DI MIRIAM PAOLETTI
“Il cielo rimaneva lo stesso, sempre lo stesso, alto sull’odio e il sacrificio e l’amore”.

Ravic è un chirurgo tedesco che vive a Parigi illegalmente per sfuggire al nazismo prima della seconda guerra mondiale. Già da questa prima descrizione è possibile derivare l’esistenza passata del protagonista: combattuto nell’esercito durante la prima guerra mondiale, combattuto in Spagna durante la guerra civile spagnola, opposizione al nazismo, cattura e torture da parte della Gestapo, internamento in un campo di concentramento, fuga, e inizio della vita da profugo in numerosi Paesi fino all’arrivo a Parigi.
Premetto, in una parentesi contestuale, il mio rapporto con i libri di Remarque, e, dunque, motivo la scelta di focalizzarmi unicamente su di un solo aspetto del libro. Innanzitutto, è mia opinione che le uniche parole che di questo libro io abbia il diritto di scrivere siano circoscritte alla mia esperienza dello stesso, dal momento che, il resto, tutto il resto, non è di mia competenza: di mia competenza è unicamente la mia esperienza, ed è questo il caso. Infatti, ogni libro di Remarque si accorda, in modo sconvolgente, al mio animo, tanto da sorprendermi ogni volta – per la terza volta a voler essere esatti. Mi sconvolge, tale accordo, perché ho già trovato Marquez, Dostoevskij e Borges, ho già trovato chi mi ha trafitto il cuore: Marquez, la cui realtà magica giustifica il mio modo di esistere, l’animo degli uomini di Dostoevskij e l’infinità delle impalcature e delle costruzioni solo immaginabili di Borges. Li ho già incontrati, e il resto può toccarmi, ma non coincidere assurdamente con la mia anima così come avviene con questi tre amati autori. Remarque, infatti, non mi riempie, ma in qualche modo il suo tocco è più insistente di quanto riesca a comprendere, perché in lui intuisco di riconoscere la medesima malinconia e cupezza. Ed è qui il punto: scriverò di Remarque la mia esperienza di Remarque, e questo perché quelle esatte frasi con cui dice l’amore, con cui dice la continua inquietudine della solitudine, la paura, l’ossessione irremovibile, il dolore e l’abbandono, quelle frasi si sono sovrapposte alla mia vita, poiché quelle frasi sono il modo esatto – la medesima intensità, tonalità emotiva – con cui io direi l’amore, l’inquietudine della solitudine, la paura, l’ossessione irremovibile, il dolore e l’abbandono. Ciò mi sconvolge: queste frasi sono la cupezza, sono la malinconia.

La considerazione su Remarque si sviluppa attorno alla condizione di profugo del protagonista. Da questa condizione, ho derivato il suo e il mio modo di stare, che io credo conseguire dalla solitudine.
Ravic è sradicato dal suo tessuto sociale e vive in un contesto che non lo riconosce: può creare amicizie, legami, rapporti, ma la distanza che lo separa dagli altri è incolmabile così come è ineliminabile la sua condizione di profugo, avente avuto, cioè, altra vita non condivisa con chi è immediatamente presente; Ravic non è esistente nel modo in cui si possono riconoscere come esistenti gli individui radicati in un tessuto sociale, dal momento ch’egli non ha condiviso spazi, luoghi, vicende nel passato; Ravic è inevitabilmente qualcosa d’altro, rimanda ad altro di inesistente agli occhi altrui, e perché c’è questa differenza sostanziale, Ravic non è disponibile nei confronti dell’immediato. Sta in mezzo alle persone differentemente da come queste stanno fra di loro, poiché il suo non è un darsi a loro, ma un stare senza dare, senza una reale apertura, senza una condivisione. L’indisponibilità è la negazione del radicamento in altro che da sé, volendo rispettare la lontananza che di fatto sussiste, preservare e tutelare quel sottofondo di dolore, di malinconia.
L’indisponibilità si riflette sulla mente, nella solitudine che diviene forma della mente stessa: l’insignificante e le cose grandi mutano nel loro rapporto e s’invertono di ruolo. Questo riflettersi è ciò che di Ravic mi interessa.
Ravic perde il mondo, e lo lascia cadere volontariamente così come si recidono i fili, perché non può permettersi di mantenerlo entro la sua mente così come esiste nel modo delle persone radicate, a costo d’escludersi, poiché il contrario comporterebbe la pazzia.
Nella testa di chi è radicato il mondo è quello della relazione: gli individui, posti in relazione fra di loro, hanno le loro aspettative, usi, costumi, modi di dire, obiettivi e priorità, si pensa a ciò che deve essere fatto, deve essere fatto ciò che conduce da qualche parte e la direzione è data dalla meta, e in questo camminare si crea il proprio sostrato sociale, venendo, piano piano, ad appartenergli.
Ravic non può esistere così, e deve lasciar morire il mondo della relazione per non averlo nella testa così come è per gli altri. Il mondo intero muore e rimane solo l’esistere dell’insignificante, l’accadere pacato delle cose, il semplice succedersi di un istante all’altro, il sospendersi lungo la superficie di questo mutare. Deve rimanere l’insignificante e non l’intera altra vita che Ravic ha vissuto – il suo passato, tutte quelle altre isole – perché di nuovo si rischierebbe di impazzire, e il profugo non può permetterselo: il profugo non può portarsi dietro niente, e deve imparare a bastare a sé stesso tirando fuori l’insignificante, l’espressione della propria impronta su quanto si vive, che altrimenti sussisterebbe soltanto come mero sottofondo continuamente calpestato dalla frenesia del mondo degli altri. Questo vedere i granelli della luce dei lampioni, le foglie accartocciate costrette lungo i cigli delle strade, l’intersecarsi delle linee nel succedersi di un arco, un balconcino, una chiesa abbarbicata sulla tettoia di una casa, il mutare del colore e i suoni che discendono dalle finestre abitate la sera, le scalinate che sprofondano negli abissi della città non vista o quelle che, improvvisamente, fra strade e mura e pareti, si impongono con la loro altezza per condurre al cielo. Cade il mondo degli altri, cade dalla propria mente, e rimane tutto questo insignificante, il semplice, il nulla, ciò che è privo di importanza, se non quella d’essere capace di riportare chi sta vedendo, vivendo, sentendo, a sé stesso, proprio in virtù di questa insignificanza.
Caduto il mondo, cessata l’attesa straziante del coincidere delle scelte, ora che non c’è più nessuno nella testa, risorge la solitudine e il dialogo con Dio, e la mente può finalmente essere vissuta come pace. E si può ancora vivere. E si può, da questo punto, immaginare di costruirsi il proprio posto nel mondo.

Esistiamo solo io e te,
Dio
Te lo dovrò dire, prima o poi
Siamo il Babbo Natale dei bimbi
Siamo parola che scompare
Sulla bocca dei muti il pulviscolo
Nella luce o le morte pause
Strappate.
Non possiamo far altro che volere che qualcun altro esista come noi.
Ma
Se potessi usare queste mani
Costruirei
Impalcature che tocchino il cielo
Ponti verticali, stalattiti di colori ineludibili e
Splendenti soli,
Su su su oltre questo camminare di formiche,
Salirei qualsiasi gradino,
Se potessi ingoiare un’altra volta le anime
Di questi occhi gialli che piangono riverberi
Di stelle.
Al di là del mio cuore contratto.
Al di là da qua, cessata.
Solo per penetrarti e ridurmi al tuo centro
Arriverei da te
con te per nascondermi.
Da qua,
Non devo più ascoltarvi forse c’è troppa luce
Ma da qua, non devo più capirvi posso
Forse è troppo etereo
Non toccarvi
Posso non guardarvi
Posso! Posso posso. Posso
maledettamente, posso
Chiedermi
Quando passerà il prossimo gabbiano?
E non lascerò nessun biglietto! Divertitevi
A ingozzarvi di pubblicità e frasi da baci perugina: la bocca è finalmente morta
Io non sono più,
Sono nulla, sono lontana, io non sono più.
Noi due esistiamo, Dio, lo sai?
Non te
Non io
Ma i gradini?
Quelli esistono se io li cerco in ogni strada?
Lo sai?
Io no
Tu…
Amen


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