Satoshi Kon Vs Hayao Miyazaki: Il Reale Immaginifico Vs l’Immaginario Realistico

DI ALBERTO GROMETTO

Ho sempre ritenuto il confine fra Immaginario e Reale molto più labile, sottile, ambiguo di quanto si possa credere. Cartesio – che si consideri superato o meno – aveva ancorato l’origine di tutto il suo sistema di pensiero al celebre: «Cogito Ergo Sum». Tradotto: «Penso Dunque Sono». Viviamo una Vita che trova nell’incertezza ogni sua radice: come facciamo ad essere sicuri di star vedendo qualcosa che sia esattamente come ci appare? Come facciamo ad essere sicuri che questa persona sia quello che dice di essere o che sembra essere? Come facciamo ad essere sicuri anche solo di vivere un’esistenza vera anziché simulata? Noi nasciamo e ci ritroviamo a imparare tutta una serie di nozioni, informazioni, dati che diamo per scontati siano veri. Noi accettiamo la realtà delle cose così come si presenta. Ma se iniziassimo a dubitare di tutto – ci dice il buon Cartesio -, a mettere in dubbio ogni cosa… quale certezza avremmo? Nessuna. Nessuna, a parte una. Che stiamo dubitando. Che stiamo cioè pensando. Che ci ritroviamo qui – non a caso – a ragionare e a riflettere su queste cose. Questa è la sola certezza! Ma, continua il francese René Descartes, se io posso dubitare e quindi pensare, devo per forza di cose esistere. Per poter pensare, devi prima di tutto esistere. Cioè essere. Ed è quando esisti che si possono fare tantissime cose, sapete? Fra cui pensare. Ma anche immaginare.

(Il mio vicino Totoro)

Il fatto però – e qui anziché Cartesio interviene Grometto il Filosofo – è che tu puoi pensare qualunque roba. Anche roba che non esiste. Ma tu che pensi, esisti. E quindi lo stesso non si potrebbe dire di quello a cui pensi? Non esiste tutto quello a cui pensi? Se io penso ad un creaturone pelosone con due orecchie lunghe e il pancione che saltella qui e là, ma che mai è stato avvistato prima né disegnato né immaginato da chiunque altro che non sia io, quell’affare lì esiste solo nella mia testa, no? Ma nella mia testa esiste. Se esistesse anche solo nella mia mente, comunque esiste. Oppure no? E se un giorno arrivassi a disegnarlo, o a farci un film? Inizierebbe forse ad esistere anche per gli altri, o mi sbaglio? Ma allora qui si entra in contraddizione! No?

(Millennium Actress)

D’altro canto, se io invece guardassi alla realtà con un fare che non appartiene al reale? Mi spiego meglio. Se invece di raccontarti la vita di un’attrice cinematografica così come l’ha vissuta, fatto dopo fatto, decidessi di mostrartela senza però seguire il logico e pedissequo ordine degli eventi, bensì mescolando ricordi di vita vera a scene dei suoi stessi film attraverso flashback, flashforward, memorie confondendo il piano dell’immaginifico con quello del realistico e il realistico con quello dell’immaginifico, vomitandoti addosso nel mentre sensazioni, pensieri, emozioni che hanno abitato la vita di quella persona? Non sarebbe ugualmente un racconto reale? Anzi, molto meglio: non sarebbe forse parecchio più reale un racconto di questo tipo — in cui la realtà fattuale delle cose e quella interiorizzata si confondono e si mescolano come poi sempre accade nel mentre che Noi viviamo la vita — rispetto ad un racconto di quell’altro tipo?

Esiste ciò che è reale. Ed esiste quello che non lo è. O almeno, questo è il modo tossico e limitato con cui ci hanno insegnato la Vita. Ma l’Umano, si sa, vive al di sopra degli stessi insegnamenti che si tramanda di vita in vita. E non s’accontenta mai del reale, non gli basta, lui aspira sempre a qualcos’altro. Qualcosa che non c’è. Ma che forse, forse dopotutto c’è, invece. Perché la Vita e l’Esistere son ben più complicati del “Esiste quel che è ed esiste quel che non è”. Perché altrimenti quel che non è avrebbe così tanto spazio nella nostra vita e nella nostra testa? Perché le fantasie, le finzioni, le immaginazioni di cui parliamo costantemente e che sono i film che andiamo a vedere al cinema, i libri che leggiamo, le serie tv di cui siamo ghiotti occuperebbero così tanto del nostro tempo? Perché stare dietro qualcosa che manco esiste? Forse perché in realtà esiste. Forse perché esiste anche più di ciò che esiste davvero. Forse perché in quelle finzioni c’è più verità che nella verità stessa. Al punto che quelle immaginazioni ci sanno dire della nostra realtà meglio di ciò che è davvero reale.

Penso a chi va costantemente al cinema, a chi gioca ai giochi di ruolo, a chi legge a più non posso, a chi ama il Teatro e infine anche a chi è Mercuziano e adora quello che facciamo qui a MERCUZIO AND FRIENDS. Persone che dedicano la loro esistenza a questa roba qua, ma perché lo fanno? Lo fanno perché credono in quello che IL COMPIANTO MAESTRO GIGI PROIETTI — un grandissimo Mercuziano, anche se lui non sapeva di esserlo — diceva sempre: «Benvenuti a Teatro, dove tutto è finto ma niente è falso». Ed ecco che allora, con buona pace di Cartesio, Noi che esistiamo possiamo ritrovarci a pensare anche tutto il giorno a qualcosa che non esiste e che invece inizia ad esistere ancor più di quel che esiste! 

Mi sono spiegato? Forse no. Ma forse non c’è niente che vada spiegato. O forse tutto? Ce lo diranno i due colossali e leggendari maestri titanici al centro della Nostra Grande Sfida di oggi: i primi due massimi nomi che vengono in mente quando si parla di un’Arte che fa dell’immaginario e dell’irreale la sua cifra distintiva. Quale? Il cinema d’animazione giapponese! 

Da una parte abbiamo quello che è stato addirittura definito il Walt Disney Nipponico, capace di ridefinire il concetto stesso d’animazione in termini mondiali, il co-fondatore dello STUDO GHIBLI il quale alla stregua di una stella polare viene venerato da chi stravede per questo tipo di cinema: stiamo parlando del celebratissimo, idolatratissimo, amatissimo HAYAO MIYAZAKI!!! 

(Hayao Miyazaki)

Dall’altro lato ci ritroviamo invece ad avere a che fare con un Autentico Genio Assoluto come pochi, ispiratore dei più grandi maestri cineasti mai esistiti, tra i più grandiosi talenti rivoluzionari quando si parla non solo d’animazione, bensì di Settima Arte. Orientale e non. Il quale però è stato come dimenticato. Il mai troppo celebrato, idolatrato o amato SATOSHI KON!!!

(Satoshi Kon)

Questi due nomi qua incarnano indubbiamente i massimi vertici assoluti nel momento in cui si parla di cinema d’animazione orientale. Anzi, nel momento in cui si parla d’animazione tutta. ANZI, mi correggo: nel momento in cui si parla di Cinema. Nella stesura di questo pezzo, mi son domandato se i due si fossero mai conosciuti. Ma non esiste alcuna documentazione ufficiale di un loro incontro effettivo o dialogo di qualsiasi tipo. Nell’anno 2001 vinsero rispettivamente per «La Città Incantata» e «Millennium Actress» il Premio come Miglior Opera Animata al Japan Media Arts Festival arrivando ex aequo. Ma probabile non siano andati a ritirarlo di persona. Frequentavano gli stessi festival, e le stesse persone. Si saranno almeno incrociati alla lontana, no? È anche vero che le loro esistenze, e soprattutto la loro fama e celebrità, stanno agli antipodi. 

Miyazaki è da sempre il volto dello Studio Ghibli e ha finito per essere il volto dell’animazione nipponica. Il primissimo film giapponese animato ad aver vinto l’Oscar come Miglior Film D’Animazione è stato suo, nel 2003. In tutta la Storia della Settima Arte solamente un altro film animato nipponico ha vinto la celebre statuetta, più di vent’anni dopo. Era il 2024. Ed era sempre di Miyazaki. Ha milioni e milioni di fan adoranti sparsi in tutto il Mondo, anche chi non sa niente di cinema conosce Miyazaki almeno di nome, le sue pellicole osannatissime dalla critica stabiliscono dei record d’incassi vertiginosi, valanghe di premi a corredo fra cui pure un Leone D’Oro alla Carriera nel 2005 e un Oscar Onorario nel 2014, i suoi ammiratori sono quasi dei pazzi invasati ossessivi che non ne hanno mai basta!

Satoshi Kon invece… chi lo conosce? Il successo monumentale che ha arriso a Miyazaki non è nella maniera più assoluta neanche lontanamente paragonabile o accostabile a quel che Satoshi Kon ha ottenuto nella vita. E sia chiaro: anche lui ha potuto realizzare i film che voleva, e la critica e il pubblico in patria lo hanno sempre largamente apprezzato, ma la sua non è certamente stata una fama di tipo internazionale. Oscar non ne ha mai vinti, incassi globali non ne ha mai fatti, e se tutti – anche chi di cinema non se ne intende per niente! – sanno quantomeno chi sia Miyazaki, nel suo caso son molti di più quelli che non lo conoscono affatto rispetto a quelli che sanno chi sia. Quando si pensa all’animazione orientale, si pensa a Miyazaki: lui è il volto di quel tipo di cinema, lui è il Walt Disney Nipponico, lui è quello che ha milioni di fan pazzi invasati ossessivi in tutto il Mondo. Del resto Miyazaki era il Re indiscusso di un Impero tutto interamente suo, lo Studio Ghibli era la SUA casa di produzione cinematografica. Satoshi invece ha sempre lavorato per uno studio d’animazione che non era suo, la MADHOUSE, per quanto si fosse sempre trovato molto bene e avesse per ogni suo titolo ottenuto la libertà creativa a cui anelava. Oltre che dei buoni budget, che male non fanno! Chissà, magari non fosse deceduto e avesse potuto continuare a fare film le cose sarebbero andate diversamente. Del resto la sua ultima pellicola – «PAPRIKA» (2006) – venne pur sempre presentata in anteprima mondiale assoluta alla 63ª Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, dove era in competizione per il Leone D’Oro. Ebbene sì: quella Leggenda di Satoshi Kon non è più tra di Noi dal 2010.

Ed ecco un’altra differenza abissale fra i due Maestri Nipponici dell’Animazione: da una parte abbiamo a che fare con un anziano ottuagenario che di andarsene in pensione proprio non vuole saperne, che continua ad annunciare il ritiro e poi eccolo di nuovo alle prese con un nuovo film!, che costantemente viene venerato in ogni parte del globo da giovanissimi e vecchissimi per ogni nuovo titolo che realizza; dall’altra parte invece abbiamo un uomo che non c’è più, ma che fu e sempre sarà un Prodigio Eccezionale, che avrebbe chissà quanto altro potuto realizzare se quel cancro al pancreas fulminante non lo avesse colto a soli 46 anni, nel mentre che stava lavorando ad un nuovo, ennesimo progetto che non riuscì a portare a termine. E il cui nome soprattutto non è conosciuto, se non da una nicchia di fedelissime (e intelligentissime!) persone. Non c’è nulla da fare: la sua fama non è neanche minimamente ai livelli di quella dell’altro. Però – questo sì, mi venga concesso – l’impatto storico e culturale ed emotivo e cinefilo che ha avuto è di eguale portata. Se non anche più grande. Perché quando si parla dell’eternamente compianto Satoshi Kon, dobbiamo ricordarci che un’intera generazione di cineasti lo ha preso come modello ispiratore e punto di riferimento imprescindibile: Darren Aronofksy, David Fincher, Christopher Nolan… e solo per citarne alcuni. Quelli che sono citati oggi come i Padri del Cinema, hanno avuto un grande grandissimo padre in Satoshi Kon.  

Dicevamo che non si sa se i due, Hayao e Satoshi, si siano effettivamente incontrati. Anche se presumibilmente sì. Di sicuro però l’uno sapeva chi era l’altro. Questo è fuor dubbio. Anche guardando alle interviste che hanno rilasciato, pochissime sono le dichiarazioni fatte sull’altro e sul suo operato. Ma da quel poco che emerge, si intuisce che v’era una profondissima stima. Anche se non solo per quel che concerne l’esperienza biografica, ma anche quando si guarda al loro stile, al loro essere autori e al loro cinema abbiamo a che fare con due mondi, universi, visioni totalmente, completamente, assolutamente opposti, diversi, contrapposti.

Da una parte abbiamo il Maestro per eccellenza dell’Immaginifico e dell’Immaginario, colui che dentro di sé aveva mondi pazzeschi che però esistevano solo nella sua testa e che lui ha voluto e saputo tramutare in realtà, rendendoli immagini, luoghi, personaggi. Miyazaki ti crea un universo che non esiste, ad ogni suo film. Una realtà tutta sua che non segue le logiche e la fisica del nostro mondo, ma ne ha di proprie. E forse neanche ce le ha, ma non importa! Il senso non devi cercarlo in Miyazaki, non ce n’è bisogno, non ci sta un significato: c’è lui, e la sua fantasia, e quello che immagina e che non deve rispondere a ciò che è reale, ma deve rispondere solo e solamente all’autore stesso. E a dire il vero manco lui sa mai dove andrà a parare. Per questo quando siamo di fronte ad un suo film, Noi dobbiamo lasciarci trasportare, passando da frame a frame come passassimo da un dipinto ad un altro all’interno di un museo: ogni dettaglio è curatissimo, l’animazione tocca vertici vertiginosi, il più microscopico decimo di secondo è elaboratissimo. E se vediamo comparire un essere con otto braccia e venti paia di occhi o vediamo accadere una roba strana come qualcuno che si trasforma in qualcos’altro, davvero non dobbiamo stare a chiederci: “Ma perché è accaduto? Cosa voleva dire l’autore? Come mai ha scelto proprio di far succedere questo?”. Un motivo non c’è, né deve esserci. Quando un cubetto di ghiaccio si scioglie e diventa acqua, Noi forse ci chiediamo il perché il ghiaccio sia per forza dovuto diventare proprio acqua? Accade, e basta. Con quello spirito dobbiamo guardare questi suoi film che – lo ripeto! – raccontano di un mondo che non è, né è mai stato. 

(Il castello errante di Howl)

Nell’incantevole e commoventissimo «IL CASTELLO ERRANTE DI HOWL» (2004) ci ritroviamo in un posto dove esseri magici e stranissimi aggeggi ipertecnologici bizzarri e buffe creature incredibili coesistono fra loro senza chiedersi il perché o il percome di questo e quello, il tenerissimo e adorabile «PONYO SULLA SCOGLIERA» (2008) è ambientato in una località marittima che dà però su un mondo sottomarino abitato da spiriti e maghi e onde con gli occhi e pesci molto umani che escono dalle acque e si fanno un giro se lo desiderano, e nel dolcissimo e delicatissimo film che ha forgiato il simbolo e logo dello Studio Ghibli — «IL MIO VICINO TOTORO» (1988) — i nostri personaggi si muovono in un luogo che è certo in Giappone ma situato accanto ad una foresta popolata da surreali esseri assurdi e animali bellissimi e meravigliosi e che sono autori di atti prodigiosi e assolutamente magici. Persino una pellicola iconica quale «PORCO ROSSO» (1992), sebbene ufficialmente ambientata nell’Italia fascista del 1929, racconta in realtà di un mondo alternativo a quello reale nel quale i piloti dell’aviazione vengono tramutati in maiali e le donne possono progettare e realizzare idrovolanti andando contro ogni pregiudizio possibile se lo vogliono davvero. Sì, ci sono il Fascismo e le conseguenze della Prima Guerra Mondiale, ma il mondo che viene narrato è talmente fantastico e paradossale e pieno di “cose che non sono” che è chiaro che è una scusa, e che in realtà ci ritroviamo ad abitare per l’ennesima volta un universo immaginario mentale architettato e costruito ed edificato dallo stesso Miyazaki e dalla sua immaginazione, un cosmo che prima che venisse messo su pellicola esisteva solo dentro di lui. Tutti i film di Miyazaki sono così, ogni sua pellicola è ambientata in un mondo altro e di sua totale fantasia, lui è un frenetico world-builder incallito, costruisce realtà che sono tutte sue, frutto della sua inventiva. E poi il compito che s’impone è quello di rendere queste sue immaginazioni realtà vera tramutandole in un film che possa essere visto e assaporato. Il movimento narrativo che compie va dall’interno verso l’esterno: lui s’immagina un qualcosa che non può che esistere in quel modo preciso solo dentro di sé e poi deve ingegnarsi per farlo uscire fuori e renderlo esistente. Donargli un’esistenza.

Ecco, prendete tutta questa pappardella qua e ribaltatela completamente meglio di quello che si farebbe con una frittata! Satoshi Kon è proprio l’opposto, tutta un’altra roba. Il movimento che compie va nella direzione diametralmente contraria: cioè dall’esterno verso l’interno. Lui non prende qualcosa che è dentro di sé e lo tira fuori, lui la realtà vera la guarda in faccia e ci si scontra in pieno petto. Non crea un universo diverso che non esiste per poi farlo esistere. Lui si tuffa a piene mani nella realtà che vede, e sceglie di viverla completamente, d’abitarla totalmente, di immergersi al suo interno con tutte le scarpe talmente a fondo da renderla parte di sé. Anche se può far male. Anche se è doloroso. È il modo però con cui sceglie di guardare a quella realtà ad essere immaginifico, emotivo, interiore. Perché le realtà a cui sceglie di guardare e che sceglie di raccontare sono vere, esistono, sappiamo come sono fatte. Ma è il suo sguardo talmente profondo e sensibile che ci trasporta lì dentro fino in fondo a rendere quei mondi esteriori anche “interiori”, quelle cose che sono fuori di Noi in parte anche “dentro di Noi”. 

(Perfect Blue)

Che sia la tossicissima e soffocante realtà delle idol giapponesi come nel caso del devastante e atrocemente bello «PERFECT BLUE» (1997) oppure quella desolante ma anche ilare degli homeless vagabondi – gente semplice ma anche perdente – nello struggente e insieme spassosissimo fenomenale e formidabile capolavoro assoluto che è l’esilarante ma pure toccante «TOKYO GODFATHERS» (2003), Satoshi Kon di quei mondi racconta i pensieri, le emozioni, le sensazioni, le percezioni, le intimità, le interiorità. Ci va talmente dentro da entrare in quegli ingranaggi, infilarsi fra quelle fessure, annidarsi in quegli anfratti e spazi angusti. Ed è qui che Satoshi Kon dimostra di aver fatto pienamente sua una delle più grandi lezioni sulla Vita che la Vita stessa mai ci potrebbe impartire. Che dà prova non solo di essere tra i massimi Cineasti e in generale Artisti che abbia mai abitato questo nostro pianeta e che non a caso è stato imitato dai Grandi, ma di averlo compreso appieno questo pianeta, di aver realmente capito cosa veramente significhi vivere questa nostra vita. 

Vivere la Vita non è vivere la Realtà, come spesso vorrebbero farci credere. La realtà che abitiamo è tutto fuorché reale: e questo perché noi abitiamo perlopiù dentro la nostra testa, fra le pieghe del nostro cervello, ogni cosa reale esterna a Noi viene filtrata dal nostro Noi interiore, mai percepiamo la realtà così come è, ma sempre per come la viviamo Noi. Non potremmo veramente mai sapere come è fatta la Realtà, perché Noi non ne fruiamo direttamente: tra Noi e la Realtà, ci sarà sempre un’altra roba in mezzo. E cioè? Noi stessi, il nostro sentire, e anche la nostra immaginazione. Il rischio è che però tra Realtà e Immaginazione ci si confonda, e non si capisca più dove finisce l’una e inizi l’altra. Ma è la nostra Vita ad essere così confondente, poiché l’esistenza è fatta di entrambe, e nessuna delle due è scissa nettamente e distintamente dall’altra, bensì son compenetranti l’una nell’altra. Dove sta la Verità? La Verità non c’è, dato che le nostre vite sono fatte sia di quello che abbiamo fatto e vissuto sia però anche di quello che abbiamo pensato e immaginato e provato.

Il pubblico ideale di Miyazaki sono i bambini, che non si pongono troppe domande, ma vivono semplicemente quello che vivono. Difficilmente mi sentirei di consigliare un film di Satoshi Kon ad un bambino tanto sporca, tagliente e inquietante quella visione potrebbe risultargli. Proprio perché Satoshi parte dal Reale, al contrario del co-fondatore dello Studio Ghibli che parte dall’Immaginario. Le trame e i personaggi in Miyazaki non sono così importanti, quel che accade non è centrale. Le sue pellicole sono esperienze, come delle sinfonie che vanno vissute e gustate inquadratura dopo inquadratura. E basta. Lo abbiamo detto prima: un senso non va trovato, perché non c’è. Il significato invece è tutto in Satoshi Kon: se quelli miyazakiani sono protagonisti archetipici che non racchiudono in sé chissà quali misteri nascosti, quelli del suo collega sono talmente sfaccettati e ambigui e profondi e colossali da diventare loro stessi il film di cui sono parte. Noi viviamo quelle storie non così come accadono, ma per come le vivono quei grandiosi personaggi straordinari. E così finiamo per essere loro. Potremmo affezionarci ad alcuni personaggi di Miyazaki. Perché troveremmo il loro aspetto buffo, oppure il loro comportamento adorabile. Ma ci innamoreremmo perdutamente, o di contro odieremmo a morte, i personaggi di Satoshi Kon. E non perché buffi o adorabili. Ma perché reali. Soprattutto: perché umani.

Lo strappalacrime «MILLENNIUM ACTRESS» (2001) a firma koniana ti narra di una notissima attrice cinematografica con una brillante carriera alle spalle che giunta al tramonto della sua vita racconta di un’esistenza passata a inseguire una persona conosciuta decenni prima, quand’era ancora molto giovane. Nel raccontare la sua vita però, Noi veniamo rimbalzati non solo da un episodio biografico all’altro della sua esistenza ma da una scena all’altra dei suoi film, al punto che i film che ha fatto si confondono con la vita che ha fatto, e viceversa, tutto insieme mescolato. Proprio come la Vita! E in ogni momento del film però, a prescindere da quello che vediamo sullo schermo, sentiamo quella nostalgia, quel patimento, quella malinconia propri di chi ha voluto tutta la vita stare con qualcuno senza riuscirci. Lo stesso vale per l’uomo che verrà a trovare quell’attrice a casa sua all’inizio del film, da sempre suo fan sfegatato, e che ha avuto modo di trascorrere anni accanto a lei in quanto assistente fin da giovane negli studios presso cui lavorava. Pure lui, con tutto il suo bagaglio emotivo di ricordi e sensazioni e sentimenti entra nelle memorie dell’attrice che racconta la sua vita, e pure il suo patire diventa il nostro. Ecco perché i personaggi koniani sono un’altra cosa rispetto a quelli miyazakiani: i secondi non sono poi tanto importanti rispetto a quella che è la fantasiosa esperienza fantastica che i loro film ci fanno vivere, i primi invece costituiscono il film stesso e il loro sentire è il nostro e le emozioni loro che viviamo anche Noi sono quel che ci guida e rende indimenticabile quella visione. 

I temi con cui ha a che fare Satoshi sono l’ossessione, l’abbandono, la tristezza, il trauma, la malinconia, la depressione, le ferite che ci portiamo dietro: sembra che ti racconti di una determinata realtà, ma alla fine finisce sempre per parlare a chiunque. Perché? Perché parla dell’Umano. Come solo i Veri Grandi sanno fare. E anche se non sei mai stato un idol, il mondo dello spettacolo e del cinema lo hai visto solo in TV e un tetto sopra la testa l’hai sempre avuto, in quanto essere umano ti ritrovi nel momento in cui Satoshi t’accompagna mano nella mano all’interno di queste realtà e di questi mondi e di questi personaggi a riconoscere nelle loro tossicità, nei loro dolori, nei loro traumi le tue stesse sofferenze, il tuo stesso patire, il tuo stesso essere un essere umano. Ecco cosa ci fa lui con la realtà: l’abbraccia talmente tanto — senza scappare via o rifugiarsi chissà dove — da annidarsi al suo interno, dentro i suoi stessi personaggi addirittura, riconoscendone però l’ambiguità complessa e la complessità ambigua. Lungi da me ora dire che Miyazaki preferisce invece chiudere gli occhi di fronte ad una realtà brutta come la nostra e rintanarsi dentro sé stesso propinando illusioni atte a ingannarci! Ci sono le sofferenze vere, nei suoi film. Che sia lo spettro della guerra oppure la depressione, ad esempio. Basti pensare al solitario protagonista di «Porco Rosso» perso nel suo rimuginare e che è stato reduce di guerra, oppure alle due bimbe protagoniste de «Il mio vicino Totoro» che si ritrovano senza mamma perché bloccata in ospedale per chissà quale misterioso male. Ma il fantastico e il meraviglioso intervengono sempre, che sia sotto forma di un panciuto animale magico buffo o spiritello incantato o ancora per mezzo di un volo tra il blu del mare e l’azzurro del cielo, nel mentre che quegli accesi colori fantasiosi miyazakiani ti riempiono gli occhi. Questo non significa mica che Miyazaki ci illude, bensì ci fa sognare. Ci fa credere che un mondo migliore sia possibile. Se non identico a quelli fantasiosi e stravaganti suoi, quantomeno un po’ più simile. Il Maestro ha affrontato la depressione nell’arco della sua vita, sa bene che questo mondo è brutto. Però ha le sue fantasie, la sua immaginazione, e inseguirle non significa staccarsi da quello che è reale: lui ci ha costruito un’intera carriera di successo e trionfo con quelle fantasie, altro che illusioni! E tutti Noi, poveri diavoli, del resto facciamo quello che facciamo perché sogniamo: ci svegliamo al mattino perché convinti che quello che faremo avrà un dato effetto, perché siamo a caccia tutti quanti – chi più e chi meno – di un cambiamento, perché aneliamo tutti a qualcosa di migliore e nel quale scegliamo di credere, anche se forse non arriverà mai. Noi comunque ci proviamo. Noi comunque scegliamo di fare, e tutti quelli che fanno, fanno perché credono che il loro fare farà la differenza. Crediamo in qualcosa che ancora non è, ma che vorremmo che fosse. Proprio perché vogliamo riuscire ad abitare un Mondo che sia più nostro. Come fa Miyazaki ogni volta che fa un suo film: forgia e poi ci mostra un mondo tutto suo. 

(Paprika)

Miyazaki trasforma in realtà quel che immagina, mentre Satoshi s’addentra nel reale scomponendolo nelle sue stesse componenti immaginifiche. Il primo rende reale l’immaginazione, il secondo immaginifica la realtà. Si potrebbe quasi dire che le pellicole miyazakiane siano come sogni, attraverso cui abbiamo esperienza di un qualcosa che non esiste, e che non sempre sembra avere un senso. Ma che un senso neanche vuole avere. Al contrario, i film koniani sono un’overdose di realtà reale con tutte le sue spine e ruvidità e asperità. Però, già l’abbiamo detto: Immaginifico e Reale, Sogno e Vita, si confondono e si mescolano e s’incrociano, e non esiste distinzione netta tra l’uno e l’altro. Proprio per questo pure i Due Titani dell’Animazione Nipponica s’incontrano. Se non nella Vita Vera, quantomeno attraverso la loro Arte. Satoshi Kon, colui che si tuffa bruscamente nella realtà più reale possibile, nel suo ultimo film parla proprio di Sogni. Ci riferiamo a «PAPRIKA» (2006). Raccontando di un prossimo futuro in cui gli psicoanalisti si sono improvvisati scienziati visionari creatori di macchinari che permettono loro di addentrarsi nei sogni dei pazienti di modo da decifrare al meglio le loro esperienze e traumi e ferite, sballotta i suoi personaggi e dunque – lo abbiamo detto – Noi stessi spettatori tra un sogno e l’altro, un piano di realtà e l’altro, facendoci vivere intere sequenze senza sapere se appartengono al Vero oppure al Sogno, nel mentre che va in scena una frenesia senza freni di visioni oniriche deliranti durante le quali conscio e subconscio si mescolano in un vorticare vorticoso squisitamente immaginifico. Il nolaniano «Inception» non sarebbe mai esistito senza questo titolo qui. MA COME?, direte voi. Abbiamo passato l’articolo intero a dire che Satoshi Kon è il Regista del Reale, e ora mi venite a dire che il suo ultimo film parlava di Sogni? Ma è proprio questo il punto! Il Sogno fa parte del Reale, è parte del nostro vivere, le nostre fantasie e immaginazioni non sono scisse dalle nostre esperienze e dai fatti della vita, son qualcosa di tangibile pur nella loro intangibilità: tant’è che appunto si è convinti siano la rappresentazione delle nostre ferite, psicosi, tormenti, ma anche passioni e amori. Sono anzi forse l’incarnazione più vera e reale del nostro vero e reale io. Ancora una volta Satoshi Kon al 100% allo stato puro.

Allo stesso modo, quello che doveva essere l’ultimo film miyazkiano prima della pensione — ma che poi non fu — e cioè «SI ALZA IL VENTO» (2013), è una pellicola in cui l’elemento del fantastico è del tutto assente, come mai era stato prima di quel momento. Nessun mondo immaginato che diventa reale, in questo caso. Niente di tutto questo. È la rielaborazione (fittizia, d’accordo, ma comunque estremamente realistica) della biografia di un progettista aeronautico giapponese veramente esistito. Ancora una volta torna il tema del volo, presentissimo in Miyazaki, che ce lo infila in quasi ogni sua pellicola. Eppure siamo anche qui in presenza di un Miyazaki al 100%, pur senza creature favolistiche o magie prodigiose o spiritelli fantastici. Perché? Perché questo film qua, realisticissimo al punto da poter essere definito quasi come uno storico, vuole però essere un elogio grandissimo, una lettera d’amore quasi, alla capacità umana di sognare. Addirittura alcune delle più memorabili sequenze del film sono letteralmente dei sogni, sogni attraverso i quali il protagonista e un altro personaggio del film addirittura s’incontrano. Ancora una volta: cosa è Realtà e cosa Sogno? Una distinzione non c’è, Immaginario e Realistico vivono insieme. E anche senza castelli che camminano o trasformazioni incredibili, tu che manco ci vedi e sei miope e indossi occhiali puoi comunque sognare di volare e riuscirci, e toccare quel Cielo, anche se magari non sarai tu a pilotare l’aereo, anche se rimarrai a Terra a guardare la tua creatura librarsi nell’aria, anche se quei tuoi splendidi sogni verranno usati da altri per portare guerra e morte. Senza possibilità di ritornare. Ma anche se il vento s’alza e anche se i tuoi aerei non torneranno e anche se quelle creature fantastiche non le hai mai viste, tu puoi e anzi devi comunque continuare a sognarli quei sogni, perché ce n’è bisogno, perché è necessario, perché il significato REALE del tuo esistere è ancorato a quel SOGNARE. 

(Il Coordinatore Operativo Mercuziano EDOARDO VALENTE alias “Il Giovane Valente” abbreviabile in “GV” che sceglie di dedicare il primissimo puntatone del suo format proprio alla pellicola miyazakiana «Si alza il vento»)

Vengo dunque al termine di questo mio articolo parlandovi (brevemente, prometto) del film che preferisco dell’uno e dell’altro. Nel caso di Miyazaki, sarà scontato e banale e poco originale: ma su tutti non può che trionfare ai miei occhi il film che il Mondo intero ritiene essere il suo massimo capolavoro, quello per cui vinse il primo Oscar. Stiamo parlando de «LA CITTÀ INCANTATA» (2001): tutto quello che abbiamo detto su di lui, qui vale all’ennesima potenza. Nel raccontarti la storia (ma poi la storia non è così importante in Miyazaki) di una ragazzina che coi genitori si ferma in un posto che trova dentro una stramba galleria abbandonata scoprendo invece un luogo in cui in ogni singolo microscopico elemento vi è un tripudio di gioiosissima fantasia sfrenata immaginifica nella sua forma più alta – alla stregua quasi di un «Alice nel Paese delle Meraviglie» —, l’Autore ci fa dono di un mondo intero che si schiude di fronte ai nostri occhi e che costituisce il massimo esempio di come l’uomo attraverso la sua fantasia detenga un potere talmente grande da renderlo capace di forgiare da zero universi interi. La dimostrazione che Tu puoi costruirti un cosmo intero come vuoi Tu, se solo lo desideri. Vedere quel film è come vivere un altro Universo nel quale non si era mai abitato prima. Di contro, nel caso di Satoshi Kon, si tratta di un film che abbiamo già citato. Per me «TOKYO GODFATHERS» è il più mastodontico capolavoro di tutta l’animazione nipponica. E lo dico consapevole che questa mia dichiarazione potrebbe essere fischiata e derisa. Superficialmente, potrebbe apparire il koniano meno koniano di tutti, siccome rispetto agli altri titoli il piano dell’Immaginifico e quello del Reale non si confondono. Rispetto ad un «PERFECT BLUE», altro capolavoro ineguagliabile che ancor più che «Paprika» ti fa essere come la sua disperata protagonista e cioè incapace di distinguere fra cosa è e cosa non è, qui inganni del genere non ce ne sono. Tant’è che la critica lo ha paragonato al classicissimo — e sempre splendido e incantevole ovviamente — cinema targato Charlie Chaplin oppure Frank Capra. La storia è quella di tre senzatetto — un alcolizzato di mezza età, un’ex drag queen fuori di testa e una ragazzina scappata di casa — che scoprono nel pattume nel quale rovistano tutto il giorno una neonata trovatella abbandonata, proprio sotto Natale. Come mai lo amerei così tanto? Perché a mia detta, pur senza il surreale tipico di Satoshi Kon, è e rimane il suo capolavoro più grande? Il calore umano empatico dei suoi incredibili protagonisti irresistibili che amerai profondamente in tutte le loro qualità e difetti, la tristezza esacerbante di cui ti racconta mostrandoti le misere vite di questi miseri diavoli senza niente, la felicità meravigliosa che ti regala e che sprigiona quando ti mostra che invece qualcosa quei poveri diavoli ce l’hanno. Che pur non avendo niente, in realtà hanno tutto. Tutto quello di cui c’è bisogno per essere felici: la famiglia che sono stati in grado di costruirsi. Esiste forse qualcosa di più vero e reale di questo, dell’Amore autentico che lega gli esseri umani gli uni agli altri? La straordinaria perizia tecnica di Satoshi Kon si respira in ogni suo fotogramma, pure le sue animazioni raggiungono i soliti livelli d’eccezionalità incredibile, e vi sono comunque più di una scena in cui il Sogno e il Ricordo e la Fantasia e l’Immaginifico prorompono nella Realtà e si mescolano, secondo quello che è il suo inconfondibile stile e la sua visione unica. Ma soprattutto vi è l’attenzione all’Umano, e vi sono quei personaggi che ci fanno innamorare di loro. Se in Miyazaki trama e personaggi non hanno alcuna importanza, in Satoshi Kon sono tutto: ma nel caso di questo sovrumano gioiello qua vi è un passo in più, perché in questo caso la trama – che comunque c’è, sia chiaro – è di secondario rilievo rispetto ai suoi protagonisti. Qui come non mai sono loro, coi loro caratteri e le loro personalità e la loro umanità, ad essere il motore di un film che sarebbe potuto durare anche venti ore in più e non ti sarebbe importato: la sola cosa che contava era stare insieme a quei personaggi. Io mi ricorderò per sempre di quanto abbia amato quel film, perché amerò per sempre quei personaggi. E questo solo gli Autori più Grandi riescono a farlo. Come Satoshi Kon.

(La città incantata)

A questo punto credo sia chiaro chi io preferisca fra i due Maestri. Miyazaki lenisce le nostre ferite invitandoci a puntare lo sguardo su mondi altri, che non esistono ma che forse un po’ esistono. Satoshi Kon in quelle ferite invece ci si tuffa a capofitto. E io sono masochista, a me piace soffrire sfortunatamente. E quindi sì, posso affermarlo con certezza: io mi sono perdutamente innamorato di Satoshi Kon e delle sue opere. Ha avuto il tempo di farne solo quattro, una più bella e straordinaria dell’altra a mio dire. Miyazaki non sempre sa parlarmi, ma Satoshi sì. Il suo modo di raccontare le Storie è quello che più mi sa parlare. E la sola idea, Maestro, di quanto altro avresti potuto realizzare fossi stato ancora qui mi fa stare male. Proprio come mi fanno stare male i tuoi film. Ma è un Male così bello, che io lo accolgo. Consapevole che in quel Male si nasconde Vera Bellezza. Perché pure dei perdenti di cui non gliene frega niente a nessuno — tre ridicoli senzatetto sfigati — possono trovare una bimba che è come loro — sola e abbandonata e nella spazzatura — e vederci un regalo di Dio, l’incarnazione di un atto d’Amore vero. E in nome di quell’Amore scoprire che a dispetto di tutto il dolore e la sofferenza, varrà comunque sempre la pena vivere la vita, se questo significa avere quell’Amore. «La vita è una cosa troppo importante, noi veniamo al mondo solamente una volta» dice ad un certo punto uno dei tre.

Ognuno di Noi ha il suo proprio modo di raccontare Storie, di aver a che fare con Immaginazione e Realtà, sostanzialmente di vivere la Vita. Si possono creare Mondi altri diversi dal nostro oppure guardare a questo così profondamente da trovarci un qualcosa che magari non c’è. Ma forse sì. Il risultato sarà sempre lo stesso: un tentativo di Vita. Tentare di vivere, provarci, trovare in Noi la Forza – che sia lenendo le nostre ferite oppure di contro imparando a soffrire meglio – per poter andare avanti.

È una gioia assoluta per me andare avanti grazie alle vostre opere. Miyazaki ha fatto la Storia del Mondo. Satoshi Kon oggi quasi nessuno sa dirti chi sia. A meno che non sia un esperto del settore, certo. Ma anche lui ha fatto la Storia del Mondo. Però, cosa più importante, ha fatto la MIA Storia. Che sia attraverso l’Immaginazione oppure il Reale, quando le tue opere cambiano chi le guarda, questo è quello a cui ogni Autore sogna di poter arrivare.

ANCORA UNA VOLTA UN MIO ARTICOLO È DEDICATO A LEI, LA BUFFA E STRAMBA MA ANCHE PAZZESCHISSIMA CREATURINA GRAZIE ALLA QUALE NON AVREI MAI CONOSCIUTO SATOSHI KON: L’ECCELLENTISSIMA PROJECT MANAGER-EDITOR E PRESIDENTE MERCUZIANA ELEONORA PIERATTINI. A VOLTE SEMBRA TROPPO ASSURDA E RIDICOLA PER SEMBRARE UN INDIVIDUO REALE E NON FRUTTO DELLA SCRITERIATA IMMAGINAZIONE DI UN QUALCHE FOLLE AUTORE! SE COSÌ FOSSE, ALLORA ANDREI A CASA DI CHI L’HA INVENTATA OGNI SINGOLO GIORNO DELLA SETTIMANA, DAL LUNEDÌ ALLA DOMENICA COMPRESI, PER POTERLO RINGRAZIARE.

(Tokyo Godfathers)

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