Il martello impietoso

DI EDOARDO VALENTE

Accade il 21 maggio 1972: Gesù Cristo, risorto, distrugge l’effige che lo raffigura morto tra le braccia della madre.

La statua in questione, la Pietà di Michelangelo Buonarroti, che si trova nella basilica di San Pietro, viene vandalizzata, colpita ripetutamente, ma solo la Vergine è vittima di questa aggressione, non il corpo morto del Cristo, che, d’altronde, è risorto, e prende a martellate la madre.

Ma come siamo arrivati a questo? Chi è stato – davvero – a compiere questo gesto?

Facciamo qualche passo indietro.

Michelangelo a ventidue anni si trova per la prima volta a Roma, e lì gli viene commissionata, tra le altre opere, quella che, due anni dopo, lo consacrerà all’arte della scultura, realizzando una delle opere più rappresentative di quel periodo. 

Una Pietà. È il 1499. 

Oggi è nota come Pietà vaticana, anche per distinguerla non solo dalle altre Pietà esistenti, ma anche dalle altre realizzate da Michelangelo.

Il celebre artista rinascimentale, lo sappiamo, aveva una particolare concezione della sua attività. 

Era convinto che l’opera che doveva realizzare abitasse già nel blocco di marmo – per questo frequentava le cave toscane, per scegliere il blocco in prima persona – e poi da quel blocco Michelangelo toglieva l’eccesso, facendo emergere la figura, liberandola dalla sua prigionia.

La testimonianza di questa sua idea l’abbiamo anche in uno dei suoi sonetti. Meno nota e poco considerata, infatti, è la produzione poetica di Michelangelo che, è evidente, si è dedicato ad ogni forma d’arte.

E nel sonetto 151 spiccano per fama i quattro versi iniziali:

Non ha l’ottimo artista alcun concetto

ch’un marmo solo in sé non circonscriva

col suo superchio, e solo a quello arriva

la man che ubbidisce all’intelletto.

Versi nei quali, appunto, emerge la sua concezione della scultura: l’artista non possiede idee che già il marmo non possegga, e che l’artista raggiunge con la mano guidata dal suo intelletto.

E dalla pietra è emersa una Vergine dal velo sinuoso, giovane, immacolata, sul cui grembo è adagiato il figlio, morto, la marmorea carne che si piega ai movimenti, il corpo abbandonato, le vesti stropicciate, e il volto di lei in muta sofferenza.

E poi, di colpo, quattrocentosettantatré anni dopo, un colpo viene inferto, e poi un altro, e un altro ancora, fino a dodici. Poi l’uomo, capelli lunghi, barba, viene fermato, e arrestato.

Scopriamo la sua identità.

László Tóth è un geologo ungherese, naturalizzato australiano, Paese in cui non può esercitare la sua attività, ed è costretto a fare l’operaio.

A trentatré anni va a Roma, si presenta a San Pietro, e dice di voler incontrare il Papa: lui è Gesù Cristo, ed è vivo.

Tóth, dopo questo episodio, viene allontanato, ma rimane a Roma, e quasi un anno dopo torna a San Pietro, armato di martello, e impietosamente colpisce dall’alto la Pietà di Michelangelo.

Il velo viene scalfito, il naso si stacca, seguito da una palpebra, e poi dal braccio sinistro. La statua è sfigurata, irrimediabilmente.

Ma un giovane allievo dei vigili del fuoco accorre e ferma il vandalo, che viene strattonato dalla folla, finché le autorità non intervengono e lo portano via. Nella confusione alcuni turisti americani raccolgono da terra dei frantumi della statua, come speciale souvenir di quella surreale giornata (in seguito, pentiti, li rispediranno alla Santa Sede).

E mentre László Tóth viene interrogato sulla follia di quell’azione, in San Pietro ci si interroga su come reagire ai danni.

Nelle mie ricerche in merito a questa vicenda, mi sono imbattuto in un documentario disponibile negli archivi della Rai, a opera di Brando Giordani, dal titolo evocativo La violenza e la Pietà. In questo suggestivo documentario, vengono raccontate minuziosamente le operazioni di restauro, le scelte e i risultati del lavoro.

L’opinione pubblica era divisa.

Per alcuni la statua andava lasciata così: definitivamente rovinata, a simboleggiare la violenza che in quegli anni imperversava. 

Gli esperti, invece, si dividevano principalmente in due: quelli che sostenevano un restauro “critico”, che avrebbe lasciato in evidenza i segni delle rotture; e il restauro “integrale”, quello che ha vinto, sostenendo invece di dover riportare la statua al suo originale splendore. Per quanto possibile.

Intanto László Tóth, interrogato, ripropone la sua tesi: Gesù Cristo sono io, sono vivo, non dovete avere dei suoi simulacri.

Chissà, forse perché le sue affermazioni vennero ritenute sintomo di follia, Tóth non fu incriminato, e dopo due anni di manicomio venne rimpatriato in Australia.

Questa, però, non è stata la prima volta che un’opera di Michelangelo è stata vittima di un martello impietoso. È accaduto anche molti anni prima, più di quattrocento.

Papa Giulio II commissiona a Michelangelo la realizzazione di una sontuosa tomba in suo onore. Il primo progetto è molto ambizioso, ma col tempo viene ridimensionato, sempre di più, e viene definitivamente ultimato solamente quarant’anni dopo.

In questi anni Michelangelo ha attraversato periodi di profondo turbamento, specialmente all’idea di erigere un monumento funebre, e alla fine non si realizzano più di sette statue, e solo tre delle quali sono di Michelangelo.
Una di esse, però, è associata alla sua fama tanto quanto la Pietà o il David: mi riferisco, naturalmente, al Mosè.

Ed è proprio dopo aver ultimato questo gigante scultoreo, ammirandone la portentosa barba ricciuta, le vene delle mani, la perfezione di ogni dettaglio che Michelangelo, irato, gli urla: “Perché non parli?”, e gli colpisce il ginocchio con un martello.

In quegli stessi anni, intorno al 1545, porta anche a termine un altro dei più grandi capolavori della storia dell’arte: il Giudizio universale, nella Cappella Sistina, il cui soffitto aveva già affrescato qualche decennio prima.

Dopodiché, dal 1546, Michelangelo entra in una nuova fase della sua vita, non vuole più dipingere o scolpire per gli altri, preferisce dedicarsi all’architettura.

Nel silenzio e nel buio del suo studio, però, solo per sé, ancora scolpisce, e realizza quelle opere che ricordiamo per portare uno stile unico e mai eguagliato: il non finito.

Michelangelo sentiva di non poter essere davvero compreso dai contemporanei, così come, probabilmente, si sentiva incompreso lo stesso László Tóth.

E mentre, in un caso, un uomo ha tentato di incrinare la perfezione dell’arte, nell’altro un artista ha trovato nell’imperfezione di un’opera incompiuta l’essenza stessa dell’arte.

(Particolare della Pietà Rondanini)

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