DI ALBERTO GROMETTO
Esistono dei personaggi, delle storie, delle narrazioni che segnano l’immaginario collettivo storico globale per una qualche ragione e poi passano anni, decenni, secoli e… e da lì non se ne vanno. Questo è il caso del CONTE DRACULA, noto per essere il VAMPIRO per eccellenza: se oggi tutti – anche chi non ha mai letto una sola riga del celeberrimo romanzo di BRAM STOKER – vedendo un tizio coi canini affilati, un mantello nero, la boccuccia sporca di sangue, i capelli neri e “gelatinati”, un pallore diffuso che grida “No alla tintarella!” e una roca voce da Oltretomba (una cosa che nemmeno lo sciroppo migliore in circolazione può risolvere), esclamiamo “Ah-ah: un vampiro!”… lo si deve proprio al racconto che ne è stato fatto.

Quindi la vera domanda è: come prendere qualcosa di visto, noto, arcinoto e arcivisto come la storia del vampiro Dracula – sul quale son state realizzate montagne di pacchi di rifacimenti cinematografici, letterari e pure teatrali (praticamente ormai viene confezionato un film all’anno a riguardo) – e farci qualcosa di nuovo, diverso, originale e mai vissuto prima?
Semplice: non si può. Giusto? Sbagliato! Perché il regista ANDREA DE ROSA – Direttore Artistico della FONDAZIONE TEATRO PIEMONTE EUROPA (Fondazione TPE) di TORINO – per mezzo della penna grandiosa del drammaturgo FABRIZIO SINISI, della formidabile squadra che tra cast attoriale e troupe tecnica è riuscito a mettere in piedi e del suo indubbio talento straordinario che da anni lo fa essere tra le personalità teatrali più dirompenti che possiamo annoverare nel nostro Paese… quest’uomo lo fa! Ma lo fa per davvero: ci racconta per l’ennesima volta del Conte, ma facendoci vivere qualcosa di completamente nuovo!

Il suo spettacolo non è solamente un’esibizione, uno show, una rappresentazione. No: quello che Andrea De Rosa ci regala attraverso scenografie monumentali, effetti visivi e sonori degni di una produzione hollywoodiana e un testo d’una poeticità lirica commovente ed emotivamente sconvolgente… è un’ESPERIENZA. Immersiva, tonante, pazzesca. Sconcertante, scombussolante, sconquassante. Tu sei convinto di entrare in teatro quando ti presenti al TEATRO ASTRA, e invece ti ritrovi in un remoto paese ai piedi dei Monti Carpazi, per esser più precisi in un vecchio maniero diroccato e polveroso e oscuro e sinistro e tetro e cupo, ove la Luce del Giorno sembra bandita e la Notte Eterna regna sovrana.
Noi non andiamo a vedere degli attori recitare su un palcoscenico, quando andiamo a vedere il Dracula di Andrea De Rosa. No. Noi ci ritroviamo lì dentro, tra lupi ululanti e ombre che letteralmente scendono dal soffitto pronte ad azzannarci, insieme a quel povero diavolo malcapitato di JONATHAN HARKER, agente immobiliare incappato, scivolato, precipitato nel più orrendo e nefasto degli incubi. Perché Noi non vediamo quel disperato incontrare il Principe delle Tenebre: Noi lo incontriamo insieme a lui! Ci siamo anche Noi là, in quel castello, la notte, fra urla sibilanti soffocate, un incessante temporale battente con tanto di tuoni e fulmini e spettrali figure che appaiono alle finestre e scendono dall’alto camminando lungo i muri.

Lo spettacolo comincia, ma Noi non siamo seduti, non abbiamo preso posto, non vediamo un sipario aprirsi. E questo perché – lo abbiamo già detto – non è qualcosa a cui assistiamo ciò di cui stiamo per fruire, ma qualcosa che viviamo. Lo spettacolo comincia in un corridoio, stretto, oblungo, buio, tutto il pubblico ammassato là. Neanche lo vediamo un palcoscenico, o delle sedie! Siamo lì dentro quando sentiamo la voce di Harker, che legge le lettere che in quel momento sta scrivendo per la sua Mina, la moglie che lo aspetta a casa. Compare proprio lui, Harker, in quello stesso corridoio, con in mano una candela. Racconta a Mina di dove si trova, della paura che a poco a poco si fa largo in lui, di cosa ha trovato là dove era stato mandato. Giunge al momento in cui arriva al castello: la dimora di… sappiamo chi. Due portoni si spalancano (letteralmente!) innanzi a Noi, che entriamo con Harker lì dentro. Niente palcoscenico là dove stiamo entrando. Le sedie ci sono, pronte per Noi. Ma ci ritroviamo all’interno del gigantesco maniero. Pensavamo di trovare un teatro, e invece l’Astra è stato preso, trasformato, rivoluzionato e totalmente stravolto dall’interno affinché assumesse le sembianze fisiche di quei luoghi che popolano le nostre fantasie quando sentiamo parlare di Dracula.
Le vetrate che mostrano che là fuori imperversa la Notte, popolata da bizzarre figure inquietanti che fanno capolino da quelle finestre. Personaggi macchiati, madidi, grondanti sangue. Le luci che vanno e vengono insieme a suoni d’ogni tipo e pure a vibrazioni che ci attraversano da parte a parte. Sensazionali costumi incredibili e assolutamente evocativi. L’utilizzo completo e totale e pieno di tutti quanti gli spazi attorno a Noi: sopra, sotto, ai lati… TUTTO lo spazio possibile e inimmaginabile viene ribaltato e sfruttato, niente è lasciato a sé! Qualsiasi elemento scenico e visivo e sonoro – anche il più microscopico – è piegato non alla volontà di mostrarci alcunché, bensì di “farci essere lì”. E nel corso di poco più d’un’oretta e mezza che vola via veloce alla stregua di Dracula quando corre nella Notte, oltre che in quel maniero, ci ritroviamo: nella pancia d’una nave, nel mentre che sopra le nostre teste l’equipaggio di tale veliero affoga nell’orrore vampiresco che porta con sé; nella camera da letto d’una giovane donna che vede il Mostro giungere e sente di conoscerlo e capisce che forse così Mostro non è; fra le casse da morto, nel mentre che il sangue imperversa e sporca ogni cosa.

Ma – ed è qui che viene il bello – l’immersiva bellezza impressionante e immensa e assolutamente stupefacente dello sconfinato apparato tecnico visivo non è fine a sé stessa, oltre quella forma il contenuto c’è eccome! E anzi, la GRANDEZZA del capolavoro targato ANDREA DE ROSA è tale proprio perché quello che ti racconta è GRANDE. Un racconto raro e prezioso che ti parla di Morte ma mettendoci tanta di quella Vitalità che contraddistingue la Vita: perché Dracula lo associamo alla Morte, ma lui vive, e vive una vita all’insegna della Disperazione, del Dolore, della Sofferenza… che per paradosso son proprio “cose che ci rendono vivi”! Se sempre più spesso è diffusa fra gli adattamenti della storia del Conte la tendenza a mostrarci il Nosferatu nella sua forma più autenticamente umana, questa perla non è da meno, ma pone l’accento anche su quanto umano lui non sia. Su come lui sia entrambe le cose: Umano e Non-Umano.
Che cos’è esattamente questa roba qua chiamata “umanità”? Che significa essere Esseri Umani? Non esiste un patentino d’Umanità, e nemmeno una certificazione. È da quando l’Umano esiste, che si vorrebbe definire cosa sia l’Umanità. Ma l’Umano – egocentrico ed egoriferito – non può che arrivare alla conclusione che l’Umanità sia semplicemente tutto quello che ha, che è e che conosce. Il che però genera – o dovrebbe generare – un sentimento di “unione”. Forse in definitiva l’Umanità è quella cosa che ti porta a guardare a chiunque altro e a sentire che è come Te, a riconoscerlo come tuo simile, a farti capire che ci sei Tu in Lui e Lui in Te.
Nell’immaginario collettivo dire “Sei Umano!” equivale a dire “Sei caloroso, affettuoso, si sente che sei vicino!”. Ma Dracula non è caloroso, o affettuoso, né tantomeno vicino. È un infreddolito pallidone disgraziato che soffre come un cane disperato sprofondato nella sua solitudine. Ma lo sentiamo così simile a Noi, perché? Perché tutti quanti sappiamo cosa vuol dire essere persi, cosa significa soffrire, cosa comporta l’aver perso chi amiamo. E Dracula è smarrito, soffre e ha perso chi amava. E non è questa l’Umanità? Guardare a qualcuno e sentire che è come Noi? Che è simile a Noi? Che soffre e si dispera, come Noi? Il fatto è che ad un certo punto dello spettacolo, Dracula dà la sua definizione – fulminante in quanto spiazzante – di cosa sia l’Umano: Colui che fa un determinato numero di azioni per un po’ di tempo, e poi… e poi non le fa più. Il bello della Vita – sembra suggerirci il testo per mezzo del suo protagonista – è che ad un certo punto finisce! È così da sempre e così sempre sarà. Per tutti. Ma non per lui. Non per Dracula. Lui non può morire, e questo rende il suo vivere la peggiore delle condanne.

Ma se abbiamo definito cosa sia un Umano (almeno secondo Dracula), cosa demonio è un vampiro? Ce lo racconta il brillantissimo, divertentissimo e simpaticissimo PROFESSOR ABRAHAM VAN HELSING in uno dei momenti più memorabili dell’intero spettacolo, quando narra che sempre gli capita di avere a che fare con una mosca ronzante che galleggia nella luce. Sottolinea che si tratta della stessa mosca. Il che – evidenzia il professore – è un fatto impossibile, perché tutte le mosche son fatte per vivere qualche ora e poi morire. Ma poco importa, dice lui: se una mosca – seppur diversa da quella del giorno prima – si presenta al suo cospetto facendo le stesse identiche cose, ecco che allora va trattata esattamente come la stessa mosca. Che nel caso del Professore significa schiacciarla aspettandosi di rivedersela comparire il giorno dopo. Perché – aggiunge lui – chi fa tutti quei discorsi sull’unicità e l’irripetibilità propria d’ogni individuo non capisce nulla!, fare la stessa roba ti rende uguale. Se un giorno comparirà una mosca che canta l’opera, probabilmente l’applaudiranno, la inviteranno agli eventi mondani e forse arriveranno a coniare perfino nuovi termini che non siano “mosca” o “insetto” per poterla definire. Ma questo solo perché sarà effettivamente una mosca diversa. Qualcosa di diverso. Fino a quel giorno, ogni mosca rimane “la stessa mosca”. Perché è la ripetizione a rendere eternamente uguali, sentenzia infine il Professore. Esseri Umani che – eternamente – muoiono e s’ostinano – eternamente! – a non essere eterni… sono la stessa roba, a suo modo di vedere. Il Vampiro è il diverso, colui che non è “lo stesso”, perché è eterno, perché non muore, perché vive e continua a vivere! Bello? Non si direbbe. Ma di sicuro “NON – UMANO”.

E a questo punto però mi domando: se non è come Noi Umani, perché avevo le lacrime agli occhi nel mentre che vedevo andare in scena, o meglio, “partecipavo” alla sua inumana vicenda così apparentemente umana? Perché c’è un motivo se lui è eterno, e quindi inumano. Perché – lo dice lo stesso Van Helsing – chi sceglie di rimanere attaccato a qualcosa che non c’è più e non si può avere, arrivando ad essere anche al di là della Vita e della Morte, non potrà mai veramente andarsene.
Tutti abbiamo avuto qualcuno che poi se n’è andato. Ci raccontiamo da secoli e secoli che ognuno di Noi sia sostituibile e rimpiazzabile, che “uno vale l’altro”, ma non è così. La verità è che qualcosa di eterno e immutabile nell’Umano c’è dopotutto. La verità è che quel qualcosa ha a che fare con certe persone che ci attraversano e che poi, anche se se ne vanno, non se ne vanno mai più in realtà. La verità è che la Vita va avanti in ogni caso, anche dopo la Morte, ma vi è una forza superiore ad entrambe, al vivere e al morire, e quel qualcosa è ciò che abbiamo dentro. In altre parole: l’Amore.
Complimenti vivissimi dei più fragorosi all’impareggiabile lavoro di squadra dietro questo capolavoro colossale! Ineccepibile MARCO DIVSIC nell’inscenare uno sventurato Renfield, magnetico nel suo disperato terrore il Jonathan Harker del magnifico MICHELE EBURNEA, indescrivibilmente potente CHIARA FERRARA nel farsi massima incarnazione di sofferenze delle più sinistre e inquietanti nel mentre che impersona l’angosciante e angosciata Mina Murray, monumentale il ritratto sublime che fa quell’attrice eccezionale di FEDERICA ROSELLINI nel restituirci un Dracula terrificante e al tempo stesso dolente, strusciante e contemporaneamente maestoso, arrampicandosi su muri e pareti, urlando ferocemente e strillando evocativamente e gridando selvaggiamente, facendosi portatrice d’un dolore eterno che non cambierà mai, né tra un secondo né tra un secolo. Un omaggio spassionato dal profondo del cuore lo vogliamo rivolgere all’incredibile e sensazionale MICHELANGELO DALISI, che di Van Helsing è l’interprete, il cui personaggio è “una perla dentro la perla”, capace di rendere ancor più unica e irripetibile una serata che già lo era. Con buona pace di tutte le mosche!


Elogi sperticati vanno infine tributati anche a coloro che “nel dietro le quinte” han dato anima e corpo, non a Dracula bensì alle divinità del Teatro per questa produzione targata TPE (Teatro Piemonte Europa): passando dalle luci di PASQUALE MARI fino ad arrivare al suono a firma di G. U. P. ALCARO, citando l’assistente alla regia MARCO CORSUCCI, senza scordarci che i costumi si devono a GRAZIELLA PEPE, lo spazio scenico allo stesso De Rosa e a LUCA GIOVAGNOLI, tutto quanto è un gioiello assoluto atto a regalarci qualcosa che è infinitamente più grande e prezioso della somma delle sue singole parti.
Abbracciato a Colei che ha cercato da tutta la vita, e anzi – peggio ancora! – alla quale ha dedicato letteralmente un’eternità di ricerche, il Principe delle Tenebre, e che forse così tenebroso non era, riflette su tutte le albe di cui non ha potuto godere. Solo al cinema, le ha viste. E cita pellicole d’una bellezza indescrivibile e un’importanza storica straordinaria: «VIALE DEL TRAMONTO», «ALBA TRAGICA», «APOCALYPSE NOW», «BLADE RUNNER», «VIA COL VENTO». Film eccezionali, personaggi grandiosi, storie indimenticabili. E in ognuno di questi titoli, come in ogni persona incontrata, in ogni catastrofe vissuta, in ogni momento di questa eterna eternità Lui ha sempre cercato Lei. Non ha mai smesso di farlo. Anche se non l’ha mai trovata. Anche se lei non c’era mai. Ad un certo punto il personaggio di Harker dice alla sua amata che non voleva altro nella Vita se non trascorrere il suo tempo con lei. Fa il calcolo di quanti anni sarebbero potuto essere, quanti mesi, quante settimane, quanti giorni, quanti minuti. 41 milioni di minuti, le dice. Che siano 41 milioni d’anni così come 41 secondi – dico io – fino a quando potrai stare con chi ami non esisterà Vita oppure Eternità che tenga: vorrai solo che quel Tempo non finisca mai. Proprio come nel caso di questo spettacolo: poteva durare anche venti ore in più, era talmente bello che non avresti voluto finisse più.
DEDICATO A COLEI CON CUI CONDIVISI LA VISIONE DI QUESTO GIOIELLO, LA MIA STRETTISSIMA AMICA GIORGIA, INSIEME ALLA QUALE TRASCORREREI SECOLI INTERI SENZA AVERNE MAI ABBASTANZA.


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