Prima Stesura – Siamo tutti Z: la rivincita di un film decisamente sottovalutato

DI GIULIA FOSCHI

CARE AMICHE E CARI AMICI: INAUGURIAMO CON LA PRESENTE PUBBLICAZIONE UNA TRILOGIA DI ARTICOLI CONSECUTIVI CHE USCIRANNO UNO DOPO L’ALTRO PER 3 GIORNI DI SEGUITO!

TRE ARTICOLI DIVERSI CHE SONO PERÒ LO STESSO, SCRITTI A DISTANZA DI TEMPO, UNO LA RIELABORAZIONE DELL’ALTRO, UNITI DALLO STESSO INTENTO, E CIOÈ QUELLO DI FARCI FARE UN VIAGGIO, CHE È SIA GEOGRAFICO SIA TEMPORALE, MA SOPRATTUTTO EMOTIVO ED UMANO.

PREPARIAMOCI DUNQUE AD ASSISTERE AD UN PROCESSO CREATIVO NEL SUO SVOLGERSI, NEL SUO MUTARE, NEL SUO COSTRUIRSI!

SI PARLERÀ DI GRANDEZZA E PICCOLEZZA, DI RICORDI E MEMORIA E NOSTALGIA, DI PERCORSI MENTALI E DI AUTENTICA VERA PASSIONE…

INIZIAMO DUNQUE OGGI DALLA PRIMA STESURA DI QUESTO PEZZO CHE NEL CORSO DEGLI ANNI HA CAMBIATO PELLE E FORMA E FORSE PURE IDENTITÀ.

A QUANDO RISALE LA CREAZIONE DEL CONCEPIMENTO DI CUI STATE PER PRENDERE VISIONE? ALL’8 OTTOBRE 2024!

L’anno sta per finire, e me ne sto qui nostalgica a pensare al bel viaggio che ho fatto a Febbraio con mia sorella, a Parigi, e solo ed esclusivamente per il fatto che è la città in cui è ambientato il nostro film preferito. Qual è secondo voi la miglior pellicola cinematografica ambientata nella Ville Lumière e perché proprio Ratatouille? Sì lo so, non è nemmeno di un film reale quello di cui stiamo parlando, ma di un cartone animato, ma questo ha davvero importanza? Decisamente no. Perché diciamocelo, c’è chi ammirando la scena in cui il topo Remi prepara il tradizionale contorno a base di verdure ha provato il grande desiderio di eguagliarlo mettendoci la stessa identica passione, e chi mente. Un film niente affatto banale, che ironizza su una convivenza oramai assodata tra due specie ben distinte: uomini e topi. Sensibilmente provate dal fatto che dei piccoli sorci scorrazzassero allegramente fra i nostri piedi mentre aspettavamo il nostro Uber sedute al tavolo di un bar ubicato esattamente di fronte agli Champ-de-Mars, ci siamo rese conto invece della totale impassibilità dei parigini rispetto a quella presenza. Nemmeno le grida in falsetto di mia sorella e il suo davvero poco elegante divincolarsi li hanno smossi di una virgola. Questo mi ha fatto riflettere sulla figura del topo, un personaggio che in effetti ci viene propinato da quasi un secolo, in molteplici e variopinte declinazioni. Abbiamo il re di tutti i roditori, Mickey Mouse, capo clan di una combriccola fantasiosa e decisamente variegata, un topo oserei dire abbastanza egocentrico e autoreferenziale aggiungerei. E come non menzionare la controparte sovietica, Fievel Toposkowich, un tenero topolino russo di religione ebraica, che emigra con tutta la famiglia – padre, madre e due sorelle – alla ricerca del “sogno americano“. Per non parlare dell’italianissimo Topo Gigio e ancora dell’allegro antropomorfo Stuart Little, adottato da una famiglia di umani, chiaro esempio di una fantasia senza limite. E ancora, Basil L’investigatopo, Bianca e Bernie, ma anche i topolini bianchi dalla erre moscia nella pubblicità del Parmareggio che come un tarlo si è impressa nella mia testa senza speranza alcuna che possa andarsene mai più, insieme al suo jingle. Tutti questi topi così appariscenti, così vicini alla specie umana, ci hanno fatto dimenticare della particolare natura del topo che in effetti di sociale o chiassoso non ha nulla. I topi dunque sopravvivono ai cambiamenti, anche quelli più drastici, e lo fanno perché sono piccoli, umili, ma incredibilmente avvantaggiati rispetto ad animali più belli ed appariscenti. E macroscopicamente più grossi. L’estetica non è tutto, anzi. Le dimensioni, nemmeno. Ed infatti esiste qualcosa di ancora più piccolo di un topo. Un insetto. 

(QUANTI TOPI!!!)

Ve la ricordate la frase pixellata “Voi siete insetti”? Il singolare e a tratti spaventoso messaggio apparso a Roma, Milano e Bologna il giorno dopo lo sciopero di Trenitalia, all’inizio di quest’anno. Caratterizzata da un processo creativo decisamente lento, solo ora mi sono ritrovata a mettere insieme i pezzi di questo enigma, un dubbio che mi attanaglia dall’esplosione di questa frase al megapixel dilagata su social e notiziari nazionali. Forse vi chiederete come funziona il mio processo creativo? Facile. Archivio una miriade di immagini che catturano la mia attenzione, e poi le elaboro (tempo in media stimato: secoli) seguendo un davvero poco definito filo d’Arianna. Di solito senza accorgermene mai davvero, ma semplicemente sfruttando le regole dell’insiemistica, e quindi raggruppando quegli elementi che, credo, abbiano una qualche attinenza, gli uni con gli altri. Bazinga. Pur non essendo totalmente conscia dell’incidenza di questa notizia sul mio sistema emotivo e nervoso, a posteriori posso assicurarvi che un peso ce lo ha decisamente avuto, e nemmeno troppo indifferente. 

Non a caso, ospite al Salone del Libro per una premiazione in cui sono stata definita “quella che scrive bene e canta male”, e a cui sono arrivata drammaticamente terza, non ho potuto fare altro che farmi passare il malcontento gettandomi nei libri. Gli unici amici fidati che ho, se escludiamo il mio cane. Mentre vagavo come un’anima in pena fra gli stand, sbeffeggiata dai miei cari, mi sono imbattuta in un libricino di nemmeno cento pagine, niente affatto banale nella sua semplicità. Il saggio di Wendell Berry dal titolo “Pensare in piccolo”. Il richiamo al mondo entomologico è lampante. Un colpo basso, per una come me che ha l’innata e oserei dire malsana tendenza a pensare decisamente sempre troppo in grande. Di base che cosa emerge da questo volumetto? La sacrosanta verità che ahinoi dobbiamo fronteggiare ormai ogni giorno, e cioè che come esseri umani siamo infinitamente meno importanti di quanto pensiamo. Plot twist. Che cosa avrebbe da dire l’uomo vitruviano dall’alto dei suoi canoni perfetti, impalato e inscritto fra cerchio e quadrato. Chissà.

(Wendell Berry nel mentre che legge «Pensare in piccolo»)

 

Non avendo né tempo né tantomeno la presunzione di dare la risposta a questa domanda abbastanza difficile, richiamata dalla copertina del libro in cui troviamo una schiera di formichine disposte in una fila indiana su sfondo arancione, ho deciso di rispolverare un grande classico della mia famiglia: Z la formica, ovviamente sempre per rimanere in tema antropoidi. Ci sono persone a cui piacciono i film in cui sono presenti esseri viventi piccoli e/o rimpiccioliti, dove gli umani sembrano giganti, e chi mente. Un film decisamente sottovalutato, a livello di grafiche qualitativamente brutto anche, un film che si prende sul serio ma nemmeno troppo, perché del resto nella vita mejo ride. La pellicola si apre con un insetto operoso, Z, che vanta un’incredibile somiglianza con lo chef Bruno Barbieri tra l’altro, intento a parlare dei suoi traumi infantili nello studio di uno psicoanalista. Insomma potrebbe far già ridere così. Non a caso è niente popodimeno che Woody Allen a prestare la voce al protagonista, per ricordarci che sì, è tutto molto divertente, ma è tutto molto divertente? Insomma già dalle prime battute ci si rende subito conto del sarcasmo tagliente su cui tutta la storia fa perno, un dark humor velato che, diciamocelo, è alla base della nostra ironia moderna. E anche della nostra depressione latente. Tutto ciò che ci fa ridere, ci fa anche riflettere. Siate sinceri. Una vera chicca sia per la melanconica e nostalgica generazione millenial, ma anche un tripudio cringe per i nostri diretti successori appartenenti alla Gen Z. Abituati ed assuefatti come siamo a tragedie di ogni forma e tipo, solo l’umorismo nero riesce oramai a fare breccia nei nostri cuori. Una spensierata rassegnazione? Forse. Dando spazio ovviamente alla nuova e originale ondata cringe e dei suoi stickers, che più che avere un senso del comico sembra possedere un forse innato senso del grottesco

Basta divagare; alla base di questa pellicola decisamente divertente c’è una morale sicuramente più alta ed ottimista rispetto all’abitudinaria vita votata alla sopravvivenza della colonia, a cui tutte le formiche sono predestinate e dove ognuno nasce con un compito prestabilito, già scritto. “Devo mantenere un atteggiamento positivo, anche se sono del tutto insignificante”. Così recita l’insetto prima di recarsi nelle gallerie che è chiamato a scavare a forza di piccone. Un mantra che io stessa mi ripeto ogni giorno, prima di varcare la soglia di casa e andare al lavoro. Siamo tutti un po’ Z. Vedete, anche questo fa ridere, e allo stesso tempo riflettere. Perché io non sono una formica, ma forse non ne sono più così sicura. Io non sono una formica, ma io davvero non sono una formica? (Risate). Z è un figlio fra cinque milioni di figli affetto da sindrome dell’abbandono (Risate). Z, come preannuncia il suo nome, è l’ultima ruota del carro, nonché l’ultimo mattone della stessa piramide sociale di cui è anche un tassello fondamentale. Questa consapevolezza riesce ad avere un peso, persino su di un corpo capace di sollevare fino a dieci volte la sua stessa massa. (Risate amare). In preda ad un vero e proprio dramma esistenziale si chiede se anche una piccola formica possa avere dei sogni, che vadano oltre il ruolo che la regina decide quando ancora è nient’altro che una larva. Operaio o soldato, senza nessun ruolo mediano. Ma Z non è un antropode come tutti gli altri, lui è un insetto “Rinascimentale”, come osa definirsi. Sempre in bilico fra la più alta autocommiserazione nel capirsi diverso (qui il doppiaggio di Woody fa la differenza), e l’altrettanta elevata autostima nei confronti del suo anticonformismo, trova un gancio nel cielo nella conversazione con un insetto davvero molto strano e dove se non al bancone di un bar? Qui sta il bivio in cui è chiamato a prendere forse la decisione più importante della sua vita: continuare con la sua sicura ma miserabile vita di formica operaia, oppure credere al fuco ubriacone e “pluridelirante” convinto dell’esistenza di questo mondo migliore e paradisiaco, dove ognuno può vivere esente da ruoli prestabiliti, e può essere esattamente ciò che vuole essere, fuori da ogni schema: Insettopia. 

Ma che ricetta sarebbe se venisse a mancare l’amore? Ed infatti il nostro allegro scapestrato si innamora, e nemmeno di una qualsiasi: la futura regina. Niente di romantico aggiungerei, anzi l’ennesima mossa azzardata. Reduce dalla guerra a cui decide di partecipare per rivederla, e a cui riesce a sopravvivere uscendone ancor più incredibilmente illeso, la rapisce. Quale atto d’amore! Qui una battuta emblematica, che decido spontaneamente di spoilerarvi: è più scemo lo scemo, o la scema che si è fatta rapire dallo scemo? Anche questo dubbio filosofico, quasi amletico oserei dire, ci chiama a riflettere sulle nostre relazioni moderne, dove spesso ci ritroviamo a criticare di più proprio la persona che tra tutte amiamo in maniera più vera, senza accorgerci che disprezzando lei disprezziamo sempre un po’ anche noi stessi. Odi et amo a non finire, mentre i due si addentrano in un viaggio alla volta di un futuro migliore, seguendo il monolite all’orizzonte, senza svelarvi il finale di questa pellicola in cui sarete chiamati a chiedervi, fino all’ultimo frame, se sarà il super organismo a vincere il singolo, o viceversa, lasciandovi piacevolmente sorpresi per il gran finale, neanche a dirlo, decisamente cringe.

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