Nel Duomo – poesia di Antonia Pozzi

DI SARA NOEMI SCATOLA

Antonia Pozzi. Donna appassionata. Studentessa pronta a spiegare le ali sui suoi desideri. Le ali però le sono state chiuse e legate dalle circostanze della sua vita.

La mancanza è il tema che ricolma molti dei suoi testi. Il suo animo e il suo dolore trovano fioritura all’interno dei versi. Se penso ad Antonia, l’immagine che mi viene in mente è quella di una donna che cammina in un giardino, tra i cunicoli di un verdeggiante labirinto, ricco di fiori. Di questi fiori lei accarezza i petali. Di questi fiori lei accarezza le spine. E contempla i tagli sulle sue dita causati dalle spine stesse. A tratti ne esce sangue. E la donna, accorgendosene, non ne è intimorita, soffre con dolcezza, chiude gli occhi con delicatezza, riflette, sente, e comincia a scrivere.  Poetessa italiana. Nata nel 1912. Morta per suicidio nel 1938.

Non sono un’esperta di poesia, non sono un’esperta di nulla, e pertanto non mi voglio porre come tale né in questo articolo né in quelli che scriverò in futuro.

Quello che voglio fare è pormi come illustratrice dei miei pensieri qui, in questo momento, mentre batto i tasti sul computer ed elaboro le emozioni e le riflessioni ispirate da film, testi e opere che hanno arricchito il mio bagaglio di viaggio.

In questo caso, ci terrei a soffermarmi su una poesia di Antonia, che lei ha scritto a Milano nel 1931.

Trascriverò qui sotto l’intera poesia, per poi focalizzarmi sull’ultima parte, che per qualche ragione ha sentito il bisogno di penetrarmi e scolpirsi dentro di me.

La poesia è leggermente lunga, quindi non spaventatevi se vi sembrerà che questo articolo non abbia una fine.

NEL DUOMO

Sospingo una delle grevi porte
e mi cade alle spalle
la furia del meriggio ventoso.
A lenti passi m’inoltro,
bevendo l’ombra improvvisa
in lunghi battiti
delle palpebre stanche:
suonano i passi come morte cose
scagliate dentro un’acqua tranquilla
che in tremulo affanno rifletta
da riva a riva
l’eco cupa del tonfo.
Remiga la tristezza ad ancorarsi
in golfi arcani
d’oscurità profonde;
remiga per un mare favoloso,
ove sono i pilastri
tronchi d’una subacquea pineta,
viva e fitta così
per lontananze senza confine…

Brucia nella tenebra
una lucente siepe di ceri:
gli occhi vi si fissano
subitamente
e l’anima discende
dalle sperdute immensità
chiudendosi
in un nodo di fiamme.
Dinnanzi alla tremante fioritura
che chissà qual divino alito
inclina
verso il sorriso di un’antica madonna,
è immoto un bimbo.
Guarda, il piccolo, assorto,
e certo vede
nella cappella accesa
uno stupendo albero di Natale,
a cui siano fronde
le diafane dita dei ceri.
Certo sogna, il bambino,
che sian tutti balocchi
i rozzi vetri sanguigni
in cui esita un pallido lume…
Gli sbocca nei grandi occhi intenti
la piccola vita
e tutta si allarga
nella celeste immensità del sogno.
Sfocia così il tumulto
d’ogni mio male
nel riposo di un’estasi
senza confine
e l’anima ritrova la sua pace,
come un folle balzo di acque
che si plachi, incontrando
la suprema quiete del mare
.

Milano, 3 marzo 1931


Silenzio.  Il battito si ferma per un attimo.   Inspiro.     Ora l’apnea.     Qualche secondo.    Il battito rintocca.     Espiro. 

Questa è stata la mia reazione giunta alla fine della poesia.

 Ecco ora, come vi accennavo prima, mi soffermerò sugli ultimi otto versi evidenziati in grassetto.

Sfocia – come un fiume che sta per riversarsi in qualcosa di più grande, e immergere la sua essenza nell’essenza del mare

Il tumulto  – …tu tum…tu tum…tu tum… un battito ribolle, di forza vitale

D’ogni mio male

Nel riposo di un’estasi – liberazione, assenza di limite, assenza di confine, le dita corrono sul manto del cielo e sfiorano il sacro

Senza confine – come scritto prima

E l’anima ritrova la sua pace

Come un folle balzo di acque – acqua che viene increspata, acqua che viene turbata, e nel suo turbamento, forse in modo insensato e inaspettato, trova estasi, scopre pace

Che si plachi, incontrando – l’incontro con l’altro, che sembra distante, che sembra chiamarti, che nonostante l’apparente distanza sembra così familiare

La suprema quiete del mare – silenzio.

Non cercherò di trovare il significato che questa poesia ha avuto per Antonia. Credo che il significato delle poesie possa essere davvero profondamente compreso solo dal loro autore. Ma trovo che questa poesia sia altamente accessibile alla comprensione, ed estremamente dirompente nella sua forza comunicativa. È un arco che viene teso piano piano, con attenzione, con osservazione di ciò che lo circonda. Tensione. Tensione. Ancora un po’ di tensione. La tensione culmina. Ora il silenzio, immobile. E la freccia si scaglia.

Corre veloce, sempre più veloce e…d’un tratto, rallenta, come avvolta da una membrana evanescente. Penetra una dimensione in cui il tempo scorre più lento, tutto attorno a lei scorre a rallentatore, fluttuando. Il tumulto. Il balzo. L’estasi. La calma.

Ho sentito anche io il bisogno profondo di ricercare in me stessa la quiete al mio tumulto, di trovare il mio angolo di serenità, come un folle balzo di acque che si plachi, incontrando la suprema quiete del mare.

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