Bloody Monday Season 2 – Pandora’s Box: la tensione sale ancora

DI ELODIE VUILLERMIN

Credevate che la storia di Fujimaru, alias Falcon, fosse finita? Invece no. La serie di Bloody Monday è solo agli inizi.

Questo secondo capitolo della trilogia inizia mostrandoci un uomo alto e robusto e una donna mentre fanno il check-in in aeroporto. Si fanno chiamare Bestia e Biancaneve. Dal loro abbigliamento e dai loro gesti capisci subito che tramano qualcosa. E infatti si rivelano essere dei terroristi. Possiedono armi capaci di diffondere un gas velenoso altamente letale. Con quelle armi dirottano un aereo e in cambio della salvezza dei passeggeri chiedono la liberazione di Hino Alexei, il loro leader, un criminale temuto da molti.

Cambio scena. Il punto di vista si sposta su Fujimaru, il nostro giovane super hacker. Sono passati due anni da quando ha sventato i crimini del gruppo criminale guidato da K e lavora, a quanto sembra, in una società così fallimentare che sta a leggere manga tutto il tempo piuttosto che lavorare, tanto non si presentano clienti. È pigro al punto che, pur dovendo studiare per gli esami universitari, non lo fa. La sua dote da hacker è rimasta, ma finge di non sapere nulla di computer per via del trauma subito durante gli eventi di Bloody Monday.

Minami, agente segreto della Third-I e sua vecchia amica, chiede il suo aiuto, o meglio del suo alter ego Falcon, per sventare una nuova minaccia, incarnata dal gruppo terroristico noto come “il Franco Cacciatore”. Ma lui si tira indietro. Per via delle sue abilità ha causato la morte di alcune persone a lui care. Poco importa se ha salvato tante vite umane, quei pochi che sono morti sono un sacrificio che non tollera. Rimarranno sempre lì, nella sua memoria, a ricordargli una ferita che mai si rimarginerà. Continua a sentirsi in colpa, tanto che non vuole più tornare a essere un hacker. Poco importa se lo definiscono un codardo per la sua scelta. Lui è lacerato dentro, così tanto che non può più tornare a essere Falcon.

Eppure deve tornare in azione. Soprattutto perché, a sorpresa, uno dei nuovi terroristi è proprio Ryunosuke Takagi, suo padre. Ma in realtà l’uomo non è in combutta con loro, sta facendo il doppio gioco per conto della Third-I per scoprire quale scopo hanno questi nuovi criminali, guidati da un leader il cui nome in codice è Re Artù.

Fujimaru lo abbiamo imparato a conoscere già nel primo capitolo di questa saga: è una persona altruista, così tanto disposta a combattere per il bene degli altri che l’idea di deluderli, ferirli o peggio perderli è intollerabile per lui. È riuscito a vincere contro i terroristi della prima stagione, ma a un prezzo così caro che rende dolceamara tale vittoria. Se non riesce a proteggere le persone più care che ha, non ha più uno scopo nella vita. La sua determinazione rimane comunque alta, quanto la sua abilità con il computer. La sorella Haruka e i suoi amici continuano a essere la ragione per cui combatte, ciò che alimenta la sua tenacia. E proprio per loro riprende a lavorare per la Third-I. Perché il suo tirarsi indietro era una finta, ma solo in parte (almeno per come l’ho interpretato io).

Accanto a Fujimaru, troviamo la sempre presente Third-I, poi Otoya e Aoi. Quest’ultima fa solo una breve apparizione, per poi scomparire dai radar senza un valido motivo. Un po’ mi è dispiaciuto, dopotutto aveva un ruolo vitale nel primo manga. Otoya, invece, evolve ulteriormente e la sua relazione sentimentale con Haruka viene messa maggiormente sotto i riflettori.

Tra i nuovi personaggi introdotti in questa seconda stagione di Bloody Monday, il più importante è senza dubbio Hibiki Mizusawa, giovane ragazza all’apparenza ingenua e un po’ sbadata, che in realtà è un agente segreto con lo scopo di sorvegliare l’operato di Falcon e proteggerlo, per ordine di non si sa chi. Ha una furbizia e un’intelligenza incredibili, grazie alle quali sa capire il modus operandi dei nemici: dove è probabile che colpiscano, dove è possibile che abbiano nascosto una trappola e così via. È talmente devota alla sua missione da non esitare a mettere a rischio la sua vita, se la situazione dovesse richiederlo. A suo dire, nell’istante in cui diventi una spia devi essere pronta a morire, quindi non ti è concesso provare alcuna paura o debolezza. Per lei, concetti come il preoccuparsi per un amico, la disperazione di chi prova a salvare la vita a un genitore o il riporre fiducia in qualcuno sono sconosciuti. Non ha mai avuto una famiglia e ha sempre dovuto cavarsela da sola.

Tuttavia si scopre che in realtà è un essere artificiale, frutto di esperimenti genetici, addestrata al solo e unico scopo di combattere, come se fosse un robot. Le hanno fatto sviluppare riflessi incredibili e una maggiore resistenza al dolore, insegnato tutte le lingue più importanti al mondo e fatto conoscere tutti i tipi di veleno; l’hanno allenata perfino a fare cose impossibili per un normale essere umano, come vedere al buio senza l’ausilio di una torcia o trattenere il fiato sott’acqua per lunghi periodi. Se aveva successo, era dato per scontato. Ma se falliva, la punivano duramente. Il suo unico scopo nella vita era obbedire ai suoi superiori e rispettare la missione, altrimenti si sarebbero sbarazzati di lei.

Ma a furia di stare accanto a Fujimaru, emerge un lato umano che non credeva di avere. Nel vedere quanto è profonda l’amicizia tra Fujimaru e Otoya, quanto è grande l’affetto del ragazzo per la sorella, quanto un padre ama i suoi figli al punto da dare la vita e gli organi per uno di loro, Hibiki comincia a provare qualcosa. Inizia a provare pena per i morti, riconosce che non sono meri cadaveri ma si ricorda che un tempo erano persone e avevano una famiglia. Comincia a dare importanza alla vita, al punto che non minaccia più di uccidersi come prova della fedeltà alla sua missione. Ammette di avere paura di morire, come ogni altro umano, più precisamente di morire da sola. È sempre più in conflitto tra senso del dovere e sentimento.

Agli inizi Fujimaru fatica a interagire con la ragazza, pur essendo obbligato a fare squadra con lei. Si sconvolge non poco quando sente Hibiki dichiarare che lo proteggerà anche a costo di morire. Non vuole che lei muoia per colpa sua, come è già successo con altre persone. Anche se sacrificarsi è parte della missione della ragazza, lui non riesce ad accettare l’idea di questa eventualità. Nel profondo, pensa che Hibiki non dovrebbe parlare così alla leggera di morte e sacrificio: lei in fin dei conti è una normale ragazza e merita di vivere una vita serena. Quando scopre la verità su di lei, le fa capire che la sua vita appartiene a lei soltanto, poco importano le circostanze in cui è venuta al mondo. Solo lei merita di decidere cosa farne del proprio destino. In quanto umana, possiede il libero arbitrio e può smetterla di seguire gli ordini degli altri, se solo lo desidera.

Hibiki, dal canto suo, è sorpresa quando Fujimaru si preoccupa per la sua vita, perché nessuno ha mai fatto nulla di così generoso per lei. È sorpresa perfino quando lui le dice che è un’umana con un’identità, con il sangue che le scorre nelle vene, con dei sentimenti; lei, finora, non sentiva di appartenere alla categoria dei viventi, ma si vedeva come l’ennesimo esperimento da laboratorio. Man mano capisce di avere bisogno di lui e gli è sempre più grata per il modo in cui la fa sentire protetta e apprezzata. Accanto a lui, la sua convinzione di essere solo una macchina da guerra, nata per soddisfare i desideri dei suoi padroni, vacilla. Accanto a lui, impara per la prima volta cosa significa amare. Per troppo tempo ha avuto il terrore segreto di ribellarsi ai suoi capi, ma ora vuole correre il rischio e tagliare i ponti con loro, per poter vivere come essere umano dotato di nome, cognome e volontà.

Ho apprezzato molto il legame romantico che si instaura tra Fujimaru e Hibiki. Tuttavia mi è sembrato che i due si siano avvicinati un po’ troppo frettolosamente ed è stato un peccato, perché se si fossero presi più tempo per mostrarci lo sviluppo dei loro reciproci sentimenti con un ritmo più graduale, sarebbe venuta fuori una storia migliore e più accattivante. Senza contare alcune scene in cui i due sono troppo sdolcinati, che vanno a smorzare la bellezza e la serietà dei primi momenti in cui si proteggono e si salvano a vicenda. Molto sensata e ben costruita, invece, è la parentesi in cui Hibiki deve conquistarsi la fiducia dei membri della Third-I, che a differenza di Fujimaru la trattano ancora come uno strumento o una minaccia da tenere sotto sorveglianza, e adattarsi allo stile di vita di una ragazza normale, impresa non facile perché quella della spia super addestrata è una seconda pelle per lei, una maschera che indossa istintivamente nei momenti di pericolo.

Nel tentativo di aggiungere più pepe alla storia, torna una vecchia conoscenza alquanto sgradita per Fujimaru: Maya Orihara, una degli antagonisti principali della prima stagione di Bloody Monday. Peccato che l’intento non sia stato realizzato appieno.

Parliamo ora de “il Franco Cacciatore”, antagonisti di questa seconda stagione. È un gruppo terroristico, come quello della prima stagione. Nulla di originale, da questo punto di vista. Ma è nel loro modus operandi che i componenti fanno la differenza. Essi sembrano puntare ad atti di criminalità casuali, quando in realtà fa tutto parte di un quadro ben preciso. Sono persone in gamba, scaltre e pure infami. Però ci sono delle discordie interne al gruppo, scelta di trama che sinceramente apprezzo. Alcuni di loro si amano sinceramente, nonostante il loro ideale folle. Altri, invece, sono in disaccordo con il leader e preferiscono agire secondo i propri metodi. Ho apprezzato molto che tutti avessero nomi in codice ispirati ai celebri personaggi di leggende o fiabe popolari. Interessante anche la rivalità tra Fujimaru e Peter Pan, l’hacker del gruppo criminale, nonché colui che ha insegnato i trucchi dell’hacking a Fujimaru, con cui ingaggia spesso battaglie mentali e cibernetiche.
Bloody Monday Season 2 – Pandora’s Box è principalmente un thriller psicologico, ma lascia spazio a qualche scena toccante o romantica. Per quanto meno d’impatto rispetto alla prima stagione, la storia si fa apprezzare e ti regala un finale di quelli che ti lasciano a bocca aperta.

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