DI ROCCO DE GILIO
La genesi biografica e la formazione intellettuale di Giuseppe Saragat si inscrivono nel dinamico contesto sabaudo di fine Ottocento, avendo egli avuto i natali a Torino da Giovanni Saragat, avvocato di origini sarde e di orientamento liberale, ed Ernestina Stratta, figlia di un noto esponente dell’arte dolciaria locale. Il percorso accademico del giovane Saragat, segnato dal conseguimento del diploma in ragioneria presso l’istituto Sommeiller nel 1915, subì una temporanea sospensione a causa della mobilitazione bellica del 1916, che lo vide impegnato sul fronte del Carso come tenente di artiglieria, esperienza conclusasi con il conferimento di una croce di guerra al valore. Congedato dalle armi, egli perfezionò il proprio profilo tecnico-giuridico conseguendo, in data 17 luglio 1920, la laurea in scienze economiche e commerciali con una dissertazione sulle infrastrutture portuali di Rotterdam, titolo che gli valse l’immediata assunzione come contabile presso la Banca Commerciale Italiana. Tuttavia, la sua vocazione civile si manifestò precocemente attraverso l’attività giornalistica presso la Gazzetta Piemontese, evolvendo rapidamente in un impegno politico organico che, nel 1922, lo condusse all’adesione al socialismo di matrice riformista e umanitaria. Tale scelta, motivata non da un astratto dogmatismo ideologico ma da una profondo sentimento di solidarietà verso le classi proletarie oppresse, trovò la propria sintesi dottrinale nel magistero di Filippo Turati, portando Saragat a ricoprire ruoli di vertice nel Partito Socialista Unitario, formazione sorta il 4 ottobre 1922 a seguito dell’espulsione della componente gradualista dal PSI e guidata, fino al suo tragico assassinio, da Giacomo Matteotti. La fase ascendente del regime fascista determinò una sistematica persecuzione del PSU, culminata con il provvedimento di scioglimento d’autorità del 14 novembre 1925, adottato a seguito del fallito attentato a Benito Mussolini da parte dell’iscritto Tito Zaniboni. In risposta a tale atto di forza e alla compressione delle libertà associative, Saragat si rese protagonista di una coraggiosa resistenza istituzionale e clandestina, costituendo il 26 novembre 1925 un triumvirato con Claudio Treves e Carlo Rosselli; tale organo collegiale provvide, in data 29 novembre, alla ricostituzione extralegale del movimento sotto la denominazione di Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, ponendo così le basi per una lunga stagione di lotta per il ripristino dell’ordine democratico e del pluralismo politico nel Paese.

L’instaurazione del regime dittatoriale in Italia, formalizzata attraverso l’adozione delle cosiddette leggi eccezionali che smantellarono l’ordinamento statutario liberale, impose a Giuseppe Saragat la necessità di intraprendere la via dell’esilio politico quale estrema ratio di salvaguardia della propria incolumità e libertà d’azione, inducendolo a valicare clandestinamente il confine elvetico nella notte tra il 19 e il 20 novembre 1926 in concorso con l’esponente socialista Claudio Treves. Tale spostamento transfrontaliero segnò l’inizio di una complessa peregrinazione istituzionale e intellettuale che trovò un primo approdo in Austria, dove Saragat ebbe modo di approfondire le dottrine dell’austromarxismo attraverso il confronto diretto con giuristi e teorici del calibro di Karl Renner e Otto Bauer, le cui tesi sulla conciliabilità tra il pensiero marxista e le strutture della democrazia rappresentativa avrebbero informato in modo permanente la sua successiva esegesi politica. Parallelamente a tali dinamiche, la fuga verso la Corsica dell’anziano Filippo Turati, occorsa il 12 dicembre 1926 sotto la guida di Italo Oxilia e con la scorta di Sandro Pertini nonostante la privazione dei documenti d’espatrio, determinò la costituzione di un nucleo di resistenza democratica a Parigi, ove Saragat si ricongiunse ai compagni di fede politica nel 1929 dopo la parentesi viennese. Nel contesto dell’esilio francese, la sussistenza materiale di Saragat fu garantita dall’esercizio dell’attività di rappresentante vinicolo, occupazione che tuttavia non ne limitò il fervore dottrinale, culminato nella storica alleanza con Pietro Nenni volta alla ricomposizione della frattura socialista; tale processo di convergenza programmatica trovò la sua sanzione formale il 19 luglio 1930, in occasione del XXI Congresso del PSI svoltosi nella capitale francese, ove fu deliberato il rientro del PSULI di Turati nei ranghi del Partito Socialista Italiano. Quest’atto di unificazione congressuale pose le fondamenta giuridiche e politiche per la nascita del sodalizio tra Saragat e Nenni, un rapporto caratterizzato da una dialettica talora asperrima ma sempre improntata al reciproco riconoscimento, che la storiografia avrebbe successivamente cristallizzato nelle definizioni di “cari nemici” o “amici-rivali“, delineando la fisionomia dei due massimi referenti del socialismo italiano destinati a orientare le sorti della futura Repubblica attraverso una costante tensione tra l’istanza riformista di stampo europeo e quella massimalista di ispirazione popolare.
La traiettoria politica e istituzionale di Giuseppe Saragat si staglia nel panorama della ricostruzione democratica italiana come un paradigma di resistenza civile e rigore parlamentare, a partire dal suo rientro in territorio nazionale all’indomani del collasso del regime fascista nel luglio 1943, evento che lo vide inizialmente attinto da un provvedimento di fermo presso la frontiera di Bardonecchia a causa della sua persistente iscrizione nei registri dei sovversivi. La successiva liberazione dei detenuti politici disposta dal governo Badoglio permise a Saragat di convergere su Roma, dove il 25 agosto partecipò attivamente alla direzione costituente del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), assumendo contestualmente la responsabilità editoriale dell’Avanti! in una fase di estrema precarietà giuridica e operativa. Con l’avvento dell’occupazione germanica, la sua attività si spostò sul terreno della lotta clandestina, culminando nel rinnovo del patto d’unità d’azione con le altre forze della Resistenza e nel successivo arresto, occorso il 18 ottobre unitamente a Sandro Pertini, che condusse alla sua detenzione presso il carcere di Regina Coeli, inizialmente nel settore riservato ai prigionieri politici e in seguito in quello destinato ai condannati alla pena capitale. La sua evasione, avvenuta il 24 gennaio 1944, rappresenta un caso di eccezionale perizia logistica e falsificazione documentale coordinata da Giuliano Vassalli, il quale, sfruttando la propria posizione di avvocato presso il tribunale militare, approntò ordini di scarcerazione apocrifi corroborati da una simulata conferma telefonica della questura, permettendo a Saragat e Pertini di sottrarsi alla giurisdizione d’occupazione. Dopo un periodo di clandestinità e l’assunzione di cariche ministeriali nei governi di transizione, Saragat fu investito della dignità di ambasciatore a Parigi, per poi essere eletto all’Assemblea Costituente nel 1946, di cui assunse la Presidenza il 25 giugno, esercitando una funzione di garanzia e di impulso dottrinale nella redazione della Carta fondamentale, che egli definì con accenti di profondo lirismo giuridico come un testo “[…] scritto col sangue del popolo“. La sua evoluzione politica fu tuttavia segnata dalla scissione di Palazzo Barberini del gennaio 1947, un atto di rottura dei vincoli di alleanza con il Partito Comunista Italiano che portò alla fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI) e alla successiva stabilizzazione del quadro centrista sotto l’egida di Alcide De Gasperi, all’interno del quale Saragat ricoprì ripetutamente la carica di Vicepresidente del Consiglio. Tale scelta di campo, culminata nello scontro elettorale del 1948 contro il Fronte Democratico Popolare, espose lo statista a una violenta campagna di denigrazione politica da parte degli ex alleati social-comunisti, i quali, attraverso l’uso di epiteti quali “social-traditore” e “rinnegato“, cercarono di delegittimare la sua posizione in seno al Parlamento, come testimoniato dai verbali della seduta del 14 luglio 1948 in cui fu oggetto di durissimi attacchi verbali da parte di esponenti del PCI nel clima incandescente seguito all’attentato a Palmiro Togliatti. Nonostante l’ostilità dialettica e le turbolenze ideologiche del primo dopoguerra, l’operato di Saragat rimase ancorato a una visione del socialismo democratico inscindibile dalle libertà costituzionali, consolidando quel percorso che lo avrebbe condotto, anni dopo, a rivestire la suprema carica di Presidente della Repubblica come custode della legalità e dell’unità nazionale.

Nel 1951 il PSLI si fonde con il Partito Socialista Unitario di Giuseppe Romita (uscito dal PSI nel 1949) e si trasforma in Partito Socialista Democratico Italiano. La nuova formazione politica trova un primo momento di criticità giuspolitica nel 1952, in occasione dell’aspro dibattito sulla riforma in senso maggioritario del sistema elettorale, nota nel lessico politico come “legge truffa“. Tale frangente determinò una scissione di natura squisitamente dottrinale all’interno della compagine socialdemocratica, allorquando Piero Calamandrei, in aperta dissidenza con la linea del segretario Saragat — allora Vicepresidente del Consiglio —, si oppose al progetto governativo de gasperiano, invocando la tutela della rappresentanza proporzionale e dando vita, dopo l’espulsione dal gruppo, alla formazione di Unità Popolare. Tuttavia, il superamento delle antinomie ideologiche con la sinistra nenniana trovò un fondamento fattuale nel 1956, a seguito della denuncia dei crimini stalinisti contenuta nel Rapporto Chruščёv, che propiziò lo storico incontro di Pralognan: tale vertice in terra sabauda costituì il presupposto negoziale per la futura convergenza nel centro-sinistra “organico“, processo che, dopo la parentesi del secondo Governo Fanfani del 1958, culminò giuridicamente il 4 dicembre 1963 con la costituzione del primo Gabinetto Moro, in cui Saragat assunse il portafoglio degli Affari Esteri. La titolarità del dicastero fu riconfermata nel successivo Governo Moro II del luglio 1964, in una fase di estrema delicatezza per la tenuta delle istituzioni repubblicane, segnata dalle fibrillazioni connesse al presunto disegno eversivo del “Piano Solo“. Proprio in tale contesto si colloca l’episodio del 7 agosto 1964, quando il colloquio al Quirinale tra il Capo dello Stato Antonio Segni, il Presidente del Consiglio Moro e lo stesso Saragat fu interrotto dal grave malore che colpì Segni, aprendo de facto la procedura di supplenza affidata al Presidente del Senato Cesare Merzagora. Sebbene le ricostruzioni giornalistiche abbiano a lungo ipotizzato una lite intercorsa tra i presenti circa la gestione delle pressioni militari del generale De Lorenzo, le testimonianze dirette raccolte dal segretario Belluscio hanno circoscritto l’oggetto del contendere a un ordinario avvicendamento del corpo diplomatico, escludendo toni di accesa conflittualità. La vacanza dell’ufficio presidenziale, formalizzata dalle dimissioni volontarie di Segni nel dicembre 1964, innescò una delle procedure elettive più complesse e prolungate della storia parlamentare. Già nel 1962 Saragat era emerso come il principale competitore di Segni, catalizzando i suffragi di PSI e PCI, ma nel dicembre 1964 lo scontro assunse i tratti di una vera e propria impasse costituzionale: la frammentazione dei voti tra le candidature di Giovanni Leone, Umberto Terracini e Amintore Fanfani impose una serie estenuante di scrutini, durante i quali i due leader socialisti, Saragat e Nenni, si trovarono su fronti contrapposti in una sorta di “duello fratricida” per l’egemonia nell’area laico-progressista. Solo dopo venti votazioni infruttuose e il ritiro dei candidati democristiani, si giunse a una sintesi politica di alto profilo quando Pietro Nenni, con un atto di sensibilità istituzionale volto a sbloccare la paralisi dei poteri, invitò i propri grandi elettori a far convergere i voti sull’eterno rivale. Il 28 dicembre 1964, al ventunesimo scrutinio, Giuseppe Saragat fu infine eletto Presidente della Repubblica con una maggioranza qualificata di 646 voti su 963, divenendo il primo socialista a salire al Colle e sancendo, attraverso la propria elezione, la definitiva legittimazione costituzionale della formula di governo di centro-sinistra.
La conclusione del mandato presidenziale di Giuseppe Saragat non determinò, nel solco della tradizione dei costituenti, una sua uscita dalla dialettica politica attiva, bensì l’immediata attivazione dello status di senatore di diritto e a vita ai sensi dell’articolo 59 della Carta Costituzionale, posizione che gli consentì di continuare a esercitare un magistero di garanzia e di indirizzo dalle tribune di Palazzo Madama. Tale transizione verso l’ordine dei senatori a vita non rappresentò un mero epilogo onorifico, ma il presupposto per una singolare e storicamente rilevante riattivazione del suo impegno partitico, culminata nel 1976 con il ritorno alla segreteria del Partito Socialista Democratico Italiano tra i mesi di marzo e ottobre, configurando un raro caso di ex Capo dello Stato che riassume la guida formale di una forza politica in un momento di particolare delicatezza per gli equilibri del pluralismo democratico italiano. La parabola biografica dello statista si concluse definitivamente a Roma l’11 giugno 1988, aprendo una fase di solenne e complessa ritualità funebre che vide la convergenza di diverse sensibilità dell’arco costituzionale e civile; le esequie, celebrate secondo il rito cattolico presso la chiesa di Santa Chiara a Vigna Clara dal celebrante Don Giovanni Battista Todescato, furono seguite da un corteo istituzionale di profondo valore simbolico. Il passaggio del feretro in piazza Navona, diretto verso la camera ardente allestita presso la sede del Senato della Repubblica, fu segnato dall’esecuzione delle note dell’Internazionale, un tributo che intese saldare la dimensione di Garante della Costituzione con le radici ideologiche del socialismo riformista e democratico di cui Saragat era stato indomito alfiere sin dalla scissione di Palazzo Barberini. Tale commistione di simboli repubblicani e tradizioni del movimento operaio accompagnò la salma fino alla sua definitiva tumulazione presso il Cimitero Monumentale del Verano, dove i resti mortali del Presidente riposano quale testimonianza di una vita interamente dedicata alla sintesi tra le istanze di libertà individuale e di giustizia sociale, lasciando un’eredità giuridica e politica fondata sulla rigorosa difesa delle istituzioni parlamentari e sulla vocazione atlantista ed europea dell’Italia postbellica.

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