DI ALBERTO GROMETTO
Strategia: è una parola che sentiamo in continuazione, e quasi dappertutto. Una strategia politica, oppure militare, o addirittura alimentare: vi può essere strategia in ogni ambito, là dove “strategia” significa ideare una pianificazione delle tue azioni con lo scopo di raggiungere determinati obbiettivi.
È dunque assolutamente e totalmente necessario, per attuare una strategia, avere una visione d’insieme, una discreta inventiva e una capacità nel prevedere e ipotizzare quante più opzioni in gioco possibili.
Che sia per un’azienda oppure mentre giochi a scacchi, è certo che chiunque di noi nella vita, chi più e chi meno, ha sperimentato cosa significhi essere uno che elabora e conduce una determinata strategia.
La prima volta che si parlò di strategia fu nell’Antica Grecia e riguardava esclusivamente l’ambito bellico. La strategia era, nello specifico, l’arte che le persone chiamate “strateghi” utilizzavano con l’obbiettivo di guidare eserciti attraverso operazioni tattiche e logistiche. L’arte del comandare, si potrebbe dire. E del resto “stratega” è una parola di derivazione greca.
Il termine “στρατηγός” deriva da “στρατός” che significa “esercito” oppure “armata” e da “ἀγός” che invece significa “guida”, “condottiero”, “generale”. Per l’appunto: il condottiero d’esercito.
Nell’accezione più moderna “strategia” è invece la capacità di prendere decisioni informate attraverso punti che sei riuscito a vedere e a prevedere e per cui riesci conseguentemente a prendere le decisioni giuste.
A questo giro affronteremo due diverse figure storiche che hanno in comune l’essere oggi studiate nei libri di scuola, mentre ieri han fatto la loro epoca proprio perché furono strateghi, ambedue di fondamentale importanza per la loro Patria, ed entrambi vissero in tempo di guerra. Tuttavia la Storia li ricorda in una maniera completamente diversa, e questo perché la loro strategia ha avuto esiti totalmente diversi.
Cominciamo dal primo! Sapete chi fu uno straordinario stratega del suo tempo, uno dei più grandi in questo campo? Il celeberrimo ateniese PERICLE!!!

Il V secolo a. C. è ricordato e celebrato per essere stato uno dei momenti di massimo splendore della civiltà umana. Ma questa straordinaria fioritura riguardava in realtà la sola Atene. Questo periodo d’oro per la città è oggi conosciuto proprio col nome di “Età di Pericle”.
Fu sotto di lui che il popolo ateniese raggiunse il suo apice in qualsiasi ambito: militare, economico, politico, architettonico, teatrale, filosofico-letterario e artistico-culturale. La sua egemonia era quasi pressoché assoluta, i valori di democrazia di cui Atene si faceva portatrice avrebbero cambiato i Destini del Mondo e grandi uomini dalle menti eccelse qui vissero in quest’epoca, personaggi gloriosi che avrebbero fatto la Storia: i tragediografi Eschilo, Sofocle e Euripide; il commediografo Aristofane; il filosofo Socrate; gli storici Erodoto e Tucidide; il medico Ippocrate (celeberrimo per il famoso “Giuramento di Ippocrate” quello che ancora oggi ogni medico presta prima di iniziare ad esercitare).
Considerato come “Primo Cittadino di Atene”, Egli fu politico, generale e oratore di spicco e guidò la sua città in questa fase straordinaria, il cui merito è innanzitutto suo. Fu lui a favorire l’Arte e la Cultura e la Bellezza (da vero Mercuziano!) in ogni sua forma, colore e dimensione; fu lui ad assicurarsi il controllo di un impero che faceva capo alla sua città tramite l’alleanza militare nota come “Lega Delio-Attica”, che era una confederazione di numerose poleis greche; fu lui a decidere la costruzione e l’edificazione di numerosissime opere sull’Acropoli tra cui pure lo stesso Partenone, dando lavoro a migliaia di suoi concittadini; fu lui a rendere Atene un colosso navale e commerciale senza precedenti fino a quel momento; e fu sempre lui ad assoggettare la stragrande maggioranza della Grecia al suo volere.

In tal senso la sua strategia brillante, il suo acume, la sua sagacia, intelligenza e carisma lo misero a capo di Atene, quando formalmente lui sulla carta sarebbe dovuto essere solamente “uno dei tanti cittadini”. Ogni anno riusciva invece a farsi rieleggere nel Consiglio degli Strateghi, un collegio di dieci membri nominati dal popolo e che aveva il controllo della flotta navale e dell’esercito. Quel brillante oratore per oltre tre decenni (dal 461 a. C. fino alla sua morte avvenuta nel 429 a. C.) fu eletto stratego, (quasi) ogni anno, (quasi) ininterrottamente.
Statista di livello ineguagliabile, fu infine Egli a voler la guerra contro lo storico nemico e eterno avversario di Atene: Sparta. La celebre “Guerra del Peloponneso”, in cui si scontrarono, la volle lui. Gli Ateniesi non la volevano, ma lui li convinse tutti che era il meglio. Era ambiziosissimo, Pericle. Ed era convinto di poterli battere. E per qualche tempo sembrò aver ragione lui. Sapeva che l’esercito spartano era più forte del suo, e così lui non lo sfidò mai in campo aperto. Scelse invece di invitare tutta la popolazione di ogni città dell’Attica a riparare ad Atene, dove avrebbe avuto la protezione di quelle possenti e ciclopiche fortificazioni note come “Lunghe Mura”, che sia proteggevano la città sia ne garantivano perpetuamente il sostentamento e la sopravvivenza, dato che la collegavano al porto del Pireo. La devastante forza spartana si ritrovò così… senza nulla da devastare. Nel mentre invece l’ineguagliabile flotta ateniese poté infliggere a Sparta pesanti batoste. Già alla fine dell’estate del 431 a. C., anno di inizio della guerra, gli eserciti spartani furono obbligati alla ritirata, mentre Pericle capitanando 10.000 opliti invase ciò che voleva.
Ecco cosa significa mettere in atto una brillante strategia: comprendendo i propri limiti e le proprie debolezze, puntando sui punti di forza, prevedendo le conseguenze delle proprie azioni, puoi riuscire a far sì che quello che deve accadere accada, puoi far succedere l’impossibile! Solo l’imprevedibile gioco del Destino può far secco un grande stratega: perché alla fine, a dispetto di ogni strategia possibile, la prima cosa che conta, è triste e doloroso ammetterlo, ma è la Fortuna.
E Pericle non l’ha avuta. Stava realizzando l’impossibile: Atene che batte Sparta. Ma nel 430 a. C. arrivò la peste. E con tutti ammassati entro le mura… fu il Caos, la Distruzione, la Morte. Subentrò l’imprevedibile che nessuno, nemmeno il più grande degli strateghi, poteva aspettarsi. Il popolo d’Atene, ridotto in ginocchio da una delle peggiori pestilenze della Storia, trovò in Pericle il colpevole che sempre i popoli disperati cercano ad ogni costo. Incolpato, ingiuriato, ritenuto responsabile di una guerra che di punto in bianco tutti si resero conto dall’oggi al domani di non aver voluto e dandogli la colpa dell’epidemia stessa, per la prima volta in trent’anni Pericle fu deposto dalla sua carica e condannato a pagare una salatissima multa. L’anno dopo però riuscì di nuovo in un’impresa impossibile: farsi rieleggere. Ma era troppo tardi. Morì pochi mesi dopo, vittima di quella stessa peste che già lo aveva colpito spazzando via la sua strategia. La sua eredità ad Atene? La peggiore delle guerre. Oltre che, ricordo io, tutto lo splendore di cui sopra e senza il quale oggi nessuno saprebbe nemmeno cosa fosse stata, Atene.
Passiamo ora al secondo stratega. Dobbiamo fare un balzo in avanti: siamo a ben più di duemila anni dopo. Ma di che guerra stiamo parlando in questo caso? La Seconda Guerra Mondiale. E di quale stratega? Di Maginot, ANDRÉ MAGINOT.

Il signor Maginot, che creò la famosa Linea che porta il suo nome, fu un pessimo stratega: laureato in giurisprudenza, veterano della Prima Guerra Mondiale, combattente in prima linea allo scoppio del conflitto, promosso per via del suo alto valore militare, ferito gravemente per ben due volte, datosi alla carriera politica, fu Ministro della Guerra Francese tra il 1929 e il 1930. In quel periodo egli riuscì per mezzo della sua continua insistenza e pervicace ostinazione ad ottenere che la sua proposta venisse approvata e attuata dal Governo, che sborsò tre milioni di franchi per la sua realizzazione: così nacque la famosa “Linea Maginot”.
In sostanza, il caro André ideò un sistema bellico-difensivo di fortificazioni, opere militari, mitragliatrici, caserme, depositi e quant’altro con l’obbiettivo di fermare qualsiasi possibile avanzata tedesca. Ma venne costruito unicamente sulla base di quello che i Francesi sperimentarono nel corso della Grande Guerra, mancando totalmente di proteggere certi punti, come il confine belga. Al Belgio venne chiesto di creare una sua linea difensiva… ma non lo fece. Aveva rapporti economici con la Germania, non gli conveniva. Sappiamo come è andata a finire: i Tedeschi presero il Belgio senza dover attraversare la Linea Maginot che riuscirono ad aggirare, da lì varcarono i confini in soli cinque giorni, presero la Francia e Hitler si ritrovò con il suo comando a scattarsi fotografie sotto la Torre Eiffel.


Terminato il conflitto, la Linea venne di fatto ritenuta completamente inutile, totalmente abbandonata e intere sue sezioni vennero vendute all’asta a privati, benché oggi gran parte è visitabile. Oggi la “Linea Maginot” è considerata una barzelletta alla stregua di una grande presa in giro, una metafora che allude ad un qualcosa su cui si fa un affidamento totale per poi scoprirne la totale vacuità. Per sua fortuna, colui che le diede il nome, non ha dovuto assistere al fallimento di quello che è oggi il suo retaggio e lascito più grande. André morì improvvisamente e misteriosamente nel 1932. C’è chi dice per avvelenamento. A quell’epoca i lavori della sua tanto amata e tanto voluta Linea erano cominciati da due anni e si sarebbero conclusi nel ’40, appena in tempo perché potesse fallire diventando l’esempio emblematico di una pessima strategia inefficace.
Due uomini entrambi strateghi che hanno lasciato un’eredità di un certo peso, anche se di diversa sostanza. Entrambi hanno dato il nome a qualcosa che oggi si studia nelle scuole. Ed entrambi, ognuno a modo loro, ci insegnano quanto una buona strategia sia fondamentale. E mica solo in tempo di guerra, ma anche nella vita.
Perché, si sa, non si può prevedere tutto, e l’improvviso imprevisto è sempre in agguato. Puoi girare l’angolo e trovare qualcosa di cui prima nemmeno si conosceva l’esistenza. Ma provare a gestire l’ingestibile, che poi è l’essenza stessa della nostra vita, è in parte possibile. Almeno, bisogna provarci per vivere.
Siate strateghi, Care Amiche e Cari Amici: non abbiate paura di fallire, provate a “unire i puntini” e se il disegno che viene fuori non vi soddisfa, createne uno vostro da capo!!!


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