DI ELODIE VUILLERMIN
Questo libro è molto più di una lettura di piacere. È una storia straniante, sarcastica e irriverente che stimola riflessioni intelligenti su una serie di tematiche spinose e spesso divisive. Un gioiellino edito da Il Margine, di cui non credevo di avere così bisogno, finché non l’ho letto.
L’ambientazione è quanto di più surreale si possa concepire: ci troviamo infatti in un mondo distopico, ma una distopia bizzarra, dove i giovani under 22 sono al potere e gli adulti sono esclusi da qualsiasi dibattito politico e sociale, poiché sono bollati come boomer, troppo vecchi e superflui perché valga la pena ascoltarli. Ogni dettaglio, anche il più banale, rimarca il dominio della gen Z: le vie e le piazze portano il nome di celebri anime/manga o di giovani attivisti ambientali, al posto della polizia abbiamo una “squadra di moderazione” che però resta identica nel modus operandi ai poliziotti odierni, hanno abolito qualsiasi mezzo di trasporto inquinante in favore di biciclette e mezzi affini, obbligano tutti a mangiare vegan e biologico. Ma in segreto i boomer pianificano una rivolta per rovesciare il governo dei giovani.

Gli zoomer vengono rappresentati come la generazione malata di social, che nasce con il cellulare già incollato alla mano, sta con le cuffie nelle orecchie e si sfonda i timpani con musica a volume altissimo, mette a forza la Ə alla fine di ogni nome o aggettivo o sostituisce la E minuscola con un 3. Per loro la politica si fa in videoconferenza anziché in presenza, il linguaggio migliore è quello delle emoji o dei meme e sono fissati con gli anglicismi tipo cringe e stonks. Considerano gli adulti responsabili di molti problemi di cui ha sofferto il mondo, perché sono delle vecchie ciabatte e anche il loro cervello è invecchiato di conseguenza, diventando fallace.
I boomer, invece, sono descritti come coloro che si ritrovano in piazza o al bar per i soliti giochi di carte, ricordano con nostalgia i bei tempi andati, sanno ancora cosa vuol dire leggere un bel libro o sfogliare giornali cartacei, conoscono la filosofia e ascoltano le canzoni dei grandi cantautori del passato come De Gregori. Si sentono frustrati per la poca libertà che viene loro concessa e vogliono combattere per ottenere nuovamente il rispetto che sentono di meritare. Reputano i giovani dei mocciosi inaffidabili e incapaci di fare politica seriamente, perché non sanno cosa significhi la democrazia o il duro lavoro, né quale sia l’importanza storica dietro il diritto di voto. Ai loro occhi, gli zoomer non sanno prendersi alcun tipo di responsabilità e appaiono sempre svogliati, quasi scocciati, quando si tratta di ascoltare un adulto.
La caratterizzazione delle due generazioni, sia quella giovanile che quella adulta, è molto riuscita, non scade mai nel banale e riesce a strapparti quasi sempre un sorriso. Gli autori tirano in ballo tanti cliché e li esasperano pure, ma hanno saputo usarli in una maniera creativa, dissacrante e altamente spiritosa, che non mi ha affatto annoiata. Prendere in giro i luoghi comuni per smontarli: è stato questo il colpo di genio (una cosa simile, tra l’altro, ha saputo farla Romantic Killer con i cliché degli anime shojo).
La storia è una serie di capitoli, o meglio di diversi racconti, con un unico filo conduttore: il conflitto generazionale. Al di là della storia principale dove i protagonisti boomer cercano di far sentire la propria voce e ribellarsi a Blu, la presidente della gen Z, ognuno di questi capitoli si concentra su un determinato argomento o problematica del mondo attuale: le differenze a livello comunicativo tra giovani e vecchi e le problematiche che ne conseguono, il ruolo dei social al giorno d’oggi, la differenza tra identità reale e identità digitale, il rapporto con la politica, la difficoltà a trovare lavoro, l’affidabilità dei modelli a cui ispirarsi e altro ancora.
Da notare che ciascun racconto ha la stessa identica struttura. Agli inizi viene illustrato l’argomento di cui si vuole parlare, poi vediamo come lo recepiscono gli adulti/boomer prima e i ragazzi/zoomer dopo. Seguono una sintesi sopra le parti e una serie di spunti utili per avviare un dibattito costruttivo. Integrato in ogni capitolo, ad arricchire ulteriormente la discussione sui vari argomenti, abbiamo un testo in corsivo a cura di Guido Vitiello, grande scrittore, intellettuale e professore di cinema alla Sapienza di Roma.

A scrivere una storia così geniale, capace di far ridere ma anche di far ragionare seriamente sui problemi della nostra società, potevano riuscirci solo quei mattacchioni creativi della Scuola Holden, l’università in cui io stessa ho studiato, fondata dal grande Alessandro Baricco; quel mondo pazzerello e serio insieme che riesce a insegnarti i fondamenti di una buona scrittura meglio di qualsiasi professorone che si proclama esperto di tutto ma che, in fin dei conti, non fa che sciorinare nozioni fini a sé stesse e non ti dà l’occasione di mettere in pratica nessuna delle conoscenze acquisite.
Il libro ti insegna molte cose e ti apre gli occhi su certi aspetti che forse davi per scontato o non avevi approfondito abbastanza. Ti insegna che giovinezza e vecchiaia sono concetti relativi, che cambiano a seconda dell’educazione ricevuta, del contesto in cui si è cresciuti e di molti altri fattori. Ti dice che realisti e sognatori ad occhi aperti non devono per forza essere in contrasto, anzi, si può essere entrambe le cose insieme. Ti racconta che spesso la storia è composta da generazioni che si sovrappongono, piuttosto che succedersi l’una all’altra, ecco perché è tanto difficile per loro entrare in sintonia.
Ma soprattutto, la lezione più grande che ti viene donata con queste pagine è di sapersi aprire al punto di vista degli altri, di accoglierlo e soprattutto di capirlo.
Piuttosto che ostracizzare il pensiero altrui a prescindere, perché convinti di essere gli unici ad avere ragione, provate ad ascoltare ciò che i vostri conoscenti hanno da dire. Forse non vi piacerà, forse quel che pensano è in netto contrasto con la vostra opinione, ma vale comunque la pena ascoltare. La diversità di pensieri non è per forza un danno, anzi, il più delle volte permette di arricchire una conversazione. E non dovete per forza accettare le opinioni altrui, se sono proprio inconciliabili con le vostre, ma almeno provate a fare lo sforzo di comprenderle.
Non ci sarà mai una verità assoluta, ognuno conoscerà soltanto la propria versione dei fatti. Dobbiamo accettarlo. È assurdo che qualcuno si arroghi il diritto di dire “ho la verità in tasca”. Nessuno ce l’ha, né i boomer né la gen Z. Anche perché chi dice di averla, spesso, non sa neanche in che modo argomentarla; al primo “come fai a dirlo?” si trincera dietro un “è così e basta” e lascia cadere il discorso. La verità sta nel mezzo, deriva da mille sfumature. Ecco quindi un altro invito del libro: non solo devi imparare a costruirti la tua verità evitando di ricadere nei soliti luoghi comuni, non solo è giusto che tu sappia guardare il mondo con occhi diversi dai tuoi e immedesimarti nei panni altrui, ma devi anche saper argomentare le tue ragioni con esempi validi e sensati.

E infatti i pensieri delle due generazioni in conflitto tra loro si dimostrano, per quanto giusti su certi aspetti, tremendamente sbagliati sotto altri punti di vista. La gen Z, come si scopre proseguendo nella lettura, ha dato il via al suo governo perché molti adulti hanno mostrato indifferenza alle sue opinioni o non hanno preso seriamente problemi che invece lei sottolineava a più riprese. Si sentono molto più ispirati dai loro coetanei o da influencer visti su uno schermo che dai propri genitori, perché questi ultimi spesso non capiscono i loro desideri e pretendono che si trovino un futuro anche quando loro sono troppo confusi per capire chi vogliono essere davvero. Hanno tagliato fuori gli anziani dalla sfera politica con la convinzione di fare del bene, ma hanno finito per causare un danno a sé stessi. Il loro attaccamento ai social, nei quali vedono un mezzo per entrare in connessione con le persone anche se fisicamente distanti, è diventato così esagerato da scadere nel ridicolo, tanto che nessun adulto riesce a prenderli sul serio. Cercando di essere inclusivi a tutti i costi hanno finito per diventare esclusivi, soprattutto nei confronti dei grandi; si sono trasformati in ciò che più detestavano senza rendersene conto.
Dal canto proprio, i boomer hanno un forte attaccamento nei confronti delle tradizioni, soprattutto quelle linguistiche, e sono consapevoli che cambiarle per seguire la moda del momento non basta a rendere un popolo più libero. Criticano l’impulsività delle nuove generazioni, che vorrebbero il cambiamento immediato e non sanno cosa significhi avere pazienza. Si ritengono superiori a esse, perché hanno più esperienza e di conseguenza si ritengono più saggi, ma può capitare che non riescano a educare a sufficienza i propri figli sul mondo che dovranno affrontare o peggio che scarichino su di loro i propri traumi irrisolti. Molto significativo e d’impatto il terzo capitolo, dove i boomer cercano di trovarsi un lavoro, ma non ricevono alcuna risposta alle loro candidature oppure i curriculum vengono rifiutati perché non hanno abbastanza esperienza; si ritrovano così a sperimentare le stesse frustrazioni dei giovani d’oggi alla ricerca di un lavoro, gli stessi giovani che loro avevano bollato come scansafatiche lamentosi a prescindere.
Dicono che i giovani non potranno mai capire le loro sofferenze né le battaglie che hanno dovuto combattere, ma si dimenticano che anche loro (come hanno fatto gli stessi boomer quando sono stati giovani a loro volta), hanno provato a far sentire la propria voce tramite manifestazioni e altri atti di protesta, salvo essere ignorati oppure etichettati come pericolosi o violenti. Alla fine, tra un giovane attivista di Fridays for Future nel presente e un partigiano in lotta contro l’oppressione nazifascista nel passato non c’è differenza: entrambi hanno provato a farsi ascoltare ma la loro voce è stata repressa con violenza, oppure si sono scontrati con un muro di silenzio e indifferenza, o peggio ancora sono stati liquidati con frasi fatte e promesse di miglioramenti che poi non sono mai arrivati.
Insomma, il conflitto nasce perché ciascuna delle parti sa solo vedere i difetti dell’altra, si convince che le proprie ragioni siano vere “perché sì” e non ha abbastanza autocritica da comprendere i propri limiti. Piuttosto che darsi battaglia, giovani e adulti devono collaborare tra loro e imparare gli uni dagli altri: solo così potranno arricchirsi a vicenda.
La dialettica tra le generazioni – il duello franco, aperto, cavalleresco – è la sola via per far sì che i giovani e i vecchi non si trincerino nei rispettivi bunker. Il che, in una società divisa per bolle, sarebbe già un bel traguardo.
(I giovani non capiscono niente. POV tra boomer e generazione Z, pagg. 92-93)
Ma alla fine buona parte della colpa è anche della società in cui viviamo, sempre più digitalizzata e sempre più improntata al consumismo sfrenato, che cresce con una rapidità esponenziale e riduce notevolmente la soglia dell’attenzione così come la qualità dei contenuti prodotti. Viviamo in un mondo così frenetico che per le vecchie generazioni, abituate alle cose fatte con calma e ad anteporre la qualità di un prodotto alla sua quantità, stare al passo è sempre più difficile; dal canto loro i giovani, pur riuscendo ad adattarsi perfettamente al mondo che li circonda, finiscono per affezionarsi solo al presente digitale e non riescono perciò né a connettersi con il passato dei propri genitori o nonni né a capirlo.
Non dico altro se non questo: recuperatevi questa meraviglia. Merita di essere letta e compresa da tutti, sia giovani che adulti.


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