DI EDOARDO VALENTE
Se l’alchimia è di per sé una pratica oggigiorno sommersa dal tempo, le alchimiste che l’hanno praticata vivono in una zona d’ombra ancora più scura, alle spalle dei pochi nomi di alchimisti che sopravvivono nella nostra memoria culturale.
Su queste figure, spesso “sorella di”, “moglie di”, si concentrano una serie di opere dell’artista contemporaneo tedesco Anselm Kiefer, una serie di dipinti di enormi dimensioni, esposti nella Sala delle Cariatidi (Palazzo Reale, Milano), che generano un percorso storico-culturale in un abisso dimenticato dal tempo.

Che cosa sia l’alchimia può essere sia facile che molto complesso spiegarlo.
Nella percezione generale, l’alchimia era una forma grezza, senza solide basi scientifiche e precedente a quella che oggi chiamiamo chimica. A questa percezione generale fa seguito un immaginario collettivo, fatto di laboratori, provette, alambicchi, sostanze che ribollono in calderoni; perché il compito dichiarato e più noto degli alchimisti era quello di trasformare il vile metallo in oro puro, e questo tracotante proposito rimane il più grande fallimento di questa pratica antichissima.
L’alchimia, infatti, nasce insieme alle religioni primordiali, ed è presente in ogni cultura, in quella egizia, poi passata in quella greca; in quella indiana; in quella cinese.
Ed è sempre consistita in un gran numero di conoscenze pratiche della materia e della natura. Erboristeria, mineralogia, astronomia, sono solo alcune delle discipline che si intersecano negli studi alchemici. Studi che avrebbero dovuto condurre, oltre alla eventuale ricchezza, anche alla guarigione, al miglioramento dell’essere umano.
Per questo lo scopo ultimo dell’alchimista è il completamento della Grande Opera, che conduce alla Pietra Filosofale. Oggetto che noi oggi conosciamo per lo più filtrato dal primo libro della saga di Harry Potter, ma che appartiene a una tradizione ben più radicata.
La lapis philosophorum, infatti, è proprio la chiave di volta, la sostanza che permette di ottenere l’immortalità.
È sempre questa magica pietra che permette di trasmutare i metalli in oro, e che dona, oltre all’immortalità, l’onniscienza. Si può facilmente intuire come chi si addentrasse in questi complicati studi potesse avere come obiettivo quello della conoscenza assoluta. Lo studio dell’alchimia è già, di per sé, un’approssimazione alla conoscenza assoluta, poiché quel che è necessario sapere attinge, come già detto, a vasti e diversi campi del sapere.

Ma chi si dedicava a questa pratica assurda?
Un alchimista noto (sempre grazie a quel primo libro di Harry Potter) è Nicolas Flamel, che visse all’epoca del Rinascimento, che ha infatti segnato una rinascita anche degli studi di alchimia, in buona parte accantonati durante il Medioevo.
Dall’Impero bizantino, infatti, oltre all’antica cultura greca che l’Europa aveva dimenticato, erano giunte anche svariate novità in merito all’alchimia, che in quei luoghi si era arricchita, ad esempio, del concetto di alambicco (la stessa parola è di origine araba).
Così, tra Germania, Francia e Italia, nelle corti e per le strade, la figura dell’alchimista torna a essere presente e conosciuta. Oltre al già citato Flamel, importante alchimista è stato Paracelso, avendo aggiunto nuovi elementi fondamentali per l’alchimia – zolfo, sale, mercurio –, e Cornelius Agrippa, autore del celebre De occulta Philosophia.
Il primo alchimista, però, di cui si abbia una qualche traccia scritta è Zosimo di Panopoli, vissuto nel IV secolo, ma sue contemporanee dimenticate furono anche le alchimiste Theosebia e Paphnutia, di cui abbiamo pochissime notizie, e che Anselm Kiefer riunisce in una delle sue tele.

Si potrebbe pensare, dunque, che per la contemporaneità di queste due alchimiste con Zosimo, siano esse le prime documentate, ma non è così: la prima alchimista di cui in Occidente si abbia testimonianza fu la filosofa Maria la Giudea. Ma, anche in questo caso, le notizie in merito sono scarse.
Rimanendo, però, sempre in quella zona primordiale dell’alchimia, nei primi secoli del primo millennio, appare anche la figura di Cleopatra (no, non la regina che tutti conosciamo), un’alchimista che nei suoi scritti fece uso del simbolo dell’uroboro, il serpente che si morde la coda a simboleggiare l’infinito, l’assenza di un preciso inizio e una precisa fine. Kiefer la raffigura di spalle, sospesa in un salto verso l’ignoto.
Nel Medioevo, invece, in Europa non c’è stata grande proliferazione di alchimiste (e alchimisti), poiché questa disciplina si è spostata – come tante altre – verso il cosiddetto Medio Oriente, e solo quando quel sapere antico è tornato verso le coste occidentali, si è poi nuovamente diffuso per il continente.

In Italia, ad esempio, hanno operato a cavallo tra Quattro e Cinquecento: Caterina Sforza, Isabella Cortese, Isabella d’Aragona e Camilla Erculiani. Ma entrando più nel concreto di quali opere scrivessero queste alchimiste, ci si accorge che, anche in questo caso, dire “alchimia” significa anche usare un termine ombrello che racchiude sotto di sé conoscenze legate all’erboristeria, alla medicina, alla farmacologia e alla cosmetica.
In giro per l’Europa, invece, a fianco di nomi noti della pratica alchemica, possiamo incontrare Perennelle Flamel, che contribuì alla diffusione della leggenda attorno al marito Nicolas; Sophie Brahe, il cui fratello Tycho è stato un noto astronomo della corte di Rodolfo II d’Asburgo (imperatore del Sacro Romano Impero, alla cui corte praghese si riunirono numerosi alchimisti, astronomi, matematici...); e tra gli allievi e collaboratori di Tycho Brahe ci fu anche Keplero, ma la sorella Sophie svolse un lavoro importante come il suo, che nel tempo è stato oscurato dall’ombra del fratello.
Il rapporto tra potere e alchimia, come nel caso di Rodolfo II, si è presentato più volte in un felice sposalizio. Elisabetta I d’Inghilterra aveva a corte il suo astronomo personale, John Dee, famoso per il suo interesse verso occultismo e filosofia ermetica. Ma alla sua corte ci fu anche la poetessa (e praticante di alchimia domestica) Mary Sidney, contessa di Pembroke, il cui figlio William sposò una donna le cui sorelle, Elizabeth Grey e Alethea Talbot, erano entrambe dedite all’alchimia.
Per tornare, invece, al Sacro Romano Impero, è enigmatica la figura di Barbara di Cilli, che fu reggente nei periodi di assenza del marito, alla cui morte Barbara venne spogliata di ogni bene, e si creò attorno a lei la leggenda di un laboratorio in cui trasformava i metalli in oro.
E così come lei fuggì dal regno che aveva governato, qualche secolo dopo lo stesso farà Cristina di Svezia; regina dagli eclettici interessi culturali (convince Descartes a darle lezioni di filosofia di prima mattina, passeggiando nel rigido inverno svedese che risultò fatale al filosofo), regnò fino alla sua conversione al cattolicesimo, dopo la quale lasciò Stoccolma per Roma, dove si dedicò ai suoi studi ermetici e cabalistici.
Lontano, invece, da questi reali, alcune donne trovarono nello studio dell’alchimia applicazioni concrete. Un esempio meraviglioso è quello di Martine Bertereau, che a inizio Seicento fu attiva come ingegnera mineraria, ed è considerata la pioniera della mineralogia francese. Mentre, sempre in Francia, sempre in quel periodo, Marie Meurdrac pubblicò un libro dal titolo La chimica caritatevole e facile, in favore delle dame, che forniva consigli pratici, a base farmaceutica, per curare diverse malattie.
Spostandoci in Inghilterra, incontriamo Anne Conway, filosofa dalla vastissima cultura (conosceva svariate lingue antiche) che, per quanto si dice abbia influenzato il pensiero di Leibniz, era in aperta e attuale contraddizione con alcune idee dell’epoca, specialmente della filosofia cartesiana. Conway non era d’accordo sull’affermare che la materia fosse morta e che ci fosse una distinzione netta tra corpo e anima (come ha designato Descartes), e col senno di poi sappiamo che aveva ragione lei.

A essere invece adombrata dal marito fu Rebecca Vaughan. Del suo operato poco ci è rimasto, abbiamo di contro i testi di occultismo redatti dal marito Thomas Vaughan, fratello del poeta Henry. Ma qui inizia a cambiare qualcosa, poiché gli interessi alchemici di Rebecca e suo marito li portarono a entrare in contatto con alcuni membri fondatori della Royal Society di Londra, quella che diventerà la più importante società scientifica inglese.
È tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, infatti, che l’alchimia inizia a perdere quella credibilità e quel fascino esoterico che ha potuto suscitare per qualche secolo, dal Rinascimento in poi.
Questo, però, non creò un repentino abbandono delle attività di laboratorio. Ancora per tutto il Settecento, tra chi ci credeva davvero e chi per convenienza, l’alchimia fu ancora praticata, perdendo maggiormente la sua componente spirituale e esoterica, e mantenendo il fascino magico di chi riesce a trasformare davanti ai tuoi occhi il piombo in oro.
Il secolo XVIII viene inaugurato con alcune pubblicazioni alchemiche: nel 1702 apparve un libro redatto circa due secoli prima, per mano di una misteriosa E. H., un’alchimista anonima che ci ha consegnato un trattato dettagliato sulla Pietra Filosofale; nel 1704 fu il turno de Il Girasole dei Sapienti, pubblicato con lo pseudonimo di “Leona Constantia”, che celava la vera autrice: Sophie Elisabeth von Clermont, che con questo suo testo voleva svelare anche lei i segreti della Pietra Filosofale; infine, nel 1705 toccò a DJW, Dorothea Juliana Wallich, che pubblicò tre testi che avevano il compito non solo di mostrare un’alchimia pratica, ma anche, con forti riferimenti alla cristologia, operare una trasformazione dell’animo umano, da impuro a puro.

A fronteggiare, sempre attraverso i suoi scritti, le nuove frontiere della scienza che minacciavano l’alchimia, ci fu Sabine Stuart de Chevalier, di origine scozzese che arrivò fino alla corte del re di Francia, a difendere, in piena Età dei Lumi, le pratiche di laboratorio alchemiche.
Ad essere più mistificatrice fu un’enigmatica “Signora di Pfuel”, che giunse a metà Settecento alla corte di Federico II di Prussia, millantando di saper estrarre l’anima dell’oro, ma senza convincere particolarmente gli spettatori del suo trucco. Lo stesso avvenne alle sorelle di Rodaun, che a Vienna assistettero al momento in cui l’alchimista Sehfeld trasformò del metallo in oro, ma in quel suo prodigio non videro altro che un’illusione ben riuscita.
Sempre a Vienna, pochi decenni dopo, Madame d’Orbelin scrisse a Benjamin Franklin di aver trovato un modo per rendere solido il mercurio. Pare che ci fu anche una dimostrazione in presenza dello stesso Franklin di questo prodigio, ma degli scritti di d’Orbelin in cui parla della sua scoperta non ci è rimasto nulla, e tutto ciò che resta di lei è la testimonianza di Franklin che si riferiva a lei chiamandola “l’alchimista”.
Sul finire del XVIII secolo, una figura farà da soglia, da passaggio tra quel mondo primordialmente scientifico che si stava affermando, e il nuovo sentimento romantico che in qualche modo lo avrebbe contrastato, portandolo, in realtà, al suo compimento. L’uomo a cui mi riferisco è Johann Wolfgang Goethe, che deve le sue conoscenze in campo alchemico alla scrittrice pietista (amica di sua madre) Susanne von Klettenberg.
In un periodo di malattia, Goethe trovò in Susanne una guida spirituale, che lo introdusse anche allo studio di Paracelso e dei grandi alchimisti. Tracce di questa influenza si troveranno eccome nell’opera di Goethe. Il suo capolavoro, il Faust, riprende infatti la leggenda del Dottor Faust, noto alchimista.
Nel dramma goethiano, ad un certo punto l’assistente di Faust, Wagner, crea una vita artificiale, l’homunculus, elemento ricorrente nella tradizione alchemica. Qualche secolo prima un’alchimista, Anne Marie Ziegler, accompagnata da un uomo che si spacciava per il figlio di Paracelso, millantava di poter creare la vita umana in provetta tramite il “sangue di leone”, un distillato di oro purissimo che in sei settimane avrebbe dato vita a bambini immuni da malattie. Accusata di stregoneria (ma anche di omicidio) venne condannata al rogo nel 1575.
Questo elemento ci deve anche far ricordare che l’attività delle alchimiste, nei secoli di maggior splendore di questa pratica, era anche ostacolata dall’accusa di stregoneria, di fare affari con il diavolo, elemento che è rimasto in qualche modo legato a questo immaginario sempre per mezzo del Faust di Goethe, il cui protagonista diventa emblema del patto con il diavolo per ottenere la conoscenza assoluta.


Il passaggio dell’alchimia, però, all’interno di un sistema letterario, l’avanzare della chimica come scienza esatta, segnano la fine dell’attività laboratoriale. Se qualcosa sopravvive, non è più in merito alla trasmutazione dei metalli, ma a quella dello spirito.
Ne sono un esempio gli scritti di Mary Anne Atwood, studiosa di ermetismo, che si farà sostenitrice di una alchimia spirituale, entrando in contatto con la tradizione della teosofia.
Si conclude così un percorso. Torniamo mentalmente a quella Sala delle Cariatidi che non abbiamo mai abbandonato, con le maestose opere realizzate da Kiefer, con la pittura materica che buca lo spazio e ci viene incontro. È una pittura scura quella delle prime tele, una “terra nera” (forse un significato originale dell’etimologia di alchimia), che pian piano lascia sempre più spazio all’oro.
L’ultima parte della mostra di Kiefer si trova in un’altra sala adiacente, in diretta continuità con quella delle Cariatidi, in cui gli ultimi otto pannelli sono esposti in un’esplosione dorata.
Anche noi, forse, alla fine di questo viaggio tra l’arte e la storia, attraverso i secoli che hanno sommerso le vite delle alchimiste, arricchiti di queste nuove conoscenze, possiamo sperare di aver trasformato un po’ di quel piombo di cui siamo fatti in brillante oro.


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