DI ALBERTO GROMETTO
Remake.
Per quale motivo si fanno i remake?
Chi vi sta scrivendo, è allergico per predisposizione naturale a qualsivoglia tipo di remake, rifacimento o riproposizione di qualunque genere. Ad oggi purtroppo il Cinema ne fa tanti di film di questa categoria, in un’epoca nella quale le idee nuove ed originali scarseggiano, o piuttosto le grandi major decidono di puntare i propri soldi “sul sicuro”, e cioè sulle vecchie idee, con il preciso obbiettivo di attirare gente e dunque facili guadagni. Non si ha più il coraggio di rischiare, preferendo invece la comoda prospettiva sicura del successone epocale realizzato decenni prima e di cui un bel rifacimento proprio ci starebbe per portarsi a casa lo stipendio milionario! La nostra è l’era dei remake, dei reboot, dei sequel, dei prequel, degli spin-off.
Ecco perché di norma sono contrario ai remake. Perché rappresentano la Morte delle Idee. Perché incarnano la Paura per il Nuovo. Perché simboleggiano un certo tipo di Cinema che è fatto esclusivamente per mero profitto. Certo, non sono così romantico e sognatore da non rendermi conto che la Settima Arte non è solo Arte, ma è anche un’Industria che deve pertanto monetizzare. Quello che mi chiedo però è: non si può ambire ad entrambi gli obbiettivi? Se anche un film deve incassare, non può però avere l’ambizione di arricchire questo nostro mondo? I grandi produttori non possono desiderare di realizzarsi artisticamente parlando, oltre che da un punto di vista prettamente economico?
Sarei certamente ingiusto però a dire che tutti i remake sono solo tentativi di guadagno. Vi sono almeno tre ragioni specifiche per cui si fanno i remake. Una, l’abbiamo tristemente detto, è l’incasso. Altra ragione è però il desiderio da parte di un Artista di voler raccontare una vecchia storia che ama, alla quale è affezionato e che in qualche modo gli ha cambiato la Vita. Sono mossi dalla motivazione di voler rivivere quella Storia e farla rivivere facendola loro e raccontandola alla loro maniera. Esempio lampante in tal senso è il «West Side Story» (2021) del Sommo Steven Spielberg. Sono quelli che mi piace chiamare i “remake fatti per passione”. Non tutti sono riusciti, ma quantomeno sono fatti con le giuste intenzioni. Sono fatti “col cuore”, per usare un’espressione banale quanto però efficace.
E poi la terzo ragione per cui realizzare un remake sta nell’intercettazione del bisogno di un “riammodernamento” di una data storia, la necessità di ri-aggiornarla ai giorni nostri. È la motivazione più valida, probabilmente. E questo perché i remake fatti (REALMENTE) per questo motivo stanno a metà tra le ragioni della “testa” e quelle del “cuore”. Vi sono Storie che abbiamo amato e che hanno cambiato il Mondo e che non invecchieranno mai. Quelle Storie sono immortali e hanno un fascino eterno. Ma vi sono altre Storie che, anche se hanno fatto la Storia e ci hanno cambiato, sono però soggette al trascorrere incessante del Tempo. Sono Storie che in qualche modo e misura sono invecchiate e, nel rivederle oggi, si percepisce la loro vecchiaia. Sentiamo il peso dei decenni passati.
Un remake può essere fatto per una sola di queste tre ragioni, come anche tutte e tre. La stragrande maggioranza è fatta per soldi. Difficile esista un remake che non sia stato fatto quantomeno “anche per soldi”. Per questo parto già prevenuto nel valutare i rifacimenti. Vado comunque al cinema a vederli perché credo nell’amore per il giudizio imparziale: il solo e unico modo di valutare un film è guardarlo.
Le due pellicole che stiamo per affrontare oggi non sono propriamente dei remake, ma sono tratte da dei libri dai quali, in passato, sono derivati altri adattamenti di natura cinematografica. Però io non credo in queste sottigliezze pretestuose. Se esiste un romanzo a cui si sono ispirati per fare un film e poi decenni dopo da quello stesso libro viene realizzata un’altra pellicola, è impossibile che chi ci abbia lavorato non si sia fatto influenzare, nel Bene e nel Male. Soprattutto, è impossibile, per chi quei film “vecchi” li ha visti, valutare i “nuovi” senza pensare ai predecessori.
Procediamo dunque con i titoli: «ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS» e «ASSASSINIO SUL NILO»!!!
Uno il sequel dell’altro, rispettivamente del 2017 e del 2022, entrambi tratti da due dei più celebri romanzi di tutta la Storia del genere giallo (rispettivamente del 1934 e del 1938), ambedue scritti dallo sceneggiatore Michael Green e tutti e due diretti e interpretati dallo stesso uomo, al quale la Settima Arte deve molto. Sto parlando di KENNETH BRANAGH. È dal suo incontro in qualità d’Autore di Cinema con una magnifica Autrice di Libri, LA STREPITOSA GIALLISTA AGATHA CHRISTIE, che nascono queste due opere. Entrambe le pellicole di Branagh hanno però degli illustri predecessori cinematografici risalenti al secolo scorso.

Trovo che si possa andare incontro ad una valutazione più efficace e profonda e attenta dei due film valutandoli rispetto alle pellicole che li hanno preceduti. È nel confronto con gli adattamenti cinematografici dei due romanzi della Christie, girati nel corso del XX secolo, che possiamo portare alla luce qualità e difetti, ombre e luci, pregi e mancanze delle due pellicole realizzate nel secolo attuale.
«Assassinio Sull’Orient Express» del 2017 di Kenneth Branagh in cosa è diverso dal suo omonimo predecessore diretto dal magistrale SIDNEY LUMET oltre 40 anni prima?
Iniziamo col dire che il “vecchio”, caratterizzato da un fascino immortale, batte il “nuovo”. È altresì tuttavia obbligatorio ammettere però che la versione branaghiana compie comunque quell’operazione di “riammodernamento” della vicenda raccontata di cui, in parte, si poteva avvertire la necessità. La narrazione si fa più dinamica e tesa, il racconto da scoppiettante e caustico e ironico quale era nel secolo scorso è reso più cupo e drammatico e tragico ai giorni nostri, e oltretutto viene lasciato molto più spazio al personaggio dell’investigatore HERCULE POIROT. Il detective belga del film del ’74, interpretato da un più che convincente Albert Finney, per quanto caratteristico, era messo totalmente in secondo piano rispetto all’indagine al centro dell’intreccio. Ci si affezionava a lui, certo, ma rimaneva comunque relegato nell’ombra rispetto a tutto il resto. Il Poirot di Branagh invece è più protagonista, viene fatta luce sul suo passato e sul suo personale, senza per questo però sacrificare il giusto spazio che deve essere riservato al delitto, al caso e alla sua risoluzione.
Condividono entrambe le versioni un’impostazione di chiara matrice teatrale, una grandissima cura per l’impianto visivo e delle interpretazioni assolutamente d’alto altissimo livello. Il cast del film del 2017 presenta alcuni dei più grandi nomi che ci siano quando si parla di Cinema: Michelle Pfeiffer, Judi Dench, Penélope Cruz, Olivia Colman, Johnny Depp, Willem Dafoe, Leslie Odom Jr. e Derek Jacobi. ATTORONI, più che attori.

La scelta di rendere Poirot vero protagonista della narrazione alla fine risulta vincente e diversa rispetto al predecessore. È questa decisione che conferisce maggior tragicità e dinamicità al ritmo della storia. Se infatti la pellicola del ’74 tendeva ad un’acuta quanto pungente ironia, nel film di Kenneth egli sceglie di porre l’accento sul dilemma morale: cosa è Bene e cosa è Male?
È attraverso gli occhi di Poirot, recitato ottimamente da un sempre teatrale e maestoso Branagh, che viviamo questa vicenda. Lui, che ci viene presentato mentre controlla ed esamina delle uova che gli vengono servite a colazione perché devono essere perfettamente simmetriche, va incontro alla più terribile delle verità nel risolvere questo caso: non esiste la Perfezione nella Vita, e benché lui abbia fondato la sua stessa esistenza su Ordine, Metodo e Giustizia, deve imparare a convivere con lo Squilibrio e ammetterne l’esistenza. Magari potrà anche esistere la gallina che depone uova perfette, ma il più delle volte è possibile che non ci sia lo stesso peso su entrambi i piatti della Bilancia della Giustizia. Cosa si fa in questi casi? Che dice la coscienza?, si domanda uno sconsolato e sperso Poirot. Semplice: si smette di seguire la Ragione. E si iniziano ad ascoltare le ragioni del cuore. Per Hercule, il miglior detective al mondo, all’inizio del film non esisteva Grigio, ma solo Bianco e Nero. Esiste solo quel che è Giusto e quel che è Sbagliato. Alla fine però ammetterà parlando con i colpevoli:
«C’è ciò che giusto, ciò che è sbagliato… e poi ci siete voi».
Certo, qualche difetto fisiologico tipico dei grandi blockbuster hollywoodiani c’è eccome. Come quando Poirot fa scendere tutti dal treno e li fa sedere in un’ambientazione decisamente scenografica. Perché lo fa, oltre che deliziarci a livello visivo? Nessun altro motivo rintracciato! Ma questi difetti tutto sommato li perdono, rendendomi conto per una volta di trovarmi in presenza di un remake che andava fatto, perché risponde alla necessità di riammodernamento di quella data storia. Perché prende quella storia arcinota e conosciuta e la osserva sotto un’altra ottica, traendo spunto per un messaggio di una potenza impressionante. C’è ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, dicevamo. Ma quando si parla di remake, ci sono soprattutto sbagli. Beh, NON in questo caso! Nel caso di «Assassinio Sull’Orient Express» del 2017 abbiamo, finalmente, un remake giusto!

Quanto invece ad «Assassinio Sul Nilo» del 2022? In cosa si differenzia dal suo omonimo predecessore, diretto in questo caso da JOHN GUILLERMIN, e realizzato più di 4 decadi prima?
Anche in questo caso il “vecchio” batte il “nuovo”. Fin qui nulla di sorprendente, dato che «Assassinio Sul Nilo» del 1978 è e rimane il MIGLIOR FILM MAI TRATTO DA UN’OPERA DI AGATHA CHRISTIE. Emana un fascino immortale che non invecchierà mai.
Indipendentemente comunque dal fatto che la sfida fosse già persa in partenza, purtroppo ci tocca usare parole ben diverse rispetto al confronto di prima. Nessuna volontà, nel caso di «Assassinio Sul Nilo» del ’22, di rendersi artefici di un reale aggiornamento al presente del predecessore, dato che ne esce fuori un film alquanto noioso e poco scorrevole che si perde in lungaggini inutili e applica tutta una serie di cambiamenti senza capo né coda rispetto alla Storia originale. Cambiamenti non solo sono fini a sé stessi, ma pure dannosi per quanto riguarda il ritmo della pellicola.


Trattasi, a mio modo di vedere, di un flop che peraltro rende prevedibilissimo e scontato il caso al centro dell’intreccio. L’intuizione intelligente e indovinata di dare più spazio al privato di Poirot, viene qui portata alle sue estreme e nefaste conseguenze: gli viene lasciato così tanto spazio che sia la Storia sia il personaggio ne risentono terribilmente. Il solo aspetto che può essere salvato è quello visivo, ma davvero nient’altro.
Pure le interpretazioni attoriali evidentemente risentono pesantemente di tutti i difetti di questo film e della sua gestione, e non sembrano particolarmente ispirate, per quanto trattasi anche in questo caso di un cast d’altissimo livello: Gal Gadot, Letitia Wright, Annette Bening, Russell Brand ed Armie Hammer. Menzione speciale la meritevole Emma Mackey che raccoglie un testimone molto difficile, e cioè il personaggio che una volta era stato interpretato da Mia Farrow. La splendida Farrow resta superiore ovviamente, ma la Mackey ci sa stupire ed emozionare. Il Branagh attore naturalmente non può che risultare perdente se confrontato con il MIGLIOR HERCULE POIROT DELLA STORIA DEL CINEMA, se non addirittura mi verrebbe da dire IL SOLO E UNICO VERO HERCULE POIROT!!! Sto parlando di quello interpretato nel film del ’78 da PETER USTINOV!!!
Chissà, probabilmente sono stati gli enormi incassi che si è portato a casa il film del 2017 a influenzare negativamente la gestione di quello del ’22. Purtroppo, non si capisce troppo bene perché, quando ci sono di mezzo i soldoni la gente impazzisce e inizia a fare schifezze.
Possiamo trarre comunque una preziosa lezione:
Raccontare di nuovo vecchie storie va bene. Farlo perché non si ha altro da raccontare è sbagliato. Raccontarle perché si può fare qualcosa di nuovo pur guardando al vecchio è meraviglioso.
Vedremo dunque cosa ci riserverà il futuro del Cinema e del Giallo.


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