DI SARA MORENA
Un altro dei maggiori successi dello Studio Ghibli diretti da Miyazaki, la cui prima mondiale si tenne nel 2004 alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, nel corso della quale il regista ricevette il premio Osella d’oro. Nel settembre del 2005 il film uscì nelle sale italiane contemporaneamente alla successiva edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, durante la quale a Miyazaki fu conferito il Leone d’oro alla carriera. Il precedente film del maestro, La città incantata, aveva ottenuto un enorme successo, che però non soddisfò Miyazaki, poiché non era chiaro se la ragione del successo del film fosse dovuta alla sua qualità o al marketing che ruotava attorno a esso. Di fronte allo sconcerto del regista, Suzuki decise che Il castello errante di Howl non avrebbe avuto la medesima pubblicità. In verità in quel periodo Miyazaki era desideroso di ritirarsi dal mondo del cinema e andare in pensione, desiderio che espresse in una delle sequenze di La città incantata, durante la quale Chihiro si allontana dal caos dei bagni termali e, andando da Zeniba, trova un ambiente più tranquillo e pieno di quella pace a cui il regista aspirava.

Dato questo pensiero del maestro, si pensò di lasciare la regia di Howl a Mamoru Hosoda, che però si allontanò dallo Studio Ghibli e fondò un proprio studio; d’altra parte egli aveva delle divergenze con Miyazaki in merito a cosa avrebbe dovuto raccontare il film. Hosoda voleva realizzare una storia divertente, ma Miyazaki voleva invece qualcosa di più drammatico in cui magia e amore s’intrecciassero con i bombardamenti della guerra, un tema sempre caro al maestro. L’ispirazione per la storia nasce dall’omonimo romanzo dell’inglese Diana Wynne Jones, che diede la sua piena approvazione al progetto e si dimostrò entusiasta per la sua realizzazione, sentendo che, malgrado le differenze fra libro e film, Miyazaki era in grado di capire il mondo dentro i romanzi della scrittrice.

Viene mantenuta la base della storia che racconta le vicende di Sophie Hatter, una giovane apprendista cappellaia, che dopo essere stata trasformata in una vecchietta novantenne dalla Strega delle Lande, decide di recarsi dalla sorella più piccola, apprendista maga, per trovare un modo per sciogliere la maledizione che le è stata imposta. Nel suo viaggio trova il castello di Howl e vi si reca dentro in cerca di riparo, e dopo aver stretto un patto con il demone del fuoco Calcifer decide di rimanere e si propone come addetta alle pulizie. Una delle prime differenze è il castello. Mentre Diana lo descrive come un edificio più sottile, nel film il castello sembra un ammasso di ferraglia e assomiglia molto alle macchine dello steampunk. Sia nel libro che nel film, il castello ha tante porte che si aprono su diverse parti del mondo, ma nel film ha un aspetto simile a quello di una macchina, esaltando l’esistenza di una società industriale, rappresentata anche da treni e automobili dall’aspetto primordiale, rendendo l’universo di Howl un vero e proprio fantasy steampunk, nel quale le macchine s’incontrano con la magia.

Ancora una volta Miyazaki si dimostra affascinato dai castelli, ma in questo caso il castello in questione ha un aspetto che si distingue dai soliti castelli, dalla tradizionale roccaforte imponente. Il castello di Howl è certamente imponente, ma ha uno stile postmoderno, e appare come un assemblaggio di metallo vecchio e arrugginito, con un design che assomiglia a quello di un animale, con tanto di zampe e bocca. Anche l’interno assomiglia poco a quello di un tradizionale castello e sembra la casa di una persona di classe media, è un luogo poco curato pieno di sporcizia in ogni angolo, da far inorridire persino un maiale. La scelta estetica di Miyazaki per il castello è dovuta, secondo Carl Cassegard, alla volontà di rappresentare la società giapponese contemporanea, esaltandone la sua natura frammentaria e disarmonica. Altri studiosi e critici sostengono anche che le diverse uscite del castello siano una metafora di internet e Howl che sia una sorta di hacker solitario che attraverso i suoi canali cerca di cambiare il mondo.

Il film è pieno di pillow shot narrativi tramite i quali Miyazaki ci fa godere il piacere della quotidianità, come le scene iniziali che vedono Sophie mentre cuce i cappelli, la scena in cui Sophie nonnina pulisce l’interno del castello, talmente sporco da sembrare un tugurio, oppure quando lei si prende un momento di relax insieme a Markl, godendosi il panorama fuori dal castello e facendo uno spuntino, mentre lo spaventapasseri Rapa stende il bucato, arieggiando per bene i panni per farli asciugare. Il film è uno dei migliori dello Studio Ghibli anche dal punto di vista dell’animazione che qui fa un passo avanti con un mix di tecnica tradizionale e grafica digitale. Quest’ultima si è concentrata soprattutto sull’animazione del castello, i cui elementi senza il computer sarebbero stati certamente più difficili da animare nel modo in cui vengono nel risultato finale. Il castello non è in 3D, ma i suoi vari elementi sono disegnati con tecnica harmony, uno stile di animazione 2D realizzata col computer, e sono stati fatti oscillare tra le due tecniche tramite l’utilizzo di un software che ha regolato i loro movimenti parte per parte. La grafica digitale fu impiegata anche in altre scene, come la sequenza in cui Sophie ancora giovane cammina a braccetto con Howl, oppure per far sventolare le bandiere, ma anche quando Sophie ringiovanita attraversa una dimensione spazio-temporale in cui incontra la versione di Howl bambino.

Viene ripreso il tema delle maledizioni. La questione era in passato stata trattata con Porco Rosso, e in seguito con Principessa Mononoke e La città incantata, ma qui l’argomento ritorna in scala più ampia, poiché sono più di uno i personaggi che sono afflitti da maledizioni. Sophie viene trasformata in un’anziana, Calcifer è vincolato al castello da un patto con Howl, anche lui maledetto perché il suo patto con il demone del fuoco rischia di farlo diventare irrimediabilmente un demone, e infine lo spaventapasseri Rapa, che in realtà è il principe dello Stato nemico con cui il Paese di Sophie e Howl è in guerra. La reazione di Sophie alla propria trasformazione è sorprendentemente quieta, rispetto a come normalmente reagirebbe qualunque personaggio di fronte alla sua situazione. Nei primi istanti prova disagio e incredulità, ma riesce tuttavia a mantenere la calma, e il giorno seguente sembra prendere bene il proprio stato, dicendosi allo specchio di essere in salute e che l’abito le dona più di prima. Sophie affronta a testa alta la propria maledizione, che invece di chiuderle delle porte gliele apre letteralmente, conducendola al castello di Howl dove trova la propria posizione e, con il tempo, acquisisce più fiducia in sé stessa e si affeziona al mago fino ad innamorarsene, affrontando diversi alti e bassi nel loro rapporto. Saranno l’amore e l’acquisizione di fiducia in sé che spezzeranno la sua maledizione, facendola ringiovanire ad ogni passo, non senza passare attraverso delle ricadute.

Sophie all’inizio del film dà poco valore a sé stessa e ai propri bisogni. Si sente schiacciata dal peso delle aspettative familiari, per cui intende diventare una cappellaia per portare avanti l’attività di famiglia, essendo la figlia maggiore. In seguito alla trasformazione, malgrado non sia certo entusiasta di essere invecchiata di colpo, lei trova una liberazione. Tramite il personaggio di Sophie, Miyazaki invita a non temere la vecchiaia, ponendo una critica all’attuale società narcisista, rappresentata da Howl, che a differenza della protagonista è un vanaglorioso talmente attaccato alla propria bellezza da andare in crisi se i suoi capelli assumono la tinta sbagliata. Però sembra che nel film i difetti di Howl siano più attenuati, dato che, malgrado il suo egoismo, ha dei modi cortesi nei confronti di Sophie. Questo modo di comportarsi sarebbe funzionale per il suo essere donnaiolo, ma nel libro non si atteggia nella stessa maniera con Sophie nonnina, perché la tratta in modo brusco. A differenza del libro, inoltre, nel film Howl nei confronti della guerra, seppure la combatta in campo aperto, ha delle posizioni pacifiste, mentre nel romanzo si dimostra più menefreghista.

Sophie richiama, inoltre, la figura materna e della donna miyazakiana. Il suo ruolo è quello di essere un àncora di salvezza per Howl, la chiave per la sua maturazione. Sophie è un personaggio femminile dal carattere forte, ha un lato gentile ma nello stesso tempo è anche ardita e non esita a mettere dei confini quando non si sente rispettata; quando si reca dal re, mentre sala la scalinata del palazzo con tanta fatica, insieme alla Strega delle Lande, altrettanto in difficoltà per la salita, in risposta al torto che la maga le ha fatto si rifiuta di aiutarla; se Howl le fa perdere la pazienza, Sophie non si fa problemi a rimproverarlo. Nonostante anche da anziana si comporti da ragazza, la sua gentilezza assume dei tratti materni, come nella scena in cui entra nella stanza di Howl portandogli il latte caldo, durante la quale quasi lo accudisce come un bambino.

Il tema della guerra viene affrontato in maniera più diretta, poiché Howl partecipa attivamente a essa. Di questo argomento viene evidenziata la perdita di umanità del soldato, che a forza di combattere finisce per diventare lui stesso un’arma senza anima. La questione viene rappresentata metaforicamente da Howl e dagli altri maghi che combattono. Tutti loro hanno dovuto privarsi di una parte della propria umanità per ottenere la forza di combattere, incluso Howl, che a forza di trasformarsi corre anche lui il rischio di dimenticare la propria umanità, diventando un mostro senza anima. Infatti quando Howl si trasforma alcune volte sembra perdere il controllo e la coscienza di sé, come nella scena del sogno di Sophie che entra nella sua stanza e, quando lei esprime il desiderio di volerlo aiutare, lui la respinge in malo modo; o anche nella scena in cui Howl affronta Suliman, la maga al servizio della corte reale, durante la quale per poco il mago non cade nella trappola di lei che cerca di indurlo a trasformarsi, mettendolo all’angolo per colpirlo.


Il castello errante di Howl è uno dei più grandi capolavori di Miyazaki e dello Studio Ghibli. Un’opera che riesce a intrecciare magia, romanticismo e il tema della guerra. Tramite la storia del film, il regista estende la questione della guerra nella società contemporanea, pervasa da un narcisismo che ci allontana gli uni dagli altri, alimentando le ostilità che possono essere risolte solo mettendo da parte l’egoismo. In merito al romanticismo, c’è anche da dire che questo è il secondo film di Miya dove si vedono scene di bacio, dopo Porco Rosso. La scena finale che inquadra il bacio fra Sophie e Howl è trattata con maggiore solennità, tuttavia il maestro mantiene le sue politiche nascondendo il contatto delle loro labbra per conservare l’intimità del momento. Anche il bacio che la ragazza dà al mago dopo essere uscita dalla dimensione spazio-temporale, viene dato in maniera rapida e a stampo, senza prolungare l’atto ulteriormente.


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