DI EDOARDO VALENTE

Nasciamo da una ferita.

Venire al mondo richiede dolore, e come prima cosa comporta dolore: urla e pianto disperati.

Anche la cultura occidentale, nella quale viviamo, nasce da una ferita. Una guerra che per dieci anni dilania due popolazioni. E l’eroe di questa guerra, l’invincibile Achille, ha però un punto debole: il tallone; perché anche lui deve poter essere ferito.

Il tema della ferita è stato quello in cui mi è capitato più volte di imbattermi agli incontri a cui ho assistito allo scorso Salone del Libro di Torino.

Ma ciò che ne ho tratto è la visione della ferita come qualcosa di necessario, affinché qualcosa di positivo possa emergere.

Uno degli autori di cui più ho sentito parlare è stato Franz Kafka.

La sua vita è stata costellata di ferite (e non è questa la sede per analizzarle tutte), e anche le sue opere ne riportano, ma soprattutto hanno il compito di lasciarne al lettore.

“Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi.”

È una frase che, ormai, si sente e si legge spesso in giro, e Kafka – appena ventenne – la scrisse ad un suo amico, come conclusione di una serie di considerazioni sulla letteratura.

“Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite, perché in tal modo diventa più sensibile ad ogni morso.”

Basterebbe questa sola frase a riassumere tutto il mio elogio della ferita.

E leggere le opere di Kafka ci fa questo, “ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio”, “ci piomba addosso come la sfortuna”. 

Di fronte alle ingiustificate ferite della vita siamo come Josef K., protagonista del romanzo Il processo: colpevoli di una colpa inesistente, ma il castigo per averla commessa ci piomberà addosso inevitabilmente.

Questa è la ferita, è il coltello da macellaio girato due volte nel cuore di Josef K., è il colpo in testa, è l’ascia che deve rompere il mare ghiacciato dentro di noi.

Il coltello è al centro anche di un’altra ferita, questa volta più concreta: quella subita da Salman Rushdie.

Due anni fa lo scrittore, mentre teneva una conferenza, è stato assalito sul palco da un giovane armato di coltello. Rushdie è stato ferito ad alcuni organi vitali, al collo, e ha perso un occhio.

Quest’anno, mentre teneva una conferenza, sul palco Salman Rushdie rideva.

Quello che mi ha colpito è stata la grande autoironia con la quale ha affrontato il racconto della vicenda; autoironia necessaria per poter superare situazioni drammatiche come quella.

A dialogare con lui c’era Roberto Saviano. Entrambi gli scrittori sono stati minacciati di morte, e hanno vissuto molti anni nel terrore.

Le domande che Saviano rivolgeva a Rushdie mi hanno fatto uno strano effetto: in qualche modo – vista la somiglianza tra le loro vite così particolari – sembravano domande rivolte allo specchio.

E mentre in Saviano la ferita appariva sempre tenuta aperta, con rabbia nei confronti non tanto di chi lo ha ferito, ma di chi deride il lavoro che gli ha procurato quella ferita; Rushdie, almeno all’apparenza, la ferita l’ha rimarginata più in fretta, ridendone, facendo costantemente battute, scacciando l’odio che invece avrebbe il diritto di provare.

La ferita diventa una possibilità. Diventa uno spiraglio dal quale può entrare la luce della vita.

Come potremmo, infatti, vivere senza luce? Come sarebbero il mondo e la vita senza la luce?

È quello che si chiede Antonio Moresco nel suo Canto del buio e della luce.

La visionarietà di Moresco gli ha permesso di immaginare le conseguenze globali di questa mancanza, dando voce a persone e personalità, animali e oggetti.

Il buio diventa protagonista di una narrazione corale, espansa, esplosa. Siamo talmente abituati alla luce, la diamo per scontata come la più naturale delle cose, che assistere alla sua sparizione sarebbe per noi, ancora una volta, un’enorme ferita. Inimmaginabile.

Ma così come la letteratura – con le parole di Kafka – poteva essere una violenza necessaria nei confronti del lettore, per Moresco la letteratura diventa l’unica consolazione possibile. 

Di fronte al buio inesplicabile, verso il quale né la scienza, né la religione, né la filosofia possono dare risposte, la letteratura rimane, seppure disperata, una consolazione.

Ci sono certe ferite, certe mancanze, però, che sembrano così profonde da non ammettere alcuna consolazione. E sono così violente perché sono ingiustificabili, quindi incomprensibili, inaccettabili. Sono le ferite che ci lasciano le persone che se ne vanno, inevitabilmente, irreversibilmente.

Il momento più commovente che ho vissuto al Salone è stato l’omaggio a Michela Murgia.

Parlarne non è facile, proprio per la carica emotiva che portava con sé quell’evento.

L’unica cosa che riesco a dire, ripetendomi, è che le ferite possono essere come feritoie, dalle quali entra una inaspettata, nuova luce vitale.

Le assenze hanno come conseguenza la necessità di essere colmate, e nel colmarle nasce qualcosa di nuovo, di traboccante, a volte più potente di ciò che c’era prima.

Non è un caso che io abbia iniziato facendo riferimento alla nostra cultura occidentale.

Achille, ancora prima di venire ferito fisicamente, perde Patroclo, e da lì nasce l’ultimo slancio vitale che gli permette di andare incontro al suo destino, immortalandosi.

È dopo la morte di Socrate che Platone inizia a scrivere le sue opere, raccontando proprio del suo maestro, che odiava la parola scritta, ma grazie alla quale, ancora oggi, noi possiamo dialogare con lui.

Ed è a causa della morte di Beatrice che Dante scrive prima la Vita nova, poi la Divina Commedia. Opere intramontabili della letteratura universale, sprigionate da una ferita, dalla profondità di una perdita, di un dolore.

Potrei continuare, perché di esempi ce ne sono numerosissimi, ma penso di aver reso l’idea.

Per quanto faccia male, per quanto soffrire sia inutile, le inevitabili ferite della vita possono spingere oltre il limite, ad un gradino più profondo dell’esistenza, mostrando qualcosa di sé che altrimenti sarebbe rimasto nascosto. 

E spesso ciò che ignoravamo era proprio la capacità di sfruttare una ferita per trarne qualcosa di più, di estremo, sia in positivo che in negativo.

Non per forza, col tempo, queste ferite si rimarginano: c’è anche chi continua a vivere soltanto per tenerle aperte.

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Ciò che scriviamo e quel che raccontiamo nasce dalle nostre ferite, nasce per dare un senso e un significato a qualcosa che nella Vita Vera forse un significato e un senso non ha nemmeno: a questo riguardo, leggiti questo articolo!!!

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