DI MIRIAM PAOLETTI
Che cosa porteresti se dovessi andare sulla Luna?
Mi ponesti questa domanda.
Mi allungasti un foglio, sul quale avrei dovuto scrivere dieci oggetti i quali avrei portato con me nel caso in cui fossi dovuta partire per la Luna senza più tornare.
Raggruppasti in gruppi i dieci oggetti: “ora riassumili”.
Raggruppasti ciò che rimaneva: “riassumili ancora”.
Raggruppasti ciò che rimaneva ancora: “riassumi”.
E io dissi ciò che riassumeva i dieci oggetti che avrei voluto portare con me nel caso in cui fossi dovuta partire per la Luna senza più tornare: la parola che riassumeva era “trovare Dio”.
Dovetti partire per la Luna per trovare ciò senza cui la vita sarebbe stata inessenziale, e non sarebbe potuta essere vissuta: trovare Dio.
Considerazione e individuazione di un punto concettuale comune a “Il gioco delle perle di vetro” di Hermann Hesse e “Tipi psicologici” di Carl Gustav Jung.

“Perché Dio nasca nell’anima e l’anima a sua volta in Dio”.
Il Magister Musicae inculcò nel Magister Ludi quello che sarebbe divenuto la stella polare del suo peregrinare in questa vita, già, oscuramente, preannunciata da quei particolari stati psicologici che il giovane Knecht, non ancora Magister Ludi, fin dall’infanzia subiva senza poterseli spiegare, alla stregua di rivelazione. La stella polare era la perfezione. Infatti, il Magister Musicae sconfessò la possibilità di raggiungere la verità delle cose di cui è possibile conoscenza, risalendo fino a quella verità ultima che si potrebbe concepire solo in quanto concetto vuoto, e, sconfessando quella, rivelò, allora, ciò che unicamente era fondamento del continuo ricercare: la perfezione. Il Magister Musicae disse a Knecht ch’egli avrebbe dovuto sempre tendere, in uno spasmo infinito, continuamente verso il raggiungimento della propria perfezione, concretizzandola di volta in volta in ogni sua particolare manifestazione ma senza mai poterla esaurire nel suo ideale compimento; questo era l’unica stella da perseguire affinché il diramarsi delle innumerevoli strade possibili acquisisse una direzione, una successione, e quindi, alla fine dei giorni, un senso.
Knecht divenne Magister Ludi e si pose al vertice dei giocatori delle perle di vetro, e da quel punto sommo, pur compiendo la totalità dei propri uffici, intanto realizzava il medesimo progetto rivelato dal Magister Musicae in un tempo oramai lontano: Knecht raggiungeva la perfezione di sé stesso, la quale, ora intuiva, potesse essere espressa mediante il gioco delle perle di vetro. E la perfezione era covata all’intero del gioco, a mio avviso, perché il gioco stesso, nella sua ineliminabile inutilità, era modello dell’atteggiamento applicabile quotidianamente al fine di concretizzare, attualmente, quella porzione ora possibile della perfezione di sé stessi. Il gioco delle perle di vetro è la delineazione di schemi, appunto, di gioco, nei quali si intessono relazioni e concomitanze e passaggi possibili pescando fra i più disparati argomenti propri della conoscenza umana, di modo da creare una impalcatura irrealistica – non data nella realtà – ma verosimile – dal momento che le relazioni consistono in passaggi e collegamenti logici – ora esistente nella realtà in quanto gioco.
Il gioco delle perle di vetro è modello dell’atteggiamento mediante il quale, nella sua applicazione alla vita vissuta quotidianamente, si concretizza la porzione ora possibile e attualizzabile dell’inesorabile perfezionamento di sé stessi. Infatti, mi sembra di poter intravedere al di là di esso un particolare stato della mente che conduce l’individuo all’accrescimento continuo di sé, nella risposta conseguente ad una rielaborazione insostituibile della relazione fra l’individuo e le condizioni date entro cui egli si trova. Nello stato d’una mente che si mantiene nella consapevolezza della propria presenza in relazione alle condizioni attuali, l’individuo intravede i rimandi della propria stratificazione significativa dell’esperienza vissuta; questo passaggio, mi pare, che possa essere la traduzione in atteggiamento reale di ciò in cui consiste la ideazione del gioco delle perle di vetro: scorgere, nell’esistente, le possibilità di ulteriore esistenza non ancora attualizzata, frutto della concomitanza irripetibile d’un individuo singolo in relazione con le condizioni entro cui si dà. Espresso in simboli, si potrebbe affermare che questo vedere le possibilità insite nell’esistente attuale consista nell’atto di far nascere Dio nell’anima, nella misura in cui si vede il reale così come lo vedrebbe Dio, ovverosia come possibilità di creazione.
Giunti al punto di far nascere Dio nell’anima, nel caso in cui ci si limitasse alla visione dei possibili, si rimarrebbe allora in uno stato di irrealtà, di mera possibilità. Infatti, si potrebbe allora pensare che tale visione abbia un qualche radicamento nella vita, un qualche senso? Da qui ne deriva l’urgenza la quale conduce alla traduzione in atti, in realtà concreta, di quella visione “delle perle di vetro” allorché se ne abbia un accrescimento qualitativo e intensivo della vita medesima; Jung lo afferma riportando le parole di Angelo Silesio:
“Dio che si adatta a noi è per noi ciò che vogliamo:
Guai a noi se noi pure non diveniamo per lui quel che dobbiamo”.

Che Dio nasca nell’anima significa far ciò che permetta che Dio – il senso – sia in ogni nostro sguardo, poiché la mente ne è intanto consapevole, e significa che questo senso viene da noi perché è nostro rimando unico e irripetibile e che è Dio poiché significa la realtà oltre noi, nelle cose; di contro, tuttavia, s’impone la necessità di essere ciò che dobbiamo creando i medesimi possibili che scorgiamo nell’esistente, dal momento che, altrimenti, questi non avrebbero alcuna realtà, e ne conseguirebbe, allora, che lo sguardo sarebbe superfluo e il Dio inessenziale.
Nel concetto di “nascita di Dio entro l’anima e dell’anima entro Dio”, interpreto che, l’atto di raggiungere attualmente la perfezione possibile nelle condizioni date, sia un adattamento alla realtà da parte dell’individuo; adattamento che è tale giacché “il rapporto con il mondo reale circostante viene liberato dall’intromissione” della consapevolezza del senso che da noi deriva e nella sua esplicazione esteriore attraverso l’azione di dar vita ai possibili intravisti. In conseguenza di ciò, tale perfezione è concetto necessario per coloro i quali temono innanzitutto lo scorrere del tempo, la sua inevitabilità tagliente, l’ineluttabilità con cui, mentre si vive il presente, già lo si guarda come fosse degenerato in macerie, e allora lo si cerca di trattenere elevandolo a qualcosa d’altro che superi la mera esistenza. Infatti è qui che subentra l’atto essenziale, senza il quale la vita risulterebbe inessenziale, siccome esso è voler poter trattenere tutte le cose: trovare Dio. E allora si tenta di salvarle dal tempo, allungandone le estremità, dilungandole, cioè, nelle loro possibilità intraviste, di modo che qualcosa di loro venga salvato, qualcosa di loro permanga e resista all’azione devastatrice del tempo, seppure, infine, anche questa ennesima impalcatura sia inevitabilmente destinata alla medesima sorte.
Concludendo, Qui È Trovato Dio, quando Dio, dal di dentro, opera verso il fuori, poiché, capaci d’intravedere i rimandi delle possibilità da noi scorte entro il reale, ora assumeremo su di noi anche il dovere di crearli entro quello stesso reale, e ci scopriremo Dei.

Che cosa porteresti se dovessi andare sulla Luna?
Mi ponesti questa domanda.
Mi allungasti un foglio, sul quale avrei dovuto scrivere dieci oggetti i quali avrei portato con me nel caso in cui fossi dovuta partire per la Luna senza più tornare.
Raggruppasti in gruppi i dieci oggetti: “ora riassumili”.
Raggruppasti ciò che rimaneva: “riassumili ancora”.
Raggruppasti ciò che rimaneva ancora: “riassumi”.
E io dissi ciò che riassumeva i dieci oggetti che avrei voluto portare con me nel caso in cui fossi dovuta partire per la Luna senza più tornare: la parola che riassumeva era “trovare Dio”.
Dovetti partire per la Luna per trovare ciò senza cui la vita sarebbe stata inessenziale, e non sarebbe potuta essere vissuta: trovare Dio.
Il naufragio mi ha dato la felicità
(Dal naufragio) guardo in faccia il Paradiso.


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