DI FABIO BELLUNO
22 Luglio 2025, può sembrare una data qualunque. Ma per milioni di persone rappresenta la fine di un’epoca, simbolizzata dalla fine della vita di una persona, una persona che nel corso della sua esistenza spesso non sembrava nemmeno essere umana, e che in tantissimi cuori ha certamente rappresentato qualcosa di più.
Il 22 luglio 2025 infatti, a 76 anni, ci lascia Ozzy Osbourne, figura cardine dell’Heavy Metal, considerato il padre del genere stesso (anche se lui amerà sempre definirsi più come il fratello maggiore) e riferimento per tutti i grandi artisti che gli succederanno in questo grande e pazzo genere musicale, così pieno di sfaccettature e di controversie, ma in grado di suscitare in chi lo ascolta emozioni intense, proprio come il suo maggior interprete nel corso di tutta la sua esistenza.

Le origini
Ma chi era esattamente questo Ozzy Osbourne e perché la sua esistenza è stata così importante da non poter essere dimenticata?
John Michael Osbourne nasce il 3 dicembre 1948 in Inghilterra trascorrendo tutta la sua infanzia e adolescenza nella Birmingham popolare, quarto dei sei figli dei coniugi Thomas e Lilian, entrambi operai.
Soprannominato “Ozzy” sin dai primi anni a causa della sua balbuzie e dislessia, lascia la scuola a quindici anni per dedicarsi a lavori manuali quali operaio, macellaio o idraulico, mentre il padre sogna per lui una carriera come commerciante. Ma è presto chiaro che il buon Ozzy non sia fatto per una vita ordinaria.
La sua adolescenza sin da subito turbolenta lo porta a diventare un ladruncolo fino a quando verrà incarcerato per sei settimane dopo il fallito tentativo di rubare un televisore grosso due volte lui. Ozzy per tutta risposta decide di tatuarsi sulle falangi il suo nomignolo usando un ago e della grafite mentre è ancora in cella e, una volta uscito, prende la prima decisione che darà inizio alla sua personale leggenda: fondare un gruppo musicale.

La nascita dei Black Sabbath
Ozzy compra quindi il suo amplificatore personale e appende un annuncio alla ricerca di un bassista, un batterista e un chitarrista. All’appello rispondono rispettivamente Geezer Butler, Bill Ward e Toni Iommi, quest’ultimo, ironia della sorte, rivale di Ozzy ai tempi della scuola. Si sono appena formati i Black Sabbath, il gruppo che porterà alla luce un nuovo genere, solo che i quattro ancora non lo sanno, al punto da non chiamarsi nemmeno così.
Infatti Ozzy e i suoi adottano prima il nome “Polka Tulk Blues Band” per poi cambiarlo in Earth, dedicandosi essenzialmente a suonare musica blues senza troppo successo. La svolta arriva per necessità, quando il quartetto sarà costretto a cambiare nuovamente nome e contemporaneamente cercherà una nuova ispirazione per evitare di finire nel limbo come tante altre band emergenti del periodo. E così arriva un’idea.
La leggenda narra che questo colpo di genio fu del bassista Butler, ispirato dal film horror nostrano “I tre volti della paura”, uscito in Inghilterra col titolo “Black Sabbath”. Se la gente ama così tanto guardare horror, cosa succederebbe se quel genere invece di essere visto venisse ascoltato? Cosa succederebbe se i testi iniziassero a parlare di temi oscuri e profondi, accompagnati da tonalità musicali forti, basse, prolungate? I quattro decidono di mettere l’idea in pratica e nel farlo adottano come nome proprio il titolo del film, Black Sabbath.
Il risultato è sconvolgente. I Sabbath pubblicano il loro primo album, dal titolo Black Sabbath, appunto, e anche la prima canzone del disco si chiama allo stesso modo, ed è un qualcosa di mai sentito prima, un testo oscuro, psichedelico, che parla di Satana e dell’Apocalisse, con un riff cupo, solido, duro, che ti rimbomba nel cervello e non se ne va più. Un mix che crea un’atmosfera inquietante, ma al tempo stesso magica, ipnotica. E il resto dell’album segue di fatto le stesse orme. La critica stronca il lavoro su tutta la linea, accusandolo di inneggiamenti al satanismo e alla perdizione (una critica che per anni accompagnerà l’intero genere pur essendo priva di reale fondamento), mentre il pubblico ne rimane affascinato, attratto da qualcosa di completamente nuovo, semplice ma potente ed evocativo. Siamo nel 1970 e Ozzy Osbourne ed i Black Sabbath hanno appena creato l’Heavy Metal.

Ozzy solista e superstar, il mito di un uomo
I Sabbath proseguono la loro carriera pubblicando altri tre album di assoluto spessore che diverranno pietre miliari del genere appena creato, con canzoni che hanno fatto la storia come Iron Man, War Pigs e Paranoid, e vanno in tour, prendendosi la scena per tutti gli anni ’70. E Ozzy? Ozzy è la star più luminosa, il frontman di quel gruppo che sta cambiando la musica, e diventa sempre più un simbolo, ma non solo per il suo timbro di voce così particolare o per il suo carisma così travolgente. Ozzy infatti abbraccia a pieno la vita da rockstar, assieme a tutti i suoi eccessi: mentre i Sabbath diffondono il Metal in tutto il mondo, Ozzy nel dietro le quinte si abbandona a droga, alcol, donne e ogni genere di eccesso che il mondo della musica possa offrire. Fino a diventare ingestibile anche per i suoi stessi compagni.
Nel 1979, dopo un paio di anni complicati, Ozzy viene cacciato dal gruppo: è l’inizio di uno dei momenti più bui della sua vita. Si chiuderà in una stanza d’albergo per mesi, sprofondato nella depressione.
Uscirà da lì solo nel 1980, grazie al supporto della futura moglie e manager Sharon, figura cardine, anzi vera e propria ancora della sua vita, senza la quale Ozzy, per sua stessa ammissione, sarebbe morto diverse volte, prima e dopo. E deciderà di riprendere da dove aveva interrotto, senza i Sabbath stavolta, ma con la voglia di dimostrare al mondo, a loro e a sé stesso che può dare ancora tanto alla musica. E ci riuscirà.
Tra il 1980 e il 1981 escono i suoi primi due album da solista, “Blizzard of Ozz” e “Diary of a Madman”, contenenti pezzi iconici come Crazy Train e Mr. Crowley ed impreziositi dalla collaborazione col chitarrista Randy Rhoads, col quale Ozzy creerà una forte amicizia. Il successo è clamoroso e Ozzy si impone definitivamente come simbolo assoluto dell’Heavy Metal.
Nel 1982 purtroppo una nuova dura prova personale, la tragica morte di Randy, porta Ozzy in stato di shock e rimette in dubbio tutta la sua vita. Ma il Principe delle Tenebre si rialza anche stavolta e decide di continuare, anche per rendere giustizia all’amico che tanto lo ha aiutato nei due anni precedenti. E continua.

Gli anni ’80 e ’90 per lui sono ruggenti, tra album che scalano le classifiche e prestazioni live che diventano iconiche, anche per i motivi più controversi, come nel famigerato concerto in Iowa nel 1982, in cui staccò la testa ad un vero pipistrello durante lo spettacolo. Una scena entrata subito nella leggenda, i cui echi si sono tramandati sino ad oggi, simbolo per eccellenza della follia di un uomo che ormai non è più solo un uomo, o un artista o una rockstar, ma un vero e proprio personaggio, diventato più grande del suo stesso genere musicale, la cui fama è conosciuta anche da chi non ha mai ascoltato un brano rock, figuriamoci metal.
A riprova di ciò nel 2002 MTV manda in onda The Osbournes, il reality show dedicato a Ozzy e alla sua famiglia, un qualcosa di mai visto prima per una rockstar ma, come detto, Ozzy a quel punto è ormai un’autentica leggenda vivente. Il reality sarà un successo, durerà 4 stagioni e contribuirà a far conoscere il cantante anche a un pubblico nuovo, sia per età che per interessi musicali.
Ma ridurre la carriera di Ozzy Osbourne e il suo impatto sul mondo della musica solo ai suoi continui eccessi, o alla creazione dell’Heavy Metal (come se fosse poco!) sarebbe riduttivo. Ozzy non si è fermato lì.
Nel 1996 crea l’Ozzfest, un festival della musica a cadenza annuale in cui oltre ai grandi nomi invita costantemente band emergenti dando loro la possibilità di farsi un nome su un palcoscenico così importante. Supporta costantemente l’innovazione e lo sviluppo dei tanti sottogeneri del Metal che si vanno a creare nel corso dei decenni e partecipa in prima persona a varie sperimentazioni, perché la musica per lui è anzitutto creatività e libertà, e non può essere limitata, nemmeno da sé stessa.
Osbourne sarà costantemente attivo anche nella beneficenza, donando ad organizzazioni benefiche ed ospedali, con particolare attenzione ai bambini e alla lotta contro il Parkinson, per un totale di centinaia di milioni di dollari.

L’umanità di un mito
E qui ci avviamo alla conclusione di questo viaggio pieno di emozioni che è stata la vita di Ozzy Osbourne. Nel 2019, dopo una vita di eccessi per i quali difficilmente un essere umano potrebbe ancora essere tra noi, dopo essersi nel frattempo anche riunito ai Black Sabbath, gli viene diagnosticato il Parkinson. Sarà l’ultima sfida, la più difficile nella vita di un uomo che forse proprio in questa circostanza si rende conto per la prima volta che in fin dei conti, è umano anche lui. Eppure se siete arrivati sin qui avrete ormai capito che Ozzy Osbourne non è un uomo come tanti, e che se a tenerlo giù non ci è riuscita la sua stessa vita sregolata, non sarà certo il Parkinson a farlo.
E infatti il nostro Ozzy giù non ci va proprio, anzi. Procede a rilasciare altri due album, “Ordinary Man” e “Patient Number 9”, gli ultimi della sua carriera da solista e manco a dirlo, sono dei successi, trionfando anche ai Grammy Awards.
Poi, il gran finale.

L’ultimo atto, il Back to the Beginning
Abbiamo intrapreso questo viaggio con una data, ma una manciata di giorni prima ce n’è stata un’altra, e forse questa è anche più importante.
5 luglio 2025, Birmingham, stadio Villa Park, è il giorno del “Back to the Beginning”, ossia il giorno in cui Ozzy Osbourne si riunisce ai Black Sabbath per un’ultima volta sul palco, il giorno in cui Ozzy Osbourne si esibisce per l’ultima volta in assoluto, in quello che è un vero e proprio concerto-evento.
È l’occasione in cui tutto il mondo Metal si mette l’abito da cerimonia, per tributare i suoi omaggi a colui che di fatto, se non è stato il padre, o il fratello, o anche lo zio ubriaco di un genere intero, ne è stato indiscutibilmente il Re, colui senza il quale tutti gli altri difficilmente sarebbero venuti dopo.
Il concerto è di proporzioni storiche. Uno stadio riempito da 45mila persone, ma non solo: il concerto infatti viene reso disponibile anche in diretta streaming e viene acquistato da quasi 6 milioni di utenti. Dei numeri mastodontici, per un evento che vede decine di ospiti speciali esibirsi sul palco, tra cui nomi di assoluto spessore come Pantera, Slayer, Tool, Guns N’ Roses e Metallica, oltre che celebrità come Jason Momoa e Jack Black.
E poi, arriva lui, seduto su un trono nero, direttamente da sotto il palcoscenico salendo sino alla superficie, emergendo dall’ombra alla luce e alla vista di tutti i presenti, una metafora della sua carriera, ma soprattutto della sua vita. Ozzy, nonostante i problemi di salute, nonostante il Parkinson ormai avanzato, nonostante ormai non sia nemmeno più in grado di reggersi in piedi, è sul palco, ed è pronto a fare ciò che sa fare meglio, ciò per cui è stato messo su questa Terra, cantare ed intrattenere il suo pubblico. E lo fa.


Prima con alcuni dei suoi più grandi successi nella sua carriera da singolo, I Don’t Know, Suicide Solution, i già citati Crazy Train e Mr. Crowley e una Mama, I’m Coming Home che fa piangere l’intero stadio, lui compreso.
Poi arrivano Tony, Geezer, Bill. Arrivano i Black Sabbath. E sono di nuovo tutti e quattro insieme, quegli stessi quattro ragazzi che avevano creato, ormai più di mezzo secolo addietro, un genere musicale tutto nuovo, quei quattro ragazzi che hanno scritto un pezzo di storia della musica. E che per l’ultima volta, intrattengono il mondo intero con la loro magia.
Solo che adesso War Pigs, Paranoid, N.I.B., Iron Man, non sono più quelle canzoni dai toni ipnotici, oscuri, anche un po’ inquietanti. No, ormai è trascorso tanto tempo da allora.
Adesso, sono canzoni simbolo, pilastri inamovibili di un genere che negli anni è diventato strumento di ribellione, di speranza, di emozioni, di valori, di giustizia. E stanno venendo suonate per l’ultima volta da quegli stessi uomini che avevano dato vita a tutto ciò. E i presenti se ne rendono conto. Il tempo pare fermarsi, ma è solo un’illusione. Alla fine, il concerto giunge al termine, il pubblico capisce di aver assistito a qualcosa di unico e Ozzy Osbourne, lui capisce che ce l’ha fatta, che ha ottenuto ciò che voleva, che se ne andrà come voleva lui, secondo la sua volontà.
17 giorni dopo, Ozzy Osbourne si spegne, sapendo di aver ottenuto la sua ultima grande vittoria, perché Ozzy non è mai stato un uomo che potevi tenere giù, e anche dinanzi alla morte stessa, ha deciso di andarsene secondo i suoi termini, dando un ultimo grande saluto a quel mondo che lo ha reso immortale.
Il Back to the Beginning frutterà oltre 140 milioni di sterline in beneficenza per la lotta contro il Parkinson, e sarà la lettera d’addio di Ozzy, un gesto di amore verso un popolo intero, verso un genere che è sempre stato in qualche modo speciale, verso un mondo che gli ha dato tantissimo, rendendolo di fatto una sorta di divinità in terra, ma al quale Ozzy si è sempre premurato di restituire tutto, di lasciare in uno stato migliore rispetto a quando vi era arrivato, ormai 76 anni prima. E tra il suo enorme contributo alla musica e il suo costante aiuto dato a chi, proprio come lui, ne aveva più bisogno, possiamo dire che ci sia riuscito ampiamente.
Il nostro viaggio alla scoperta di chi è stato Ozzy Osbourne giunge al termine, nella consapevolezza che un artista in fin dei conti muore davvero soltanto quando le sue opere vengono dimenticate.
E nel suo caso, quel giorno è ancora ben lontano.


Se ami la Musica, pigia subito qua!!!
Vuoi leggere di un film che parla di un chitarrista? Pigia qui!!!
Vuoi sentire l’intervista di un nostro carissimo amico cantante lirico? Premi qui!!!





