Racconto d’inverno: La Neve dell’Odio si scioglie all’arrivo dell’Amore, e allora è Rinascita

DI ALBERTO GROMETTO

Nessuno ti spiega come funziona la Vita. Non è come in un copione teatrale, o in una sceneggiatura cinematografica, o ancora dentro un romanzo. Vi sono regole e codici nella Narrativa che la Vita non ha. Se sei in un romance, sai che lei e lui finiranno per innamorarsi l’una dell’altro. Se sei dentro una tragedia, sai che le cose ad un certo punto andranno male. Se ti ritrovi in una commedia, sai che riderai molto. Ma la Vita non funziona così. Non esiste il “C’era una volta…” e nemmeno il “… e vissero tutti felici e contenti”. Non sai se lei alla fine sceglierà di stare con lui, oppure no. Né se qualcuno ti combatterà e vincerà. Non puoi saperlo, nella Vita. Ed è per questo che le Storie hanno un senso. E la Vita… la Vita chi lo sa!

Credo sia questo quello che volesse dire il Mio Sommo Idolo ed Eroe WILLIAM SHAKESPEARE nel momento in cui scrisse il suo «RACCONTO D’INVERNO». Una delle sue opere meno rappresentate e conosciute. E forse proprio per questa ragione, vale a dire che prende le regole e i codici propri di un genere – detta in soldoni: la tragedia fa piangere e la commedia fa ridere – e poi… butta tutto alle ortiche! E decide di fare come la Vita: ti becchi in faccia quel che accade, e proprio non potevi sapere che cosa sarebbe capitato! 

Naturalmente è necessario che un testo di questo tipo, che fa dell’imprevedibilità più sconcertante possibile il suo perno fondamentale, venga affidato ad un Maestro vero, con la “M” maiuscola, onde poter trarre da questo gioiellino shakespeariano targato anno 1611 uno spettacolo forte, autentico, maestoso, capace di parlarti e scuoterti e stravolgerti ancora oggi, nel 2025. Fortuna che c’era il MAESTRO JURIJ FERRINI.

(Il MAESTRO JURIJ FERRINI e l’Augusto Direttore ALBERTO GROMETTO)

A livello personale, intimo amico della nostra realtà. A livello professionale, uno dei più grandi nomi della scena teatrale italiana. La regia di questa produzione TEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE reca la sua firma, e del resto riesce davvero difficile immaginarsi qualcuno di altrettanto convincente, stravolgente e ineguagliabile come Lui. Il Maestro Ferrini è riuscito infatti per mezzo della sua direzione acuta e brillante tesa alla spettacolarizzazione e all’incanto a conferire all’opera shakesperiana un ritmo, un dinamismo e un’energia indiscutibili: la vicenda che racconta scorre rapidamente tra colpi di scena, momenti di pathos, risate strozzate e lieti groppi in gola, quasi ci si ritrovasse su delle vorticosissime montagne russe! 

Quella che vediamo andare in scena è una favola – una favola sospesa tra il cupo mito greco e la lieta fiaba innocente – che però decide di non seguire le regole proprie di tutte le favole! C’era una volta un Re, che aveva un Amico. E l’Amico era anch’egli un re, che era venuto a visitarlo. L’Amico sarebbe tornato a casa sua, ma il Re riusciva sempre a convincerlo ogni volta a rimanere. Come? Mandando avanti sua moglie, la Regina. E sì, la Regina aveva un fortissimo ascendente sull’Amico. In effetti c’era un gran bel legame, tra l’Amico e la Regina. Si trovavano bene a parlare, insieme. Quei due avrebbero potuto passare insieme giornate intere, tanto stavano bene! Ogni volta che la Regina parlava all’Amico, l’Amico pendeva subito dalle sue labbra. E non le diceva mai di no. Eh sì, stavano proprio bene quei due insieme… ma così tanto bene che… che il Re iniziò ad accorgersene.

La fiaba che parla di Re e Regine c’è. E così anche il dramma più tragico possibile, che fa subito capolino: quello dell’Amore che sfocia in Odio. Perché il Re ama la sua Regina al punto da iniziare ad odiarla. Sì, sembra un controsenso, ma l’Amore a volte funziona così: e cioè non si capisce come funziona. Il Re ama così tanto la sua Regina che sragiona quando inizia a vedere “quei due” passare troppo tempo insieme. E subito inizia a pensare: Quella mi cornifica col mio Amico…

Sarà vero? Non sarà vero? Forse è il Re che li vede troppo insieme, e non son loro due che passano realmente tutto quel tempo insieme? Magari è il Re che vede cose che non son proprio come pensa che siano? Può darsi che sia il Re ad aver visto ciò che nessun altro – nemmeno quei due – abbia visto? 

Non importa quel che è o non è. Alla fine, importa di più ciò che uno pensa e quello in cui crede. Perché vi garantisco che quello a cui uno non smette di pensare e inizia a credere diventa più vero e reale di qualsiasi realtà e verità possibili.  

Quando è una tragedia, è una tragedia. Ed è la tragedia più tragica possibile infatti. Tanto dolore e tanta sofferenza per tutti. Il Re aveva iniziato ad odiare coloro che tanto aveva amato, la Regina e il suo Amico. Ed è stato questo a distruggere tutto quanto, in primis il Re stesso. Perché quando si deposita il primo fiocco di neve, e questo attecchisce, allora l’inverno è assicurato. Così come l’odio, che quando giunge nei cuori degli uomini, e fa presa, quasi sembra non ci si possa far niente. Si possono consultare oracoli e indovini, come nella miglior tragedia greca possibile, e come anche in questo caso. Sì, Shakespeare deve molto ai gloriosi tragediografi greci antichi nel momento in cui scrisse «Racconto d’inverno». Ma tutti i vaticini e le profezie del Mondo non basteranno a placare e tranquillizzare un cuore sordo e cieco di fronte alla Verità e che ha già deciso e stabilito di suo quale sia la Vera Verità. E così è, pure in questo caso.

Dicevamo che quando è una tragedia, si ha a che fare con una tragedia. Però talvolta ci sono i “Però”. Quei “Però” che trasformano, stravolgono e sconvolgono ogni cosa. E il Maestro Ferrini, nel mettere in scena questo spettacolo, ha saputo incarnare alla perfezione quel “Però”. Perché nella Vita tutto si distrugge, ma poi tutto si trasforma. Perché nel gelo invernale della Morte può capitare che d’improvviso si faccia largo la calorosa arietta primaverile della Rinascita nel segno della Vita. Perché l’Odio nato dall’Amore può tornare ad essere Amore. Non c’è una regola, semplicemente le cose accadono, e bisogna saperle accogliere dentro di sé. E anche se si è sbagliato, se si è fatto del Male e se la Neve ha attecchito dentro di Te, non è mai troppo tardi per tornare alla Luce del Sole, nella speranza che quella Neve si sciolga. Perché dopo ogni Inverno, è Primavera. Ed è quello che accade nel caso di questa storia.

La tragedia c’è, è compiuta, e ci ha coinvolto, ci ha tenuti in tensione, e ci ha steso. Ma… ma adesso? Manca ancora metà spettacolo, che può succedere? Succede il più prodigioso dei cambiamenti, la più grande delle trasformazioni, la più epocale delle metamorfosi. Eravamo convinti di essere finiti mani e piedi in un cupissimo dramma nero nero con richiami alla Grecia Antica, e invece ci si ritrova così di punto in bianco, all’improvviso e senza preavviso, in un’allegra commedia colorata e vivace e ridanciana! Nuovi personaggi vengono introdotti, situazioni che fan ridere a crepapelle subentrano e tutta la drammatica tragicità di cui sopra vien a poco a poco inghiottita dalla romanticissima e azzarderei dire avventurosa commedia nella quale quest’opera si trasforma! Esatto: eravamo in un certo tipo di storia, e ci ritroviamo a sorpresa in tutta un’altra vicenda, di tutt’altro genere e tutt’altra natura. E così, da mariti gelosi che compiono azioni criminali e disconoscono la loro stessa famiglia ci ritroviamo tra buffi pastori dall’accento marcatamente piemontese e bislacchi imbroglioni lestofanti che tra balletti e storie d’Amore ci riportano il sorriso, proprio là dove ce l’avevano tolto.

(Insieme allo squisito PAOLO CARENZO, col quale è sempre un vivo e autentico piacere conversare, e a cui il Comitato di Redazione manda i suoi più calorosi ringraziamenti e affettuosi saluti)

Un applauso fragoroso spetta al cast attoriale di grandissimo prestigio che ha dimostrato un talento e un carisma fragorosi – come fragorosa è la messinscena di Ferrini – nel dar forma a quest’opera. VITTORIO CAMAROTA suscita in noi rabbia e poi compassione nel tratteggiare con struggente maestria la follia insensata del sovrano innamorato della sua regina e che invece finirà per detestarla e odiarla con tutto sé stesso. Malinconica e sofferente la performance sublime di ROBERTA CALIA nei panni di quella stessa regina che aveva tutto – felicità, famiglia e l’amore dell’uomo che amava – ritrovandosi con un niente in mano se non disperazione e dolore. RAFFAELE MUSELLA è magnetico nel dar vita all’amico che si ritrova suo malgrado coinvolto in vicende disgraziate, così come altrettanto capaci e bravissimi e talentuosi sono MATTEO FEDERICI e SARA GEDONE, che impersonano sventuratissimi servitori di corte (lei ha un doppio ruolo, impersonando pure una pastorella): quando l’Orrore si abbatte su uno, finisce per abbattersi su tutti, come una macchia indelebile. Però ricordiamoci del “Però”, oltre che del fatto che per ogni ombra esiste una luce. Così elogi sperticati li meritano anche: CECILIA BRAMATI che incarna alla perfezione il ruolo d’una giovane ragazza innamorata piena di vita ed entusiasmo e amore; il comicissimo e spassosissimo duo attoriale in stato di grazia divina composto da PAOLO CARENZO e FRANCESCO GARGIULO, ai quali basta emettere un fiato per meritarsi scrosci di applausi a cascata; e ovviamente un attore con la “A” maiuscola quale ARON TEWELDE, anch’egli intimo amico di “Mercuzio and Friends” e che attraverso una celestiale performance titanica s’imprime indelebilmente nella memoria di chiunque lo veda per tutta la quantità di spassionate e appassionate risate di gusto che riesce a donarci e che rendono indimenticabile una visione già unica nel suo genere come questa qua.

(Insieme ad ARON TEWELDE, oramai carissimo amico stimatissimo di MERCUZIO AND FRIENDS, e al quale il Comitato di Redazione – al di là del legame amicale che si è venuto a creare – non può che applaudire fragorosamente ad ogni performance!)

Ci teniamo infine a menzionare ancora tre interpreti di cui non ci scorderemo. SAMUELE FINOCCHIARO in un per niente facile doppio ruolo: da una parte un personaggio che si ritrova a subire gli errori degli altri e la cui ingrata sorte riserverà orrido destino, dall’altra un giovine innamorato che sceglie di prendere in mano le redini del suo futuro, in barba a quello che il padre può dirgli. GIORDANA FAGGIANO, il cui talento impareggiabile oramai ci è ben noto, e che ancora una volta riesce a stupirci e incantarci come pochi altri, interpretando forse quello che è il ruolo più drammatico, cupo e tragico di tutta l’opera, dimostrandosi un’attrice con un talento sconfinato, le cui espressioni e urla e sofferente dolore ci accompagnano ancora adesso, a giorni di distanza dalla visione. E infine lo stesso Maestro Jurij Ferrini, che si ritaglia un ruolo minore ma decisivo – fungendo da traghettatore e psicopompo nell’arco della vicenda – e che come al solito si conferma come uno dei massimi interpreti teatrali italiani che possiamo vantarci di avere.

(Insieme alla sublime GIORDANA FAGGIANO, che il Comitato di Redazione ringrazia infinitamente!)


Credo fermamente inoltre che una delle ragioni principali per cui la sublime rappresentazione teatrale – a cui abbiamo avuto l’inestimabile piacere e assoluto privilegio di assistere entro quella sfavillante e sognante cornice che è il TEATRO CARIGNANO DI TORINO – rimane maggiormente impressa è l’uso che si fa del Tempo. La penna dell’autore così come la direzione del suo regista piegano le regole temporali a loro piacimento: quando il Re osserva sua moglie e l’amico odiandoli il Tempo si congela, quando invece la tragedia è compiuta si balza in avanti di anni e anni in un soffio di ciglia, e infine quando l’inspiegabile avviene esso sembra non essere trascorso mai. Ne esce fuori uno spettacolo sfolgorante e insieme destabilizzante, che fa crollare ogni tua certezza, quasi fossi tu quel Re che credeva nell’amicizia dell’amico e nell’amore che la moglie nutriva per lui e che invece si ritrova a non credere più in niente. Ma qualcosa in cui Noi crediamo invece, una volta terminata la visione, proprio in merito al Tempo, c’è: che non sembrano passate due ore, ma pochi minuti dal momento in cui il sipario si è alzato, e che avremmo preferito continuasse per sempre, talmente ci aveva affascinati, appassionati e – come l’Amore che può sovrastare l’Odio – conquistati.

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