Orfeo (2025): Una leggenda nel metropolitano

DI PIETRO BERRUTO

Poema a Fumetti è un caso strano nel panorama del fumetto e della letteratura italiana in generale: scritta e illustrata da Dino Buzzati nel 1969 (due anni dopo La ballata del mare salato, da molti ritenuta la prima graphic novel italiana), l’opera è una rivisitazione in chiave “pop e rock milanese” del classico mito greco di Orfeo ed Euridice. È raro che in quel periodo storico un autore di prosa, poesia e saggistica esplorasse un medium come quello del fumetto, ma Buzzati crea un’opera sperimentale, che, per l’epoca, se non innovativa, si può certamente definire inusuale: trainata dalle capacità poetiche e dialogiche dello scrittore bellunese e dal suo stile artistico ricco di forti influenze (surrealiste e astrattiste prima di tutto), la trama non è particolarmente complessa, anche perché basata su una storia vecchia di migliaia di anni. Se fosse uscita oggi, sarebbe quello che viene definito, anche in modo un po’ spocchioso e superficiale, un artist’s showcase. Adattare fumetti al grande schermo, soprattutto quelli che non hanno una struttura narrativa tradizionale o che, invece, hanno un’identità visiva troppo forte per essere ignorata in una trasposizione, è molto difficile e le soluzioni sono due: o si ricopia ogni singola vignetta per cercare di onorare l’opera originale al meglio, con risultati più (Sin City di Robert Rodriguez) o meno (Watchmen di Zack Snyder) positivi, oppure la si rielabora leggermente, cercando comunque di mantenere presenti immagini e temi. Quando io ho letto Poema a Fumetti un anno fa circa, mentre facevo ricerche per la mia tesi di laurea triennale, ragionandoci su, ho pensato che se mai avessero dovuto fare un film su questa storia, esso sarebbe dovuto essere un adattamento del primo tipo.

Orfeo è l’opera prima del regista Virgilio Villoresi, che è anche cosceneggiatore del film assieme ad Alberto Fornari; si tratta di un film in tecnica mista (essendo composta da scene in live-action e animate, sia in 2D che in stop-motion), uscito nel 2025 e presentato anche al Festival di Venezia, fuori concorso. Come nel caso di Poema a Fumetti, il film tratta la vicenda della catabasi di Orfeo (Luca Vergoni), musicista milanese, perdutamente innamorato della sua fidanzata, la recentemente scomparsa Eura (Giulia Maenza): egli discende all’Inferno, situato in una misteriosa e inquietante villa del suo vicinato, per salvarla, ma fallisce nella sua impresa, tornando al mondo dei vivi avendola, però, almeno vista un’ultima volta e avendo accettato finalmente il suo decesso. Orfeo, durante la sua impresa, affronta numerose avversità, nelle forme di inusuali demoni e apatici fantasmi, tutti esteticamente appariscenti, di modo da rispecchiare lo stile dell’opera di Buzzati.

Scegliendo di adattare Poema a Fumetti, la trama rimane più o meno invariata, con qualche eccezione. Non per concentrarsi unicamente sul fatto che sia un’opera adattata, ma viene speso molto più tempo per espandere la relazione tra i due innamorati, con la presenza di scene che non fanno parte della graphic novel; nonostante ciò, comunque, a livello di effettivo contenuto il film risulta essere molto tradizionale da un punto di vista della trama, favorendo una struttura narrativa lineare che presenta la classica storia dei due eroi greci. È una vicenda che presenta molti cliché che possono annoiare la mente di chi non li apprezza facilmente. I temi, che sono quelli sia di Poema a Fumetti che del mito, vengono mantenuti con estrema fedeltà: la rabbia nei confronti del lutto, il rapporto tra arte e morte, l’accettazione, alla fine, dell’ineluttabilità del decesso, la confusione tra sogno e realtà… L’opera di Villoresi, però, sceglie di non scendere nel dettaglio su quasi nessuno di loro, lasciando l’opera priva di una potenziale profondità narrativa ulteriore e, anzi, esplicitando ciò che è già presente alla fine in modo quasi artificiale. Gli attori, purtroppo, non riescono ad aiutare in questo problema, offrendo delle performance fin troppo meccaniche per un’opera che parla di amore e morte, tra i temi più emotivamente pesanti dell’esperienza umana intera. Una nota positiva va detta su questo ambito, ovvero il fatto che Luca Vergoni riesca a risultare abbastanza confuso ed espressivamente spaventato da poter convincere lo spettatore della pericolosità e stranezza della natura di questo Inferno. Il ritmo dei dialoghi è però molto buono, estremamente incisivo, presentando ogni battuta come importante e ricca di gravitas, mescolandosi bene con la presentazione atipica dell’ambiente e del tono del film.

L’enorme punto di forza del film è l’apparato estetico, in tutti i suoi aspetti, dalla scenografia, alla costumistica e, naturalmente, all’utilizzo magistrale della tecnica mista. La Milano che viene presentata, per esempio, non è una Milano che esiste veramente, se non nel cuore di alcuni suoi abitanti: è una città dolce, romantica, dalle luci calde e soffuse, teatrale perfino. Ci sono numerose inquadrature in stop-motion che presentano i due innamorati da lontano, nel piccolo, intimo, dolce angolo della città che è pregno del loro amore; ed è poi una città che cambia, che è misteriosa e lugubre, come quando la villa viene presentata all’inizio del film. Ciò non solo è in linea con la volontà di narrare una versione moderna di un mito greco (che quindi si trova bene in uno spazio che esiste ma che qui viene percepito da delle visioni distorte emotivamente da chi vive e racconta la storia), ma in linea con la visione dell’autore dell’opera originale: importante sottolineare che in Buzzati (che con la metropoli lombarda aveva un rapporto controverso, composto da odio e da amore) la coesistenza, anche dissonante, di scenari di vita quotidiana e di presenze soprannaturali è un tema ricorrente e costante durante tutta la sua storia editoriale: che bisognerebbe aspettarsi, d’altronde, da un autore che nasconde la più pura versione dell’Unheimlichein una semplice goccia d’acqua? Non è un caso che la Milano presentata sia sempre notturna, poiché la notte è proprio quella sezione del giorno in cui le ombre assumono forme inusuali, che facilitano l’immaginazione.  Avendo discusso la puntualità degli effetti, va sottolineata la loro bravura: sempre convincenti, sempre piacevoli all’occhio, il film non si trattiene dal desiderio di adattare in questo modo anche personaggi più difficili da realizzare, come ad esempio l’iconico Diavolo Custode, che prende la forma di una giacca senziente. L’Aldilà è un luogo esteticamente variegato e memorabile, che, alternando spazi, sia esterni che interni, molto diversi tra loro, sottolinea la natura onirica di questa catabasi. Insomma, la mise en scène è eccezionale, coordinando l’ambiente in maniera quasi più teatrale che cinematografica.

Una nota va rivolta alla musica, composta da Angelo Trabace. Uno dei cambiamenti che viene fatto dal fumetto al film è lo strumento che suona Orfeo: egli è infatti un musicista professionista, ma se nell’opera stampata è un chitarrista qui è un pianista e, perciò, la colonna sonora è principalmente composta da canzoni suonate proprio su una tastiera. È abbandonato il concetto di “fiaba rock”, per invece imbracciare delle musiche più dolci ed eleganti e che trascinano lo spettatore nella relazione tra i due amanti con facilità.

Orfeo è un’opera prima convincente, se non per la sua narrativa, almeno da un punto di vista visivo. Non la considererei un’opera di solo estetica e nessuna sostanza, sia chiaro: ci sono temi ben visibili e chiari, seppur a volte trattati in maniera semplicistica. L’utilizzo della tecnica mista, dispendioso dal punto di vista pecuniario ed energitco e insieme molto rischioso da quello della rendita artistica, è ben riuscito e pieno di carattere, dimostrando come questa tecnica possa ancora essere esplorata nel cinema contemporaneo. Inoltre, chi come me è un conoscitore di Dino Buzzati, avrà modo di vedere un adattamento di una delle sue opere più artisticamente significative che (nonostante non sia completamente fedele all’opera originale) risulta omaggiare l’autore di Belluno per stile e anima.  

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