Lo scalpellino (Camilla Läckberg)

DI ELODIE VUILLERMIN

Una bambina, Sara, è morta annegata. Ma non in mare, come si potrebbe pensare, bensì in una vasca da bagno. Quella che sembrava una tragedia è un omicidio. Come se non bastasse, il nucleo familiare della piccola vittima, i Florin, è prossimo a crollare.

Come nella recensione su Il predicatore, mi sento obbligata a fare spoiler perché il senso della trama e la potenza narrativa del romanzo siano compresi nel profondo. E questo capiterà anche con i romanzi successivi, quindi siete avvisati.

Erica si trova in uno dei suoi massimi momenti di crisi. Da un lato è tormentata perché Anna è tornata dal suo violento ex marito, Lucas. Si dà la colpa di averla spinta a quella decisione con la sua attitudine eccessivamente protettiva, di aver dato l’impressione di giudicarla quando in realtà voleva solo incitarla a riprendere in mano la sua vita. Dall’altro lato la figlia Maja le assorbe ogni energia. Quel futuro roseo su cui aveva fantasticato si è infranto, sostituito da notti insonni, pianti, poppate frequenti e stress. Cerca di capire che Patrik ha un lavoro importante e che a volte necessita di una pausa da lei, ma al tempo stesso si sente sola e abbandonata, vorrebbe che lui si prendesse la sua parte di responsabilità nella relazione.

Intanto Patrik è sconvolto e stressato dal lavoro che lo tiene lontano da Erica. Soprattutto perché l’omicidio riguarda una bambina; poteva esserci Maja al posto di Sara. Fatica a portare avanti le sue vite, quella privata e quella professionale. Dedicare troppo tempo all’una significa ignorare l’altra e viceversa. È combattuto tra la voglia di stare con la sua famiglia per sfuggire all’orrore del caso a cui sta lavorando e l’istinto di scappare dalle sue responsabilità di genitore tramite il lavoro. Una neonata è troppo imprevedibile per lui, persino più di uno dei tanti criminali a cui dà la caccia di mestiere.

I sentimenti suoi e di Erica sono messi alla prova, molto più che nel libro precedente. Ma i due si confermano essere una coppia molto forte. Come i normali fidanzati, attraversano delle crisi, ma le superano e ne escono più forti che mai. Non fanno che maturare. Le loro dinamiche aggiungono sempre qualcosa di nuovo, mai scontato.

Anna, dal canto suo, ha ceduto alla paura e al senso di colpa. Se già nei primi due libri avete odiato quell’uomo senza scrupoli, violento, con in testa solo il successo economico e personale che è Lucas, vi garantisco che qui lo odierete ancora di più. Ma sarà l’ultima volta, tranquilli. Anna fatica a staccarsi da lui perché l’ha trascinata in una spirale in cui lei si dà la colpa per qualcosa di inesistente, si sente inadeguata rispetto a un uomo che non la merita, ha necessità di dimostrare costantemente di essere una brava moglie a qualcuno che non lo capirà mai e che userà sempre le mani al posto della ragione. Fa paura pensare che Lucas sia il ritratto azzeccato delle relazioni tossiche dove gli uomini sono abusivi verso le proprie mogli, un problema molto attuale al giorno d’oggi. In mezzo a tanti personaggi per cui provi affetto, Lucas è uno dei pochi che rimane insopportabile, tanto che nemmeno la stessa autrice ha voluto entrare nella testa di uno squilibrato del genere (a ragion veduta).

Martin si conferma il collega mite, dal cuore tenero ma affidabile che abbiamo conosciuto e sembra aver cominciato una storia con Pia, un’interprete e traduttrice che nel caso precedente è stata molto d’aiuto. Annika è l’amica che tutti vorremmo, tenace e con la tendenza a punzecchiarti sulle questioni di cuore.

Gösta continua a sembrare il solito uomo svogliato, stanco, abbattuto dalla vita. Ciò non significa che non prende sul serio il suo lavoro, anzi. Non resta indifferente al dolore delle persone. Quando è necessario mostrarsi competente, lo fa. Rispetto a Ernst, capisce quando è il momento degli scherzi e quando invece occorre fare sul serio.

Mellberg torna a trattare i casi di omicidio come un’opportunità per dimostrare a tutti che lui è il migliore. Un copione ilare ma anche irritante, perché in questo caso l’atteggiamento da egocentrico è davvero inopportuno. Eppure, sotto la sua solita insensibilità, per la prima volta scorgiamo qualcosa. Dopo tanti anni incontra Simon, suo figlio, e cerca di metterlo a suo agio. Vuole entrare in sintonia con lui e i suoi gusti, ma fatica nell’impresa. Una distanza lunga anni non si cancella così facilmente, dopotutto.

Ernst è la solita mina vagante. Il suo risentimento verso Patrik, così giovane e con molta meno esperienza di lui, è aumentato dall’ultimo caso. Soprattutto perché il suo capo ha affidato proprio a quel novellino le redini dell’indagine, un’altra volta. Non sopporta di essere scavalcato da pivelli dello stampo di Patrik e Martin, di essere privato della posizione di superiorità che nella sua visione gli spetta di diritto. Per tutta la vita ha dovuto combattere le malelingue su sé stesso e la famiglia, ha faticato non poco per avere la posizione che ricopre ora. Lo comprendiamo, ma non lo giustifichiamo facilmente. Soprattutto se pensiamo che è stato negligente e non si è preso la responsabilità dei suoi errori.

Prendiamoci un attimo per parlare anche di Tord Pedersen, medico legale della stazione di Tanumshede, che finora non avevo menzionato anche se è stato presente nei libri precedenti ed è in generale una figura importante nella saga. Lavora con i cadaveri ogni giorno. Dovrebbe essere controllato, possedere il distacco emotivo necessario, eppure non sempre ci riesce. Ogni volta che seziona un corpo si vergogna, come se stesse profanando la vittima stessa. Ma il suo è e resta un lavoro fondamentale, che permette di stabilire la causa della morte delle vittime e dare giustizia a un’identità perduta.

Tra i nuovi personaggi ecco fare la sua comparsa Kristina, madre di Patrik, la classica suocera inacidita che non perde occasione per criticare Erica.

C’è da dire che quella di Erica e Patrik non è l’unica famiglia in crisi. Anzi, a dire il vero, in casa Florin era tutto a pezzi già da prima che Sara morisse. Charlotte, la mamma di Sara, è oppressa dalle eccessive pretese di sua madre Lilian sull’educazione dei figli. Ogni occasione è una scusa per ricordarle che sbaglia. Viene scaricata su di lei la colpa del carattere impulsivo e ingestibile di Sara.

Per quanto ci provi, Charlotte sarà sempre inadeguata, mentre il marito Niclas sarà sempre l’uomo perfetto, elevato su un piedistallo. Purtroppo lui è sempre fuori per lavoro e non capisce le frustrazioni di Charlotte, perché Lilian si atteggia da donna amorevole in sua presenza. Il fatto che lei pretenda un marito più attento lo spinge lontano da casa, tra le braccia di altre donne.

Con la morte di Sara il rapporto peggiora, con una dinamica simile a quella tra Erica e Patrik: lui che si butta nel lavoro per evitare di sorbirsi il dolore di stare con una moglie distrutta; lei da sola a casa, senza l’energia di una volta e troppo provata dalla perdita di Sara per avere la forza di occuparsi di Albin, l’altro figlio. E Lilian, intenta ad assistere il marito malato, si interessa più alle liti con il vicino e a opprimere Charlotte con le sue pretese che a provare pena per la morte della nipotina.

La verità è che Niclas non è l’uomo perfetto e diligente che sembra. Rinnegato dal violento e religioso padre e tradito da una madre ormai pentita, fugge dalle responsabilità solo per sopportare il dolore. Charlotte fa lo stesso fingendo di non sapere nulla della sua amante. Ma nonostante tutto, l’amore c’è ancora.

Come se questo turbinio di emozioni e casini non fosse abbastanza, c’è di mezzo anche una guerra tra Lilian e i suoi vicini, Kaj e Monica Wiberg. La donna ha cercato di fermare la costruzione della loro casa e tuttora vuole rendere loro la vita impossibile per spingerli a trasferirsi. Senza dimenticare che i Wiberg hanno un figlio con l’Asperger, su cui Lilian getta veleno a profusione. Mentre Kaj sembra curarsi più della faida con Lilian che della famiglia, Monica gli rinfaccia di trascurare lei e il figlio. Difficile non provare pena per loro, fatti passare per colpevoli mentre Lilian si finge la vittima (quando dovrebbe essere il contrario).

Abbiamo, insomma, tre coppie di ideali opposti che faticano a capirsi: Erica e Patrik, Niclas e Charlotte, Kaj e Monica. Quattro, se contiamo Arne e Asta, i genitori di Niclas.

Come nei precedenti libri, all’indagine nel presente si alternano i flashback della vita passata di un personaggio che risulterà fondamentale nella scoperta della verità. In questo caso, quel personaggio è Agnes. Uno dopo l’altro, emergono sprazzi di una storia complessa, una vicenda che affonda le sue radici nel 1923 e copre un arco temporale molto lungo, di quasi 40 anni. L’autrice ci fa conoscere una vita che va in caduta libera, precipita sempre più, sfugge al controllo di chi cerca di rimetterla a posto.

Agnes è una figura per la quale tenti di provare compassione, e forse all’inizio ce la fai, ma non passa molto tempo prima che tu ti accorga della realtà dei fatti: è una donna irrecuperabile. Così volubile da stancarsi di tutto e tutti, da gettarli via quando si stufa di loro. Si rovina da sola la propria vita perché agisce d’impulso. Il vetro dell’idillio si infrange, rimangono solo cocci. Più tenta di rimetterli a posto, più si taglia. E quei cocci feriscono le persone intorno a lei, rovinandole per sempre. La cosa peggiore è che non ammette mai i suoi sbagli, accusando gli altri di non capirla.

A fare le spese di questo comportamento, molto più degli altri, è la sua figlioletta adottiva, che si scoprirà essere proprio Lilian. Quest’ultima dice di odiare Agnes, che è lei la vera malvagia. In parte è vero. Ma Lilian stessa è la copia di Agnes. Pur ostinandosi a negarlo, è tale e quale alla madre adottiva. Fa di tutto per ottenere ciò che vuole, anche le cose peggiori. Non accetta di perdere ciò che le ha permesso di rifarsi una vita. Se qualcuno prova ad andarsene o minaccia di sfaldare l’idillio che si è costruita, mette in scena false accuse, commette omicidi o rapimenti. Chiunque ai suoi occhi è una potenziale minaccia: la piccola Sara con il suo carattere difficile, Kaj Wiberg, Erica e i suoi consigli. Insiste a dire di essere il collante che tiene unita la famiglia e che merita rispetto per questo, ma a conti fatti ha pensato solo al proprio tornaconto. Da Agnes ha ereditato proprio questo: la sua natura manipolatrice, tossica e distruttiva.

Dopo tre libri, sono confermati i tratti distintivi dello stile della Läckberg, soprattutto il vasto approfondimento psicologico dei suoi personaggi. Ti restituisce i mille volti di una madre in crisi, di un padre stressato, di un umile e fiero scalpellino, di un poliziotto invidioso e di molti altri. Scende nei meandri più remoti della mente umana. Stuzzica la mente dei suoi lettori, vuole mandarli in crisi. E ci riesce. Non ti trovi a che fare con figure piatte, ma profonde, a tutto tondo, spesso difficili da giudicare.

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