DI ROCCO DE GILIO
Sandro Pertini nasce a Stella, in provincia di Savona, nel tardo pomeriggio di un venerdì di fine settembre del 1896, precisamente il 25, all’interno di una famiglia della buona borghesia terriera guidata dal padre Alberto Gianandrea e dalla madre Maria Giovanna Adelaide Muzio, una figura quest’ultima a cui il futuro Presidente rimarrà visceralmente legato per tutta la vita. Quarto di cinque fratelli, Sandro cresce in un ambiente stimolante accanto a Giuseppe Luigi Pietro, detto “Gigi“, che abbraccerà la via dell’arte come pittore, a Maria Adelaide Antonietta, nota come “Marion” e futura consorte del diplomatico Aldo Tonna, a Giuseppe Luigi, chiamato “Pippo” e avviato alla carriera militare, e infine a Eugenio Carlo, soprannominato “Genio“, il cui destino tragico si consumerà anni dopo nel campo di concentramento di Flossenbürg durante la seconda guerra mondiale.

I primi passi negli studi del giovane Pertini si compiono tra le mura del collegio salesiano “Don Bosco” di Varazze e proseguono poi al Liceo Ginnasio “Gabriello Chiabrera” di Savona, un luogo fondamentale per la sua formazione umana e ideologica poiché proprio qui incontra il professor Adelchi Baratono; il docente, filosofo e fervente socialista riformista legato alla prestigiosa rivista Critica Sociale di Filippo Turati, introduce il giovane agli ideali del movimento operaio ligure, trasmettendogli un insegnamento morale e politico che Pertini custodirà come una bussola interna per l’intera esistenza, riassumibile nel sacro dovere di restare sempre al fianco della classe lavoratrice sia nei giorni di sole sia nei giorni di tempesta.
L’irrompere della Grande Guerra spezza la quotidianità del giovane e nel novembre del 1915 Pertini viene chiamato alle armi e assegnato alla 1ª Compagnia Automobilisti del 25º reggimento di artiglieria da campagna a Torino, dove giunge all’inizio di dicembre. Inizialmente, mosso dalle profonde convinzioni neutraliste e pacifiste proprie del socialismo dell’epoca, Pertini rifiuta categoricamente di frequentare il corso ufficiali pur avendone il titolo di studio, prestando così servizio come soldato semplice fino a quando, nell’aprile del 1917, viene inviato sul caldissimo fronte dell’Isonzo. Lì, per via di una rigida direttiva del generale Luigi Cadorna che impone a tutti i diplomati l’obbligo di assumere il comando, è costretto a frequentare il corso ufficiali a Peri di Dolcè, venendo successivamente inviato in prima linea con il grado di sottotenente di complemento. Al fronte dimostra un coraggio e un eroismo straordinari, tanto che nell’agosto del 1917 guida un audace assalto al monte Jelenik durante la sanguinosa battaglia della Bainsizza, un’azione valorosa che spinge il suo comandante a proporlo per la medaglia d’argento al valor militare; un’onorificenza che tuttavia Pertini, coerente con il suo radicale rifiuto della guerra come strumento di morte, deciderà di non ritirare nemmeno molti anni dopo, quando ormai Capo dello Stato ne riceverà il fascicolo dall’ammiraglio Giovanni Torrisi, pur ammettendo il ricordo esaltante di quel momento bellico. Il conflitto prosegue e nel drammatico ottobre del 1917 il giovane ufficiale vive in prima persona la traumatica rotta di Caporetto, un evento che lascerà una cicatrice indelebile nella sua memoria storica. Destinato poi al fronte del Pasubio e promosso al grado di tenente, il 4 novembre 1918 entra trionfalmente a Trento alla testa del suo plotone di mitraglieri. La guerra, tuttavia, gli riserva anche un’esperienza terribile e quasi fatale quando viene colpito dal micidiale gas tossico fosgene; ridotto in agonia e dato ormai per spacciato dai medici dell’ospedale da campo, Pertini si salva unicamente grazie alla straordinaria devozione del suo attendente, il quale lo trasporta a spalla e costringe i sanitari a prestargli le cure necessarie minacciandoli con la pistola. Dopo la firma dell’armistizio e alcuni mesi di stanza in Dalmazia, Pertini viene finalmente congedato nel marzo del 1920, pronto a riprendere in mano le fila della propria vita civile e intellettuale.

Nel frattempo, muovendosi con determinazione tra le pieghe della legislazione scolastica postbellica, consegue la maturità classica da privatista nel settembre del 1919 presso il Liceo “Gian Domenico Cassini” di Sanremo. Subito dopo si lancia negli studi accademici nel campo del diritto e delle scienze sociali, ambiti che segneranno profondamente la sua statura di statista: dopo aver superato i primi dodici esami presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Genova, nel marzo del 1923 si iscrive all’ateneo di Modena dove, con un autentico tour de force intellettuale, sostiene i restanti sei esami in soli tre mesi, giungendo alla laurea in giurisprudenza il 12 luglio dello stesso anno con la brillante votazione di 105 su 110, discutendo una tesi di forte impianto economico e industriale intitolata L’industria siderurgica in Italia. Non ancora pago di questo bagaglio di competenze giuridiche e desideroso di affinare ulteriormente i propri strumenti di analisi politica e sociale, Pertini si trasferisce a Firenze como ospite del fratello Luigi Giuseppe ed entra nel prestigioso Istituto di Scienze Sociali “Cesare Alfieri”; qui, il 2 dicembre del 1924, corona il suo percorso formativo conseguendo una seconda laurea, questa volta in scienze politiche, con una votazione di 84 su 110 e una tesi intitolata La cooperazione, un lavoro scientifico che anticipa idealmente e giuridicamente i valori di solidarietà sociale e di emancipazione delle classi popolari che avrebbero guidato ogni sua successiva battaglia politica.

La biografia giovanile e militante di Sandro Pertini si snoda attraverso un fitto intreccio di idealismo politico, rigorose verità documentali e una strenua battaglia giuridica e umana contro il regime fascista. Sebbene la pubblicistica istituzionale e le fondazioni a lui intitolate abbiano a lungo tramandato la narrazione di una sua precoce iscrizione al Partito Socialista Italiano a Savona già nel 1918 – con una conseguente elezione a consigliere comunale a Stella nel 1919 e la partecipazione come delegato al cruciale XVII Congresso del PSI di Livorno del 1921 –, la realtà storica e amministrativa emersa dai registri dei verbali del Comune di Stella restituisce una verità differente e costituzionalmente complessa: Pertini fu infatti eletto consigliere il 24 ottobre 1920 all’interno di una lista di coalizione eterogenea, composta da esponenti dell’Unione Liberale Ligure, dell’Associazione Liberale Democratica, del Partito dei Combattenti e del Partito Popolare Italiano, rimanendo in carica fino alle dimissioni rassegnate nella primavera del 1922. Questa inconfutabile evidenza archivistica esclude sul piano logico e temporale la sua partecipazione al congresso scissionista di Livorno come delegato socialista, ricollocando la sua azione di quel biennio nella presidenza della locale sezione dell’Associazione Nazionale Combattenti, da lui stesso fondata nel 1920. Il baricentro della sua militanza si spostò progressivamente verso l’antifascismo militante tra il 1923 e il 1924 quando, entrato in contatto a Firenze con gli ambienti dell’interventismo democratico e socialista di Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi e dei fratelli Rosselli, aderì dapprima al movimento di opposizione “Italia Libera” e, solo nove giorni dopo, il 18 agosto 1924, si iscrisse formalmente al Partito Socialista Unitario; tale decisione fu mossa dall’onda emotiva e dallo sdegno per il tragico ritrovamento del cadavere del segretario del partito, Giacomo Matteotti. Da quel momento, l’azione di Pertini divenne un bersaglio primario per l’apparato repressivo dello Stato: il 3 giugno 1925 subì la sua prima importante condanna giudiziaria a otto mesi di reclusione per reati d’opinione, stampa clandestina e oltraggio al Senato, inaugurando una lunga sequela di procedimenti penali che non ne piegarono l’attivismo.
L’inasprimento del regime, culminato nel novembre 1926 con i disordini successivi al fallito attentato a Mussolini e l’introduzione delle leggi eccezionali “fascistissime“, costrinse Pertini – già ferito fisicamente da un’aggressione squadrista e formalmente catalogato dalle autorità di polizia come «avversario irriducibile» – a fuggire da Savona verso Milano, mentre la Commissione provinciale di Genova gli comminava la misura massima di cinque anni di confino politico. Per sottrarsi alla cattura, nell’autunno del 1926 Pertini divenne il fulcro di una delle più audaci operazioni logistiche dell’antifascismo: l’organizzazione della fuga clandestina in Francia del vecchio leader Filippo Turati. Con la complicità di Carlo Rosselli, Ferruccio Parri e il sostegno finanziario di Adriano e Camillo Olivetti, la notte dell’11 dicembre salpò da Savona un motoscafo guidato da Italo Oxilia che, sfidando il pattugliamento costiero, sbarcò i fuggiaschi a Calvi, in Corsica, la mattina successiva; un addio straziante che per Parri e Rosselli significò l’arresto immediato al loro rientro in Italia, con una condanna a dieci mesi di reclusione inflitta dal Tribunale di Savona, la medesima pena che colpì in contumacia lo stesso Pertini e Turati. Stabilitosi a Nizza nel 1927 dopo un breve soggiorno parigino, Pertini si adattò ai lavori più umili, trasformandosi in manovale, muratore e comparsa cinematografica per la Paramount, senza mai interrompere la propria attività di propaganda e spionaggio politico: nel 1928, autofinanziandosi con la vendita di una masseria in patria, installò una stazione radio clandestina a Èze per comunicare con i nuclei resistenti in Italia, subendo per questo un ulteriore processo e una condanna sospesa da parte dei magistrati francesi. La parabola dell’esilio si interruppe bruscamente nella primavera del 1929 quando, munito di un passaporto falso intestato allo svizzero Luigi Roncaglia fornitogli da Randolfo Pacciardi, Pertini rientrò clandestinamente in Italia attraverso il valico di Chiasso con l’obiettivo di tessere una rete socialista e pianificare, insieme all’ingegner Vincenzo Calace, un clamoroso attentato a Mussolini da attuarsi tramite le fognature di Palazzo Venezia; il progetto fallì per la presenza di sistemi d’allarme e, il 14 aprile 1929, Pertini venne intercettato e tratto in arresto a Pisa, riconosciuto casualmente in strada da un avvocato fascista savonese. Il 30 novembre dello stesso anno, il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato celebrò il suo processo, trasformato dall’imputato in una tribuna di aperta sfida giuridica: rifiutando di difendersi dinanzi a una corte non riconosciuta, Pertini interruppe la lettura della sentenza – che lo condannava a dieci anni e nove mesi di reclusione – al grido di «Abbasso il fascismo! Viva il socialismo!». Fu l’inizio di una lunga e dolorosa odissea carceraria che lo vide recluso inizialmente nel penitenziario dell’isola di Santo Stefano e successivamente, a causa del grave deperimento organico, nella casa penale di Turi, dove strinse una profonda e intellettuale amicizia con Antonio Gramsci, di cui divenne confidente e fervente sostenitore nei reclami contro le dure condizioni carcerarie. Il rigore morale e l’intransigenza ideologica di Pertini emersero in tutta la loro forza drammatica nel novembre 1931 durante il trasferimento al sanatorio giudiziario di Pianosa: informato che l’anziana madre Maria Muzio, disperata per le sue condizioni di salute, aveva inoltrato una domanda di grazia al Duce, il detenuto reagì con una lettera di durissimo e orgoglioso rifiuto, rivendicando la totale indisponibilità a barattare l’abiura politica con la libertà personale. A Pianosa, la sua fiera opposizione ai metodi vessatori del direttore Edoardo Caddeo culminò in un violento alterco con un agente di custodia che gli costò un nuovo processo a Portoferraio e una condanna suppletiva a oltre nove mesi di reclusione per oltraggio e resistenza, confermata poi in Cassazione nel 1935.

Terminato il periodo di detenzione penale, lo Stato fascista continuò a considerarlo un «elemento pericolosissimo», prolungandone la privazione della libertà attraverso il confino politico, prima nell’isola di Ponza nel 1935 e poi a Ventotene nel 1940, dove condivise la prigionia e il dibattito sul futuro democratico dell’Italia con i massimi esponenti dell’antifascismo come Spinelli, Terracini, Longo e Bauer; un isolamento interrotto solo da brevi parentesi giudiziarie, come l’inattesa assoluzione del 1937 presso il Tribunale di Napoli per un presunto reato di oltraggio, e da un permesso straordinario nel 1941 per riabbracciare la madre nelle carceri di Savona. Il valore simbolico della sua incrollabile fermezza giuridica e politica venne definitivamente consacrato nel 1938, quando il Partito Socialista Italiano in clandestinità decise di dedicare la propria tessera d’onore a lui, Rodolfo Morandi e Antonio Pesenti, riconoscendo in quei corpi reclusi ma indomiti l’incarnazione stessa dell’onore e della futura rinascita della nazione. All’indomani della caduta del fascismo, nell’estate del 1943, l’Italia si risvegliò in un limbo politico e giuridico drammatico. Il 13 agosto Sandro Pertini riacquistò la libertà dal confino di Ventotene, ma l’atto del suo rilascio celava una profonda discriminazione giuridica: il neonato governo Badoglio aveva inizialmente escluso dal provvedimento di scarcerazione i detenuti comunisti e anarchici. Fu l’intransigenza morale di Pertini, unita alla fermezza di figure come Camilla Ravera e Umberto Terracini, a inceppare quella parziale macchina burocratica; l’allora futuro Presidente si rifiutò di abbandonare l’isola finché l’ultimo dei compagni non fosse stato liberato. Giunto a Roma, insieme al leader sindacale Bruno Buozzi, Pertini ingaggiò un vero e proprio assedio politico e legale contro il Capo della Polizia Carmine Senise e il ministro della Giustizia Ricci. Facendo leva sullo spettro giuridico e sociale di uno sciopero generale, l’avvocato e militante socialista costrinse un governo restio e intimorito dal fantasma del comunismo a cedere, ottenendo la liberazione totale dei confinati. Solo allora Pertini si concesse tre brevi giorni nel paese natale di Stella per riabbracciare l’anziana madre, in quello che sarebbe stato il loro ultimo incontro, prima di tuffarsi definitivamente nella clandestinità e nella ricostruzione del Paese.
Il 23 agosto partecipò alla fondazione del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e, nominato vicesegretario militare insieme a Carlo Andreoni, entrò a far parte della giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), l’organismo che assunse la legittimità politica e militare della Resistenza. Pochi giorni dopo, il 10 settembre, la sua transizione da perseguitato politico a combattente si consumò sul campo a Porta San Paolo, dove imbracciò le armi per difendere Roma dall’invasione tedesca in un battesimo del fuoco che gli avrebbe valso la medaglia d’oro al valor militare. Fu l’inizio della clandestinità, bruscamente interrotta il 15 ottobre 1943: al termine di una riunione del direttivo del partito, Pertini fu catturato insieme a Giuseppe Saragat dalla famigerata e spietata “banda Bernasconi“, un gruppo di collaborazionisti che operava al servizio degli occupanti nazisti. Rinchiusi nel carcere romano di Regina Coeli, i due leader socialisti vennero formalmente giudicati dal tribunale militare tedesco e condannati a morte. Tra le mura del carcere, il rigore giuridico e la dignità personale di Pertini si trasformarono in uno strumento di resistenza psicologica; Saragat racconterà in seguito come Pertini pretese subito l’abito da galeotto e, conoscendo i regolamenti carcerari meglio dei suoi stessi aguzzini, incutesse nei secondini un profondo complesso di inferiorità, mantenendo un’eleganza d’animo e una fermezza che infondevano serenità nei condannati. Nei corridoi della prigione i destini dei futuri vertici della Repubblica si incrociarono con quelli di martiri straordinari, come Leone Ginzburg – che prima di morire per le torture subite sussurrò a Pertini un eterno monito contro l’odio collettivo verso il popolo tedesco – e don Giuseppe Morosini, il cui volto tumefatto dal sangue rimase impresso nella memoria di Pertini come un’immagine cristologica di fede e perdono. Con l’avvicinarsi del giorno dell’esecuzione, la salvezza dei due leader divenne una priorità assoluta che richiese un capolavoro di ingegno clandestino, orchestrato dai partigiani delle Brigate Matteotti sotto la direzione di Giuseppe Gracceva e Giuliano Vassalli. Quest’ultimo, insieme a Massimo Severo Giannini, sfruttò il proprio recente passato di avvocato presso la Procura del Tribunale militare di Roma, mantenendo attive le reti di contatti all’interno degli uffici giudiziari. L’operazione di evasione, scattata il 24 gennaio 1944, si configurò come una sofisticata e rischiosa manipolazione burocratica: grazie alla complicità del medico del carcere Alfredo Monaco, di sua moglie Marcella Ficca e del capoguardia Ugo Gala, i partigiani riuscirono innanzitutto a sottrarre l’incartamento processuale di Pertini e Saragat dalla giurisdizione militare tedesca, trasferendolo a quella italiana. Questo passaggio di competenze consentì lo spostamento fisico dei due prigionieri dal blindatissimo terzo braccio gestito dai tedeschi al sesto braccio, sotto controllo italiano. Vennero quindi falsificati i decreti di scarcerazione, ma per rendere efficace il rilascio occorreva una convalida telefonica della questura. Di fronte all’impossibilità di usare le linee ordinarie, il tenente Vito Maiorca offrì l’accesso al centralino della stazione di polizia di Trastevere, da dove il giovane avvocato Filippo Lupis, spacciandosi per un alto funzionario della questura, intimò perentoriamente la liberazione immediata. Il bluff funzionò magistralmente e aprì i cancelli non solo a Pertini e Saragat, ma anche ad altri cinque detenuti associati al loro fascicolo o alla rete socialista: Luigi Andreoni, Torquato Lunedei, Ulisse Ducci, Luigi Allori e Carlo Bracco. Tra questi nomi la storia avrebbe in seguito rintracciato percorsi complessi e ambigui, come quello di Ducci, figura tragica che dietro la facciata di fiduciario sindacale nascondeva un passato da delatore dell’OVRA e che, sotto tortura, aveva ceduto alle lusinghe monetarie dei fascisti, configurando l’ombra del tradimento che aveva portato all’arresto originario del gruppo. Al contrario, figure come Carlo Bracco incarnavano la pura audacia popolare, essendo l’uomo che già il 26 luglio precedente aveva guidato un carro armato dentro Regina Coeli per liberare i prigionieri politici. Nonostante Pertini nelle sue successive memorie e nelle interviste tese a semplificare il ricordo parlando del salvataggio di “quattro ufficiali badogliani”, i documenti storici dell’Avanti! confermarono la matrice interamente socialista e antifascista di quell’evasione collettiva. Fu un salvataggio miracoloso che cambiò il corso della futura democrazia italiana: se quella sofisticata beffa giuridica e logistica non fosse riuscita in tempo, i nomi di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat sarebbero stati inevitabilmente inseriti, due mesi più tardi, nella lista dei condannati a morte designati per la ritorsione nazista delle Fosse Ardeatine.

Il cammino della Resistenza italiana, sospeso tra la drammaticità della lotta clandestina e la complessità delle sue implicazioni giuridiche, trova nei giorni di marzo del 1944 uno dei suoi nodi più intricati e tormentati. All’inizio di quel mese, i rapporti tra il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) erano tesi: in una lettera del 2 marzo, il dirigente comunista Giorgio Amendola definiva «del tutto inoperante» il patto d’unità d’azione, lamentando come i comunisti, di fronte alle esitazioni socialiste, preferissero procedere da soli. Eppure, proprio da quella dialettica accesa e dal desiderio di Sandro Pertini — responsabile militare del PSIUP, «geloso delle prove crescenti di capacità e di audacia date dai GAP» comunisti — nacque l’idea di un’azione militare congiunta. L’occasione scelta fu il 23 marzo 1944, venticinquesimo anniversario della fondazione dei Fasci italiani di combattimento, giorno in cui i fascisti guidati da Giuseppe Pizzirani avevano programmato una grande adunata a Roma presso il Teatro Adriano. Il piano originario, che vedeva divergenze tattiche nelle memorie dei protagonisti su chi dovesse colpire e dove — se i socialisti nel settore iniziale del corteo come ricordato da Amendola, o i GAP direttamente all’uscita del teatro con un ordigno trasportato in una carrozzina da Carla Capponi, come sostenuto da Franco Calamandrei e dalla stessa Capponi — sfumò quando il generale tedesco Kurt Mälzer annullò la sfilata per timore di attentati, disponendo che le celebrazioni si tenessero al chiuso. Fu così che, appresa la notizia dai giornali, i GAP decisero di ripiegare su un obiettivo autonomo e già studiato: l’11ª Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment “Bozen“, un reparto composto da 156 altoatesini arruolati dai tedeschi dopo l’occupazione di Bolzano. Sebbene Amendola abbia in seguito definito l’attentato di via Rasella come un’«azione di riserva», i diari di Calamandrei e le testimonianze di Mario Fiorentini rivelano che l’attacco al “Bozen” era stato pianificato in modo del tutto indipendente e che i gappisti si erano appostati già nella seconda settimana di marzo, rendendo la coincidenza della data puramente casuale. A differenza dell’azione contro il corteo fascista, nessun membro della giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), incluso Pertini, fu informato preventivamente. Questa segretezza, attribuita da Amendola a «ragioni di sicurezza cospirativa» e da storici come Alberto ed Elisa Benzoni all’inevitabile rifiuto che una simile azione avrebbe incontrato per il rischio di rappresaglie, scatenò la furia di Pertini a fatto compiuto. Il giorno successivo, il 24 marzo, la macchina del terrore nazista rispose con la spaventosa rappresaglia delle Fosse Ardeatine, uccidendo 335 uomini. Questo tragico epilogo aprì una profonda crisi politica e giuridica in seno al CLN. Durante l’aspra riunione della giunta militare del 26 marzo, il democristiano Giuseppe Spataro contestò l’opportunità dell’attentato e chiese un comunicato di dissociazione, provocando l’indignata reazione di Amendola, pronto a rompere l’unità del CLN pur di rivendicare con fierezza l’azione gappista, cosa che il PCI fece autonomamente su L’Unità il 30 marzo. Solo grazie alla mediazione del segretario socialista Pietro Nenni si giunse, a metà aprile, a un comunicato di compromesso del CLN, retrodatato al 28 marzo per nascondere le divisioni interne, che definiva l’attentato «un atto di guerra di patrioti italiani» pur senza fare accenno alla prosecuzione della guerriglia urbana. Dietro le quinte, tuttavia, le critiche rimasero feroci: ex partigiani socialisti come Matteo Matteotti e Leo Solari confermarono che Pertini, in riunioni private, censurò duramente l’attentato come un atto di avventurismo irresponsabile, temendo rappresaglie sproporzionate e preferendo forme di protesta popolare per il rispetto dello status di “città aperta” di Roma. Ciononostante, nelle sue dichiarazioni pubbliche Pertini scelse fermamente di difendere l’unità antifascista. Il profilo strettamente giuridico della vicenda trovò la sua consacrazione nelle aule di tribunale nel dopoguerra. Nel 1948, durante il processo contro il colonnello delle SS Herbert Kappler, Amendola, Pertini e l’azionista Riccardo Bauer testimoniarono che l’azione era conforme alle direttive generali della Resistenza. Quando nel 1949 alcuni familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine intentarono una causa civile per danni contro gli esecutori e i responsabili militari — inclusi gli stessi Amendola, Pertini e Bauer —, i giudici furono chiamati a esprimersi sulla natura dell’atto. La sentenza del Tribunale di Roma del 1950, confermata in Appello nel 1954 e definitivamente sancita dalla Corte di Cassazione nel 1957, rigettò le richieste di risarcimento stabilendo che l’attentato di via Rasella fu un legittimo atto di guerra, respingendo la tesi che la condizione di “città aperta” di Roma ne inficiasse la legalità. Questa strenua difesa pubblica costò a Pertini, negli anni a venire, l’infondata e polemica accusa da parte della stampa di destra di essere stato tra gli ordinatori dell’attacco; un errore storico in cui cadde persino il Guardasigilli Giovanni Maria Flick nel 1997. Nel 1983, da Presidente della Repubblica, Pertini ribadì lucidamente la sua posizione: non era stato informato per motivi di segretezza, ne aveva intimamente compreso i rischi, ma l’aveva approvata a posteriori secondo le dure leggi della guerra partigiana che imponevano di colpire il nemico ovunque si trovasse.
Mentre il dibattito su via Rasella infiammava i vertici della Resistenza, lo scenario politico nazionale veniva scosso dalla “svolta di Salerno“, con cui Palmiro Togliatti accantonava la pregiudiziale repubblicana per collaborare con la monarchia in funzione antifascista. Pertini, insieme a Ugo La Malfa, si oppose strenuamente a questa linea e nei primi giorni di aprile del 1944, durante un acceso scontro verbale in via Po a Roma tra Amendola e lo stesso Pertini, l’intervento del vecchio leader riformista Bruno Buozzi — che giudicò saggia la scelta di Togliatti — spinse Pertini ad allontanarsi indignato. Il gruppo dirigente del PSIUP, ignaro degli accordi della conferenza di Teheran sulle future sfere d’influenza in Europa, restava convinto che la lotta di Liberazione dovesse tradursi immediatamente in un’evoluzione socialista dell’Italia. Con questo spirito, dopo essere stato richiamato a Roma nel luglio 1944 e aver vissuto un’avventurosa odissea tra La Spezia e Firenze — dove, rimasto isolato a causa della partenza improvvisa del monarchico Edgardo Sogno, raggiunse la città toscana a piedi, si nascose in via Ghibellina e partecipò l’11 agosto all’insurrezione distribuendo le prime copie dell’Avanti! —, Pertini ottenne un passaporto falso sotto il nome di Nicola Durano e riuscì a farsi trasferire al Nord attraverso un rischioso passaggio sul Monte Bianco. A Milano, il 29 marzo 1945, Pertini costituì il comitato militare insurrezionale del CLNAI insieme a Leo Valiani ed Emilio Sereni, e il 25 aprile proclamò alla radio lo sciopero generale insurrezionale, decretando la pena di morte per i gerarchi fascisti. Quella stessa decisione entrò drammaticamente in rotta di collisione con l’articolo 29 dell’armistizio lungo, che imponeva la consegna di Benito Mussolini agli Alleati. Nel pomeriggio del 25 aprile, presso l’arcivescovado di Milano, si tenne un drammatico tentativo di mediazione tra i delegati del CLN e Mussolini, favorito dal cardinale Schuster. Pertini, che stava parlando agli operai della fabbrica Borletti, arrivò in ritardo e incrociò il Duce sulle scale, descrivendolo nelle successive interviste a Gianni Bisiach ed Enzo Biagi come un uomo emaciato, torvo e irriconoscibile, smentendo le versioni romanzate che lo volevano con la rivoltella in pugno. Una volta entrato nella sala, l’intervento intransigente di Pertini e Sereni, che pretesero l’arresto immediato di Mussolini e il suo deferimento a un Tribunale del popolo anziché la consegna agli inglesi, spinse il dittatore a rompere le trattative e a fuggire verso Como. Pertini rivendicò sempre con orgoglio quel rifiuto del compromesso, convinto che avesse evitato la consegna del dittatore alle forze alleate. Nei giorni successivi, mentre via radio invocava per Mussolini la fucilazione per direttissima, definendolo un vigliacco, il Duce venne giustiziato a Dongo e il suo corpo esposto a Piazzale Loreto, uno spettacolo di fronte al quale Pertini commentò amaramente: «L’insurrezione si è disonorata». Nonostante il peso di ombre e controversie — come le memorie del partigiano Giuseppe Marozin che gli attribuirono l’ordine di fucilazione degli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, o la dolorosa scoperta che proprio nei giorni della liberazione suo fratello Eugenio veniva assassinato nel campo di Flossenbürg —, l’epopea resistenziale si concluse per Pertini con il conferimento della medaglia d’oro al valor militare, suggellando la sua incrollabile fede nella capacità del popolo italiano di risorgere sotto il soffio della libertà.

Nelle storiche elezioni politiche del 2 giugno 1946, che sancirono la nascita della Repubblica Italiana, una delle figure più intransigenti del panorama politico nazionale fu eletta deputato all’Assemblea Costituente nelle liste del Partito Socialista. Fin dai primi mesi di attività, il suo impegno si concentrò con vigore sui lavori del Titolo I della Carta Costituzionale, dedicato ai rapporti civili, con l’obiettivo di tradurre i valori della Resistenza in princìpi giuridici fondamentali e inalienabili. Accanto all’attività prettamente legislativa, egli mantenne una posizione di assoluto rigore etico e politico nel delicato processo di transizione postbellica: sostenne fermamente l’opera delle commissioni di epurazione e si oppose con radicale fermezza all’applicazione dell’amnistia per i reati politici commessi dai responsabili dei crimini fascisti, un provvedimento fortemente voluto da Palmiro Togliatti nell’ottica di una pacificazione nazionale. Questa profonda frattura etica ed ermeneutica emerse con drammatica chiarezza durante la seduta parlamentare del 22 luglio 1946, quando il deputato socialista indirizzò una durissima interrogazione al ministro di Grazia e Giustizia, il comunista Fausto Gullo. L’atto sindacativo mirava a denunciare l’interpretazione eccessivamente indulgente e “largheggiante” che la magistratura stava applicando al testo dell’amnistia, lamentando al contempo l’inadempimento del Governo De Gasperi nel reintegrare i lavoratori antifascisti licenziati durante il regime e sollecitando misure straordinarie a difesa della neonata Repubblica contro i suoi storici nemici. L’intervento si concluse con un monito sferzante e profetico destinato a rimanere negli annali della storia parlamentare: egli denunciò il sostanziale fallimento dell’epurazione, evidenziando come lo spettacolo di quell’amnistia stesse ribaltando la logica della giustizia, fino a paventare il rischio che un giorno l’aver combattuto il fascismo o l’essere stati incarcerati e confinati per la libertà potesse quasi trasformarsi in una colpa di cui vergognarsi. Di fronte a un attacco così frontale, lo stesso Palmiro Togliatti si vide costretto a intervenire immediatamente per difendere la legittimità e la ratio politica del decreto, da lui stesso varato in veste di Guardasigilli durante il precedente governo Parri; pur dichiarandosi formalmente solidale con lo sdegno del collega per le storture applicative di alcune sentenze, il leader comunista rammentò che la misura di clemenza era stata ratificata da tutte le forze del CLN e cercò di ridimensionare la portata statistica delle scarcerazioni rispetto alla mole complessiva dei procedimenti pendenti. In quel cruciale tornante della storia italiana, l’azione di questo autorevole costituente si mosse costantemente su un doppio binario: da un lato, la necessità giuridica e sociale di avviare le riforme strutturali per la reconstruction di un Paese devastato dalla dittatura e dal conflitto mondiale; dall’altro, la ferrea e intransigente volontà politica di estirpare alla radice qualsiasi possibile rigurgito del regime mussoliniano, preservando intatta la purezza ideale della democrazia nascente.

L’elezione di Sandro Pertini al Quirinale, nel luglio del 1978, rappresenta uno dei crocevia più affascinanti, drammatici e giuridicamente significativi dell’intera storia repubblicana. Per comprendere la portata di questo evento, occorre calarsi nel clima di un’Italia profondamente ferita e destabilizzata dal recente sequestro e assassinio di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse, un trauma nazionale che aveva messo a dura prova la tenuta delle istituzioni democratiche e la fiducia dei cittadini nello Stato. In questo scenario di estrema tensione, la fine anticipata del mandato presidenziale di Giovanni Leone aveva aperto una complessa partita politica per la successione, risolta con un ampio accordo parlamentare che portò sullo scranno più alto della Repubblica una figura simbolo dell’antifascismo, della Resistenza e del rigore etico. L’arrivo di Pertini alla presidenza inaugurò uno stile di comunicazione e di esercizio del potere radicalmente nuovo, caratterizzato da un contatto diretto e informale con la cittadinanza, da una ferrea difesa della Costituzione e da una lotta senza quartiere contro il terrorismo e la criminalità organizzata. Durante il suo settennato, il Presidente seppe incarnare l’unità nazionale in momenti di profondo dolore collettivo, come il terremoto dell’Irpinia del 1980 o la strage della stazione di Bologna, denunciando con fermezza le inefficienze dei soccorsi e le deviazioni dei servizi segreti, e al contempo restituì orgoglio al Paese celebrando i successi sportivi e culturali della nazione. Dal punto di vista giuridico e costituzionale, la sua presidenza tese a valorizzare al massimo le prerogative del Capo dello Stato, configurando un ruolo di garanzia attiva e dinamica, capace di intervenire nei nodi cruciali della vita politica per sollecitare i partiti al compimento del proprio dovere verso la collettività e per preservare la purezza della democrazia italiana nata dalle ceneri della dittatura.


Sandro Pertini si spense la sera del 24 febbraio 1990 all’età di 93 anni a causa delle complicazioni di una caduta avvenuta pochi giorni prima nella sua mansarda romana affacciata sulla Fontana di Trevi, chiudendo così un’esistenza straordinaria che ha segnato la storia repubblicana e lasciando, per sua espressa volontà, una disposizione testamentaria che escludeva esequie pubbliche di Stato, tanto che l’unico esponente delle istituzioni ammesso al suo capezzale fu il Presidente della Repubblica in carica Francesco Cossiga, prima che la salma venisse cremata al cimitero di Prima Porta e le ceneri tumulate nella tomba di famiglia a Stella San Giovanni. Questo rigoroso e sobrio congedo dalle scene pubbliche si intreccia con la complessità della sua statura morale e laica poiché Pertini, pur essendosi sempre dichiarato fermamente ateo, custodiva nel suo studio al Quirinale un crocifisso e manifestava una profonda ammirazione storica e umana per la figura di Gesù, inteso come un uomo che aveva difeso le proprie idee a costo della vita. Tale dualismo spirituale e filosofico alimentò negli anni successivi un acceso dibattito storiografico e giornalistico, culminato nel 2007 quando il fotografo della Santa Sede Arturo Mari pubblicò la tesi secondo cui l’ex Presidente avrebbe desiderato convertirsi in punto di morte cercando un ultimo contatto con Giovanni Paolo II, un incontro che sarebbe stato impedito dal fermo rifiuto della moglie Carla Voltolina. Questa suggestiva ipotesi di una conversione tardiva, in realtà già circolata nel 1990 sulle pagine del quotidiano Il Secolo XIX e immediatamente rigettata dalla vedova, è stata definitivamente qualificata come priva di fondamento giuridico e storico sia dalla Fondazione Sandro Pertini sia dalle ricostruzioni documentali, le quali hanno chiarito non solo che il pontefice non si recò mai al capezzale dell’ex Capo dello Stato nei suoi ultimi istanti di vita trascorsi in casa, ma che l’aneddoto del mancato incontro risaliva storicamente a un precedente ricovero ospedaliero del 1987, quando la visita papale fu sconsigliata esclusivamente per stringenti ragioni cliniche e di opportunità medica, tutelando così la formale linearità della transizione e il rispetto per la coerente laicità che Pertini aveva fedelmente incarnato durante tutto il suo mandato costituzionale.


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