RES PUBLICA, CAPITOLO 8: FRANCESCO COSSIGA

DI ROCCO DE GILIO

La figura di Francesco Cossiga si colloca all’incrocio tra l’alto magistero costituzionale e la complessa prassi della politica di vertice nell’Italia della Guerra Fredda. Giurista precoce, formatosi in un ambiente familiare dalle profonde radici repubblicane e antifasciste nel sassarese, Cossiga conseguì la laurea in giurisprudenza a soli diciannove anni e mezzo, discutendo una tesi incentrata sul tema delle immunità nel diritto penale. Tale interesse scientifico ne propizierà la successiva carriera accademica, culminata nel conseguimento della libera docenza in diritto pubblico e nella cattedra di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Sassari, focalizzando i propri studi sulla delicata distinzione dottrinale tra prerogative e immunità degli organi costituzionali.

L’impegno accademico si svolse parallelamente a una rapidissima ascesa all’interno della Democrazia Cristiana. Entrato in Parlamento nel 1958, non ancora trentenne, Cossiga assunse la guida della corrente dei cosiddetti giovani turchi sassaresi, muovendosi sotto l’egida politica di Antonio Segni. Nel 1966 ricevette la nomina a sottosegretario di Stato alla Difesa nel terzo Governo guidato da Aldo Moro, divenendo il più giovane esponente a rivestire tale carica nell’esecutivo.

In virtù delle deleghe governative conferitegli, Cossiga assunse compiti di vigilanza e supervisione sulle attività di Gladio, la struttura d’intelligence clandestina di tipo stay-behind integrata nel sistema di sicurezza dell’Alleanza Atlantica. Fu in questa veste istituzionale che, nel 1967, egli dispose l’apposizione degli omissis per ragioni di segreto militare sul “rapporto Manes“, l’atto ispettivo d’inchiesta ministeriale concernente le deviazioni del SIFAR e il presunto tentativo di colpo di Stato noto come Piano Solo.

Negli anni seguenti, l’itinerario istituzionale di Cossiga si consolidò attraverso la riconferma nei successivi mandati parlamentari e lo svolgimento di cruciali funzioni ministeriali. Dopo aver guidato il dicastero per l’Organizzazione della pubblica amministrazione, nel febbraio del 1976 fu nominato Ministro dell’Interno nel quinto Governo Moro, assumendo la responsabilità superiore dell’ordine pubblico e della sicurezza dello Stato in uno dei periodi più drammatici della storia repubblicana. Nel corso della sua successiva parabola biografica, Cossiga rivendicherà la legittimità giuridica e politica di quelle condotte straordinarie e degli apparati informativi riservati, inquadrandoli come strumenti necessari alla tutela della sovranità nazionale e alla preservazione della legalità costituzionale dinanzi alle tensioni geopolitiche del bipolarismo globale.

Il profilo storico e istituzionale di Francesco Cossiga nel corso degli anni di piombo e del sequestro di Aldo Moro si delinea attraverso una complessa intersezione tra l’esercizio delle prerogative di pubblica sicurezza, la gestione delle emergenze costituzionali e una successiva, profonda evoluzione dottrinale in ordine alla natura dei reati associativi di matrice ideologica. Nella sua qualità di Ministro dell’Interno nel 1977, Cossiga si trovò a fronteggiare una severa crisi dell’ordine pubblico, culminata nei tragici eventi di Bologna e Roma, che lo indusse ad adottare drastiche misure limitative delle libertà costituzionali, quali il divieto temporaneo di manifestazioni pubbliche nel Lazio, motivato dalla dichiarata esigenza di preservare l’incolumità dello Stato e la coesione sociale di fronte alle derive eversive. Nonostante le pesanti contestazioni di ordine politico e morale mossegli da diverse formazioni parlamentari ed extraparlamentari, in particolare in relazione all’omicidio di Giorgiana Masi, l’ex titolare del Viminale respinse costantemente ogni addebito di responsabilità, pur ammettendo l’incolpevole ignoranza circa l’impiego di agenti infiltrati da parte della questura capitolina. Tale stagione di aspro conflitto istituzionale segnò l’avvio di una significativa riconfigurazione degli apparati di intelligence e di contrasto al terrorismo, formalizzata con la scissione dei servizi di sicurezza e l’istituzione delle unità di intervento speciale di Polizia e Carabinieri. 

La successiva gestione del rapimento di Aldo Moro, caratterizzata dalla costituzione di comitati di crisi e dal ricorso a consulenze internazionali volte a preservare la stabilità democratica anche a costo del sacrificio dell’ostaggio, determinò una precoce svalutazione giuridica e morale delle epistole del prigioniero, finalizzata a disinnescare la forza contrattuale delle Brigate Rosse. L’esito infausto della vicenda e il conseguente rinvenimento del cadavere dello statista democristiano determinarono le immediate dimissioni di Cossiga dalla carica ministeriale, aprendo una lunga fase di ripensamento interiore e di revisione critica dell’azione di governo. Nei decenni successivi, infatti, l’ex Capo dello Stato promosse una coraggiosa transizione verso posizioni marcatamente garantiste, giungendo a teorizzare l’opportunità di un’amnistia politica e a riconoscere ai militanti della lotta armata la qualifica formale di legittimi nemici politici e sovversivi, superando la tradizionale e restrittiva assimilazione ai criminali comuni, nell’ottica di una pacificazione nazionale idonea a sanare le fratture giuridiche e sociali ereditate da quella drammatica stagione della Repubblica

(Francesco Cossiga e Aldo Moro)

Il percorso istituzionale e politico di Francesco Cossiga nel corso della seconda metà degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta del Novecento si delinea attraverso una successione di prestigiosi incarichi parlamentari e di governo, indissolubilmente legati a snodi cruciali e controversi della storia repubblicana. All’indomani delle consultazioni elettorali del 3 giugno 1979, l’insigne uomo di Stato fu inizialmente chiamato a presiedere la Commissione affari esteri della Camera dei deputati, carica dalla quale rassegnò le dimissioni il successivo 4 agosto a séguito della nomina alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Alla guida dell’esecutivo sino all’ottobre del 1980 — rivestendo altresì la Presidenza di turno del Consiglio europeo nel primo semestre del medesimo anno —, Cossiga improntò la propria azione di politica estera a un deciso atlantismo. Sotto i suoi due brevi mandati, infatti, l’organo legislativo pose le premesse normative per la futura installazione degli euromissili a Comiso, perfezionata nel 1983 dal primo Governo Craxi e intesa quale prodromo di un rinnovato asse strategico tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Federale di Germania, allora guidata dal cancelliere Helmut Schmidt.

L’attività del Presidente del Consiglio non fu tuttavia esente da severe frizioni politico-giudiziarie, culminate nella promozione, da parte del Partito Comunista Italiano, di una procedura parlamentare volta alla sua messa in stato di accusa dinanzi al Parlamento in seduta comune. Le contestazioni, originatesi dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Roberto Sandalo — esponente della formazione eversiva Prima Linea —, configuravano a carico di Cossiga le ipotesi di reato di favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d’ufficio. L’ipotesi accusatoria si fondava sul presunto disvelamento al compagno di partito Carlo Donat-Cattin della pendenza di indagini e di un imminente provvedimento custodiale nei confronti del figlio di quest’ultimo, Marco, parimenti sodale della medesima organizzazione terroristica. Nonostante il rigetto delle accuse in sede parlamentare e la conseguente deliberazione di archiviazione a maggioranza dei voti nel 1980, lo stesso Cossiga, a distanza di vent’anni e a prescrizione ormai maturata, ammise parzialmente l’addebito, rivelando di aver confidato la circostanza al cugino e leader comunista Enrico Berlinguer, confidando in una riservata comprensione dinanzi a un dramma familiare anziché in una strumentalizzazione politica del fatto.

Il mandato governativo di Cossiga coincise inoltre con una delle pagine più oscure e tragiche della cronaca nazionale, ovvero il disastro aereo del DC-9 Itavia, occorso nei cieli di Ustica il 27 giugno 1980. Pur avendo mantenuto il riserbo durante l’esercizio delle sue funzioni, l’ex presidente del Consiglio rese nel febbraio del 2007 dichiarazioni di notevole impatto processuale, ascrivendo l’abbattimento del velivolo civile all’impatto di un missile a risonanza lanciato da un caccia della Marina francese decollato dalla portaerei Clemenceau, nel contesto di un’azione militare originariamente volta a colpire un aereo sul quale si ipotizzava viaggiasse il leader libico Muammar Gheddafi. Tali tardive asserzioni indussero l’autorità giudiziaria inquirente di Roma a disporre la formale riapertura delle indagini per il definitivo accertamento della verità materiale.

(Il Ministro degli Esteri Emilio Colombo a sinistra e a destra l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Francesco Cossiga, nel 1980)


Esaurita l’esperienza alla guida del governo, Cossiga attraversò una fase di momentaneo isolamento politico, costellata da manovre diffamatorie orchestrate da correnti avverse all’interno della Democrazia Cristiana, le quali giunsero ad accreditare la falsa notizia di un suo ricovero per trattamenti elettroconvulsivanti in Romania, laddove lo statista, come in séguito confermato dallo stesso in sede di memorialistica televisiva, soffriva invero di ricorrenti e acute sindromi depressive.

(Il Presidente Cossiga durante il tradizionale discorso dell’ultimo dell’anno alla scrivania presidenziale, 31 dicembre 1991)

L’elezione di Francesco Cossiga, avvenuta il 24 giugno 1985 in qualità di ottavo Presidente della Repubblica Italiana, rappresenta un momento di eccezionale rilievo nella storia costituzionale del Paese, essendosi perfezionata per la prima volta al primo scrutinio con una solida e trasversale maggioranza di 752 voti su 977 votanti, espressione del consenso convergente della Democrazia Cristiana, delle principali forze dell’arco costituzionale e della Sinistra Indipendente. All’età di soli cinquantasette anni, investito della massima carica dello Stato come il più giovane eletto della storia repubblicana, Cossiga assunse dapprima le funzioni di Presidente supplente tra il 29 giugno e il 3 luglio 1985, a seguito delle dimissioni di cortesia rassegnate da Sandro Pertini, per poi prestare formale giuramento innanzi alle Camere. Il suo settennato si è articolato in due fasi distinte e profondamente dissimili sul piano dogmatico e dello stile istituzionale. Durante il primo quinquennio, la presidenza si è mossa nel solco della dottrina tradizionale del potere neutro, configurando il Capo dello Stato come un arbitro silente e un equilibratore dei rapporti tra i supremi poteri, volto a preservare l’armonia dell’ordinamento giuridico; in questo periodo, l’azione presidenziale si è concentrata sulla chiarificazione di complesse attribuzioni costituzionali, promuovendo la definizione dei poteri bellici del Governo tramite l’istituzione della Commissione Paladin e sollecitando la revisione dell’articolo 88, secondo comma, della Costituzione per regolare lo scioglimento delle Camere durante il semestre bianco. La seconda fase del mandato, inaugurata dal crollo del Muro di Berlino, ha visto il Presidente farsi promotore di una vigorosa e polemica azione di stimolo, nota come la stagione delle «picconate», mossa dalla ferma convinzione che l’esaurimento della contrapposizione bipolare della guerra fredda imponesse una radicale e non più differibile riforma del sistema politico e istituzionale italiano. In questo mutato scenario geopolitico, che comportava anche una ridefinizione dei rapporti strategici con l’alleato nordamericano e il superamento di storici tabù legati agli apparati di sicurezza e alle ingerenze esterne, Cossiga percepì con lungimirante acutezza l’imminente crisi dei partiti tradizionali, trasformando la magistratura di garanzia in un centro di pressione politica e istituzionale volto a favorire la transizione verso un nuovo assetto democratico.

(Il Presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga insieme al Presidente degli Stati Uniti D’America Ronald Reagan nel 1987)

La complessa parabola istituzionale che investì la presidenza di Francesco Cossiga sul finire del suo mandato si inserisce in uno dei momenti di più acuta tensione politico-costituzionale della storia repubblicana. Il 6 dicembre 1991, le forze di opposizione parlamentare formalizzarono una richiesta di messa in stato di accusa nei confronti del Capo dello Stato ai sensi dell’articolo 90 della Costituzione, configurando ben ventinove distinti capi d’imputazione riconducibili alle fattispecie di alto tradimento e attentato alla Costituzione. Il fulcro del gravame si sostanziava in una serie di condotte percepite dai promotori come un’esondazione dalle prerogative e dalle funzioni proprie della magistratura presidenziale: tra queste spiccavano i severi giudizi espressi sull’operato della commissione d’inchiesta sul terrorismo, le ferme prese di posizione circa la legittimità dell’organizzazione Gladio — accompagnate dalla minaccia di sospendere le attività governative —, nonché le pressioni esercitate sul Consiglio Superiore della Magistratura e sul potere esecutivo in merito a risposte ispettive parlamentari e rimpasti ministeriali. Sotto il profilo strettamente giuridico, tale iniziativa fu tuttavia ritenuta del tutto priva di presupposti fondanti: il comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa, estendendo la propria valutazione anche alla controversa proposta unilaterale di concessione della grazia al fondatore delle Brigate Rosse Renato Curcio, dichiarò le censure manifestamente infondate, determinando la successiva archiviazione del caso da parte del Tribunale dei Ministri l’8 luglio 1994, in piena sintonia con le precedenti risultanze della Procura di Roma. Nella memoria storica del Presidente, affidata alle pagine di un memoriale difensivo, l’offensiva giudiziaria orchestrata dalla compagine comunista venne letta non già come un’autentica contestazione di legittimità costituzionale, bensì come una manovra di natura prettamente politica, un “fuoco di controbatteria” finalizzato a prevenire i contraccolpi del recente crollo del Muro di Berlino e a neutralizzare i possibili imbarazzi derivanti da rivelazioni d’oltrecortina. La natura squisitamente politica della controversia trovò una indiretta conferma nel mutamento di indirizzo del Partito Democratico della Sinistra il quale, all’indomani della cessazione della carica di Cossiga, manifestò il venir meno di qualsiasi interesse nel coltivare le accuse, ritenendo il contenzioso istituzionale ormai superato dal compimento del settennato. La conclusione della presidenza si consumò infine il 28 aprile 1992 quando Cossiga, anticipando di due mesi la naturale scadenza del mandato all’indomani delle elezioni politiche, rassegnò le proprie dimissioni con un simbolico messaggio televisivo alla nazione, motivando il proprio gesto con la manifesta volontà di denunciare la crisi del sistema consociativo e l’immobilismo delle formule partitiche del tempo

(28 aprile 1992, il congedo di Cossiga dal Palazzo del Quirinale)

Il 9 agosto 2010 l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga veniva ricoverato d’urgenza presso il Policlinico Agostino Gemelli di Roma a causa di un’acuta insufficienza cardiorespiratoria, quadro clinico severo che conduceva al suo decesso la settimana successiva, il 17 agosto, all’età di ottantadue anni. Successivamente all’evento esiziale, si procedeva all’apertura formale di quattro missive private, dal medesimo redatte e indirizzate alle quattro massime cariche istituzionali dello Stato pro tempore in carica. In conformità alle disposizioni di ultima volontà espresse dal de cuius all’interno del proprio testamento, le esequie venivano celebrate in forma strettamente privata nella capitale, presso la basilica dei Santi Ambrogio e Carlo in via del Corso, per poi disporre il trasferimento della salma nel comune di Sassari; ivi, dopo un ulteriore rito di suffragio nella chiesa di San Giuseppe, il corpo veniva tumulato nella tomba di famiglia del cimitero cittadino, in prossimità della sepoltura del già Presidente Antonio Segni. L’atto testamentario recava altresì precise e vincolanti indicazioni di natura cerimoniale per l’allestimento del feretro, sul quale, per espressa volontà del testatore, venivano deposte congiuntamente la bandiera della Regione Autonoma della Sardegna con i quattro mori e il tricolore della Repubblica Italiana, a suggello del suo duplice e indissolubile legame identitario e istituzionale. 

(I funerali del Presidente Cossiga)


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