colori e divertimenti come l’oscura… scrivere il solo nome mi fa tremare dal terrore… GIOCATTOLANDIA!

Da una parte abbiamo questo pensatore che guarda alla società nella quale vive come ad un insieme numeroso di lavoratori che fanno quello che fanno sì per poter vivere ma finendo per arricchire un insieme – meno numeroso – di persone che si pongono al di sopra di loro. I lavoratori che lavorando fanno arricchire quelli che stanno su sono “i proletari”, mentre quelli che stanno al di sopra che s’arricchiscono sono “i borghesi”.
Dall’altro lato invece Mattacchiorso, che vorrebbe “vivere bene con gli altri”. In che modo? Attraverso lo spasso, il divertimento, le risate. Mettendo cioè a frutto i molteplici doni che si è ritrovato ad avere a sua disposizione. In maniera non dissimile dal borghese o dal proletario. In un caso il datore di lavoro si è ritrovato a possedere i mezzi di produzione, mentre il suo dipendente delle determinate capacità per svolgerlo, quel lavoro. Mattacchiorso – nomen omen! – è un mattacchione, ed è quello che sa fare meglio! Ma gli altri – specie Brontolorso! – non sembrano volere quello che vuole Mattacchiorso. Se Mattacchiorso è il mattacchione, è facile capire chi sia Brontolorso: anche qui il nome ci viene in soccorso (e ho fatto pure la rima!).

Marx ci racconta di come i lavoratori “becchino soldi” sulla base di quello che producono. Tu lavori per costruire un cavallo a dondolo in legno e ricevi un tot di soldi per questa cosa qua. Ma magari ci hai impiegato tre ore e mezza per costruirlo, quel cavallo a dondolo in legno. Potresti però avercene impiegate anche sei! Non ha alcuna importanza quante ore ci hai messo, tu lavoratore costruttore di cavalli a dandolo in legno continuerai comunque a “portarti a casa” la stessa cifra. Ed è però per questo che chi sta sopra diventa più ricco di quanto già non fosse, mentre il lavoratore che sta in basso no: perché il dipendente viene pagato per quello che realizza e non per il tempo che ci impiega.
Ora: non si parla di soldi e salari e dipendenti e datori di lavoro quando si parla degli Orsetti del Cuore! Si parlerà di cavalli a dandolo in legno, questo sì. Ma non di tutte queste cose di cui ci parlava il barbuto tedesco. Però il concetto non è così dissimile. I soldi alla fin fine sono solo un mezzo dell’Umano per esprimere una cosa che è innata nella sua natura: e cioè, la sua tendenza a seguire sé stesso e quel che si vuole e ciò che si è. Non è il denaro il problema, ma l’Uomo che ha il bisogno di prevaricare sull’altro per “star bene lui”. Chiaramente i ricchi vogliono essere ricchi, e i poveri vogliono diventare ricchi. Però – questa è pura logica – non tutti possono essere ricchi, altrimenti non ci sarebbero più poveri che fanno essere ricchi i ricchi!

Ma andiamo al di là dei soldi (e anche degli Umani): è ovvio che un dolcissimo orsetto di pezza colorato che già nel suo nome contiene il suo destino – quello di essere un mattacchione – desidera essere un mattacchione con tutti, mentre un altro che ha fatto del brontolare la sua identità non vuole che qualcuno venga da lui a fare il mattacchione! E allora chi vince? Non possono vincere entrambi, no? Non è una partita di calcio che può finire in parità, a seconda dei goal, ma è la dura Legge della Vita: o vince uno, o vince l’altro. E se tu non sei quello che vinci, sei quello che perde. Non tutti quelli che desiderano essere ricchi possono esserlo. Così come tutti non possono da brontolorsi passare ad essere dei mattacchiorsi.
La città di TANTAMORE, ove risiedono tutti gli Orsetti del Cuore, altro non è che la rappresentazione più immediata e variopinta e tenera dell’utopia marxista delineata dal signor Karl. Tutti questi tenerotti ci vivono insieme, se ne stanno lì, sono in pace fra loro. Ma poi ecco che spunta ciò che manda tutto in tilt: qualcuno che vuole creare una fabbrica o vivere meglio degli altri? No, nessuna fabbrica. Ma che vuole vivere meglio degli altri sì. O se non meglio, secondo la sua idea di meglio. Se ne spunta Mattacchiorso, che ama gli scherzi. Ma ne fa uno che agli altri non garba per niente, e Brontolorso gli urla contro in malomodo, e allora lui se ne va. E dove? Di nuovo tremo. Sì, se ne va a Giocattolandia, dopo aver preso un treno che alla stregua di un’esilarante montagna russa l’ha portato fin là!

Chissà, Marx magari l’avrebbe chiamato “il Treno del Benessere”. Di sicuro, il benessere personale di Mattacchiorso: lui lascia Tantamore proprio per questo, per potersi realizzare individualmente, e cioè nel suo caso trovare un posto dove far ridere e combinare scherzi ed essere il mattacchione che è. Realizzare una società fondata sul benessere collettivo è davvero possibile? Questo se lo domandava Karl all’epoca e ce lo si domanda tuttora. Ma la risposta è che sembra di no. Perché se pure là a Tantamore – fra orsetti di pezza con stampate sopra immaginette colorate – può spuntare l’infelicità e l’insoddisfazione e qualcuno può arrivare a sentire il bisogno di trovare altrove il modo di essere soddisfatto e felice, capite che allora non c’è scampo e che è impossibile “vivere bene tutti insieme”?
Ma se non è possibile, allora perché chi sta sotto, in basso, sopraffatto non reagisce? E a chi sta in alto al posto di comando va bene che le cose stiano così? Ancora una volta è più complicata di come ce la immaginiamo. Non esistono buoni o cattivi. Marx scriveva che «le idee della classe dominante sono, in ogni epoca, le idee dominanti». Ovviamente chi è privilegiato – senza che nemmeno se ne renda conto lui stesso – ha l’idea che le cose siano giuste così. Gli è stato inculcato da sempre che le cose debbano essere giuste così. E però pure a chi sta in basso, seguendo chi sta in alto, viene inculcata questa idea qua. I successori marxisti l’avrebbero chiamata “falsa coscienza”. Sostanzialmente i lavoratori si lascerebbero sfruttare dai loro datori perché convinti che questa sia una cosa giusta. Se a tutto ciò aggiungiamo anche – sempre leggendo Marx – che i lavoratori sono pure in competizione continua l’uno con l’altro per una posizione superiore nella scala gerarchica e non si rendono conto dell’oceano nel quale nuotano perché troppo impegnati a vivere la loro vita come degli alienati, il gioco è fatto e il quadro chiaro.

Ma secondo voi Giocattolandia che cosa potrà mai incarnare se non la minaccia oscura del Capitalismo? Quanto abbiamo appena descritto, è Giocattolandia! Mattacchiorso arriva lì e gli viene detto di trovarsi in un Paese dove regna la Felicità. Gli viene inculcata questa ideologia qua, e lui ne è convinto. Gli si presenta Sgomitoso – che altri non sarebbe che la rappresentazione più cristallina e fedele a mio modo di vedere del “padrone”, del datore, del proprietario di fabbrica – che gli dice che lì ci si diverte tutto il tempo (falsa coscienza?). E che lo circonda di giochi, giocattoli e divertimenti (alienazione?). E che addirittura lo fa dichiarare erede della Corona e lo fa eleggere Re della stessa Giocattolandia (posizione privilegiata sulla scala gerarchica?). Pensate che lo stesso Brontolorso, resosi conto che forse – dico forse! – poteva anche sopportarli gli scherzi mattacchioni di Mattacchiorso, che poi non voleva fare del male a nessuno ma solo sentirsi realizzato un pochettino in quello che meglio sapeva fare – si presenta a Giocattolandia capitanando una squadra di dolciosi compagni per convincerlo a tornare a casa. Ma no, lui dice no, è troppo tardi, ora ha quello che cercava. O meglio: è convinto di avere quello che cercava. Perché Sgomitoso non è chi dice di essere – lui è in realtà Basil Topasso – e il suo intento fin dall’inizio era fregare tutti quanti, Mattacchiorso in primis, derubando il caveau con dentro i gioielli reali per portarli dalla sua gente a casa sua! Ma dov’è la casa di Basil Topasso? Si chiama “L’Atollo Senza Spasso”. Un posto serio serio dove lo spasso e le bricconate mattacchione sono vietate e tutti sono seri seri e nessuno è mai allegro o felice o contento! Ebbene sì, quel falsone di Basil Topasso altro non voleva che fare quello che Mattacchiorso stesso voleva fare: portare la Felicità. E quei gioielli, ne era convinto, avrebbero fatto la Felicità della sua gente. Allora, forse, nemmeno lui è cattivo cattivo… no?


Siamo dunque giunti alla fine del viaggio. Ma rimane la domanda principale: CHE FARE???


Ecco, il fatto divertente è che nessuna delle due opere fornisce una vera e propria risposta a tale quesito. Sfatiamo un vecchio mito: Karl Marx non ha mai detto dentro «Il Capitale» cosa andava fatto precisamente, non era nemmeno questo il suo intento del resto. Lui voleva semplicemente analizzare la situazione, tutto qua. Non dice cosa bisogna fare a partire da domani mattina, né presenta un programma politico o altro. Non solo: in nessun’altra sua opera – al di là de «Il Capitale» – lui ha mai presentato un progetto istituzionale dettagliato oppure una Costituzione burocraticamente formulata o una sorta di manuale delle regole o dei modelli economico-politici da seguire nell’immediato o delle soluzioni studiate a tavolino. Sì, c’è stata qualche piccola proposta operativa per quanto riguarda alcuni principi generali o riforme in senso stretto, ma mai un programma tecnico. Si può dedurre che cosa avrebbe voluto? Forse, in parte sì?, e comunque montagne di gente a palate nel corso degli anni ci hanno provato! O hanno finto di provarci. Sinceramente non so quanto Marx sarebbe stato contento di chi è venuto dopo di lui e di quello che ha fatto. Il suo pensiero è stato girato e rigirato e stravolto a piacimento da chiunque, sia in un senso sia nell’altro, ma nel frattempo nessuna soluzione valida ne è mai uscita veramente fuori.
E «Gli Orsetti Del Cuore – Una Giornata A Giocattolandia»? Faccio lo SPOILERONE! Quindi fermatevi, se non volete sapere come finisce. Ebbene: vi sembrerà strano, ma… ma finisce alla grandissima! Tutto a meraviglia. Sì, il piano di quel topastro di Basil Topasso viene sventato, lui racconta la verità e si pente, viene lasciata la Corona di Giocattolandia ad una certa Trottolina e Mattacchiorso si riappacifica con Brontolorso e tutti insieme – con pure Topasso al seguito! – se ne tornano a Tantamore! Wow, che bello, sì: ed è davvero bellissimo, dico sul serio, non fraintendetemi. Anche il fatto che Basil Topasso si dichiari pentito e s’unisca ai buoni è molto commovente e toccante, soprattutto ci ricorda come non sia il borghese padrone il vero cattivo, ma il Mondo in cui viviamo e che sa essere molto poco spassoso. E che tutti Noi facciamo quello che facciamo solo per poter vivere. Anzi: sopravvivere. Questo è fantastico. Il solo problema è che… che non c’è soluzione. Sì, gli Orsetti tornano ad amarsi felici. E vorrei ben vedere: si chiamano – letteralmente! – gli Orsetti “DEL CUORE”! Il problema rimane: cosa succederà un domani quando Mattacchiorso vorrà fare una mattacchionata e Brontolorso verosimilmente non sarà in vena? Riusciranno a vivere insieme quei due, anche se vogliono realizzarsi in maniera diametralmente opposta? E ancora: Basil Topasso come lo risolverà il problema della sua gente seria e triste che lo attende a casa e che continua ad essere seria e triste? A tutto questo rispondiamo con solo tre lettere, che son quelle che dominano le nostre vite: B-O-H!


Boh, è la risposta più naturale possibile. E non guardate me, ché io non sono né un pensatore barbuto tedesco né tantomeno un orsetto di pezza! Io che ne posso sapere? Capitalismo o Comunismo? Autorealizzazione di sé o ricerca di benessere collettivo? Fare i mattacchioni o essere dei brontolorsi? IO NON LO SO! So solo che ci tormentiamo a questo riguardo. E che la cosa però mi dà speranza. Perché se ancora siamo lì a ossessionarci inseguendo il Sogno che ognuno di Noi possa essere felice ma che possa esserlo insieme all’altro, allora forse all’Umano importerà sempre dell’Umano.
E fino a quando all’Umano importerà dei suoi simili, allora anche se forse una soluzione per stare bene insieme non esiste, il solo cercarla darà un senso al nostro esistere: perché il provarci conta più del riuscirci.
E chissà, magari un domani ci vedremo lì, tutti quanti insieme, felici e in armonia, nella nostra Tantamore. Qualunque essa sia.


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