DI PIETRO BERRUTO
Nel 1975 il disegnatore della DC Comics Carmine Infantino notò come i primi numeri di una serie a fumetti vendessero molto di più rispetto ai successivi: da questa osservazione nacque la serie 1st Issue Special, un’antologia di tredici numeri, in realtà un mezzo per verificare quali dei personaggi della serie avrebbero riscosso più successo e meritassero approfondimenti a parte. Sebbene numerosi e rinomati professionisti del settore abbiano partecipato al progetto (tra i quali ricordiamo Jack Kirby, Steve Ditko, Mike Grell, Walt Simonson, Joe Simon, Gerry Conway e Al Milgrom), la serie fu interrotta dopo un solo anno di pubblicazione, nel 1976. Quasi cinquant’anni dopo, l’autore Tom King (Visione, Animal Pound, Mister Miracle), il disegnatore Jorge Fornés (Rorshach, Challengers of the Unknown, Daredevil) e il colorista Dave Stewart (Hellboy, The Umbrella Academy) si uniscono per la creazione e pubblicazione della serie Black Label (e perciò fuori continuità DC principale) Danger Street con uno scopo ben preciso: utilizzare i personaggi di 1st Issue Special non per scrivere una nuova antologia, bensì per creare un’epica che comprenda le vicende di un cast enorme come questo. Che si tratti di un progetto narrativamente ambizioso, questo è innegabile.

Danger Street è diviso in due trame principali. La trama “A” è la storia di Warlord, Starman, Metamorpho, Atlas, i Dingbats, Signora Sbirro e i Nuovi Dei: i primi tre vogliono evocare magicamente Darkseid per sconfiggerlo e garantirsi un posto nella Justice League, ma invece evocano Atlas e nello scontro fra le due parti muoiono quest’ultimo, Metamorpho e Good Looks, uno dei Dingbats, che erano nelle vicinanze; il resto dei Dingbats e la Signora Sbirro devono indagare sulla morte del ragazzino morto, i supereroi cercano un mezzo per resuscitarlo e ovviare al loro crimine e i Nuovi Dei (Padre Celeste, Darkseid e Orion) cercano un mezzo per reggere il Cielo ora che Atlas è morto: se il Cielo crolla, l’esistenza dell’universo è in pericolo e l’anima del Titano è ora intrappolata da qualche parte sulla Terra e va trovata per generare un suo sostituto. La trama “B” è la storia del Green Team, Creeper, Manhunter, Codename: Assassin e gli Outsiders: il Green Team, un gruppo di ragazzini sospettosamente ricchi, costituisce l’Intellighenzia economico-politica statunitense e per tale ragione hanno diversi nemici alle loro calcagna, come Manhunter (sicario che vuole ucciderli tutti a causa di una profezia legata al suo ordine di assassini), gli Outsiders (misteriosi terroristi mostruosi e nemici giurati del Green Team) e Creeper (alias Jack Ryder, telegiornalista che lavora per il Green Team come copertura per investigare su di loro); a difendere i ragazzini c’è Assassin, sicario capace quanto Manhunter nel suo lavoro. A interpretare il ruolo del narratore della storia è l’elmo del Dottor Fate, l’ultimo personaggio, che racconta la storia descrivendo i personaggi in chiave fiabesca (i supereroi sono principi, gli assassini sono cavalieri, la Signora Sbirro è una principessa, i Nuovi Dei sono draghi e così via); l’elmo è inoltre l’elemento magico che passa fra le mani di quasi ogni personaggio e spesso l’origine del conflitto della storia. Le due trame si intersecano tra loro costantemente per poi convergere negli ultimi numeri.

Tom King è un autore molto bravo nel caratterizzare i personaggi, dando loro tratti distintivi e voci uniche, ma, per quanto questo sia un suo pregio, la quantità di personaggi principali presenti in Danger Street previene qualsiasi tentativo di dare a ciascuno lo spazio che merita per esprimersi al massimo delle proprie potenzialità. Il numero eccessivo di personaggi è anche il motivo per il quale, fin dal primo numero, alcuni di loro vengono uccisi, ma questa scelta non basta per eliminare l’evidente problema. Le due storie risultano perciò molto confuse, sebbene l’autore le sviluppi piuttosto lentamente, e seguire ogni punto di vista risulta complicato. Ogni personaggio porta con sé una storia e le storie fra di loro si cannibalizzano per avere un numero equo di pagine ciascuna per ogni numero, generando un intreccio estenuante da seguire e che al contempo prosegue a un ritmo eccessivamente lento.

Il contesto fiabesco porta la storia ad avere una morale spiegata solo alla fine che però è di una semplicità disarmante ed insoddisfacente, facendo mettere in dubbio per quale ragione questi dodici numeri siano stati scritti, terminando il tutto con un semplice “e vissero tutti felici e contenti”. Se si vuole ignorare questa bizzarra morale infantile e si prova ad analizzare la storia e i viaggi dei personaggi, ci si trova di fronte a una pletora di classici temi di Tom King: i codici morali e come interagiscono con le opinioni personali delle persone, la sfiducia nei confronti dei super-ricchi e la loro tendenza a formare oligarchie capaci di piegare la stessa legge, l’essere schiacciati dai propri sensi di colpa, il forte senso di giustizia, i supereroi come dei moderni… il problema, di nuovo, è che l’esplorazione di questi temi è bloccata da trame inutilmente complicate e dall’inflazione di personaggi principali. Ci sono casi in cui questa dinamica è meno pressante, però: il numero dedicato allo scontro finale tra Codename: Assassin e Manhunter, l’unico privo della narrazione di Fate e l’unico con un’unica griglia di vignette uguale per tutte le pagine, è un meraviglioso duello fra i due “cavalieri”, inframezzato da discorsi sulla relatività della vittoria, da quanto il loro codice d’onore definisca i due e dalle loro opinioni sulla spiritualità, mezzo grazie al quale l’autore definisce quanto siano simili in realtà le due fazioni opposte. È il miglior numero della serie e fa desiderare che anche gli altri undici siano fatti in questo modo. L’idea di trasformare l’antologia in un’opera corale, concettualmente, non è pessima, ma l’esecuzione soffoca l’opera, che viene privata del proprio potenziale. Il risultato è un enorme mischione di concetti sviluppati a metà e di personaggi che non riescono ad avere lo spazio necessario per dispiegarsi in tutte le loro sfaccettature. Anche i moventi della storia non vengono approfonditi: il fatto che Cielo crolli, il pericolo imminente che minaccia l’intera esistenza, è quasi irrilevante e i motivi per i quali stia per avvenire una catastrofe e il come non sono mai spiegati con precisione.

Visivamente, Danger Street funziona, perlomeno: Fornés è bravo sia nelle scene di dialogo che nelle scene d’azione, risultando eccellente, per esempio, nel rappresentare le personalità del Green Team e di Creeper, sempre caratterizzati dal tipico “finto sorrisetto aziendale”. Altro grande pregio dei disegni e dei colori sono i riferimenti agli autori che hanno ispirato questa serie, primo fra tutti Jack Kirby, il cui stile è omaggiato costantemente, soprattutto quando Manhunter o i Nuovi Dei sono in scena. Tutto questo non riesce a redimere Danger Street, che è perciò un esperimento narrativo fallito perché troppi ingredienti sono stati utilizzati e il risultato è un’opera insoddisfacente, tematicamente scarna e che poco lascia al lettore, oltre a un sentore di amaro in bocca.


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