DI EDOARDO VALENTE
È una cosa universalmente nota che il 25 dicembre sia il giorno di nascita di una persona speciale. No, non quel tuo amico nato il giorno di Natale che molto banalmente si lamenta del fatto che riceve regali solo una volta all’anno. E no, neanche Gesù di Nazareth, che per quanto sia importante per la storia dell’umanità, non sarà l’argomento di oggi.
C’è stata un’altra persona, nata il 25 dicembre, senza padre (è morto prima della sua nascita) che ha avuto un grande impatto nella storia dell’umanità: Isaac Newton.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: sì, Newton è “quello della gravità”, e per tante persone è anche “quello della mela che gli cade in testa”, ma ovviamente questa storia della mela è pura invenzione narrativo-scenografica, quindi togliamocela subito dalla testa (letteralmente).
Quando pensiamo ad Isaac Newton con l’ottica della cultura generale, è facile tratteggiarne un profilo semplicistico: un grande scienziato, che ha “scoperto” la forza di gravità, che ha fatto tante altre cose matematiche e fisiche, e che ha passato l’intera vita da solo, con i suoi calcoli.
Questa immagine così tratteggiata è giunta fino a noi con lo stratificarsi della cultura nei secoli. Con l’avvento dell’Illuminismo, Newton è stato eletto a nume tutelare della scienza, figura profetica del calcolo e del meccanicismo, fondatore di una scienza nuova. Cose in parte vere.
Ma con il passaggio al Romanticismo, una tale immagine è stata fortemente combattuta. Il poeta inglese William Blake ha realizzato un dipinto in cui un gigante nudo ripiegato su sé stesso è intento a fare dei calcoli con un compasso. Il titolo dell’opera ci spiega chi è quel gigante: Newton.

Secondo la visione di Blake, Newton ha ridotto lo sguardo umano alla pura analisi del mondo, di un mondo che andrebbe vissuto attraverso i sensi, la visionarietà.
Un altro poeta romantico (a me molto caro), John Keats, nella poesia Lamia parla della scienza newtoniana come di ciò che ha tolto meraviglia alla realtà. Così come Newton ha scoperto che la luce, quando scomposta attraverso un prisma, si propaga nei sette diversi colori, allo stesso modo lo sguardo scientifico scompone il mondo nelle sue essenze materiali, togliendoci la possibilità di emozionarci di fronte alla vista di un arcobaleno.
Questo tipo di polemica, però, è conseguenza di un errore, che non è un errore del Romanticismo, ma dell’Illuminismo. Aver mitizzato la figura di Newton, rendendolo l’esempio per eccellenza dello scienziato, ha fatto sì che la critica romantica all’Illuminismo passasse attraverso quel suo simbolo identificativo.

E cosa ha nascosto, omesso, insabbiato la presunta razionalità settecentesca?
Ci ha privati della splendida complessità di Isaac Newton, estremamente lontano, di fatto, dal mito razionalista e dalle critiche romantiche.
A darci un primo, formidabile, segnale di questo errore è stato l’economista John Maynard Keynes, negli anni ’40 del Novecento.
Ma prima di arrivare a lui bisogna fare un passo indietro.
Alla morte di Newton (si comincia sempre da una morte) i suoi scritti inediti vengono letti alla ricerca di qualche teoria rivoluzionaria e sorprendente tanto quanto quelle che aveva pubblicato in vita. Teorie che sono state trovate, ma non erano esattamente ciò che si aspettavano di trovare.
Specialmente, dopo un secolo di revisionismo razionalista, quando di nuovo si andò a sbirciare nel baule che conteneva le carte di Newton, il coperchio fu subito richiuso con sgomento.
Quasi la stessa cosa avvenne ancora nel 1888, quando una commissione creata appositamente rese pubblici i contenuti di quegli scritti. L’università di Cambridge, ideale destinataria dei manoscritti, decise però di tenerne solo una parte, ovvero quelli in cui gli argomenti principali erano la matematica e la fisica, tralasciando tutto il resto.
Ma che cos’è questo “resto”?
Lo si scopre finalmente, e pubblicamente, nel 1936, quando questi documenti vengono messi all’asta, e in parte sono acquistati dall’orientalista Abraham Yahuda, in parte da Keynes.

I testi acquistati da Yahuda trattano principalmente di teologia; quelli acquistati da Keynes trattano principalmente di alchimia.
Ora, se si pensa a Newton come ce l’hanno voluto descrivere gli illuministi, certo ci può suonare strano che questo emblema di razionalità, scientificità, ecc, si occupasse (e non solo nel tempo libero, ma spesso e con convinzione) di alchimia e di questioni teologiche.
Eppure, è così; e come preannunciato, a darcene una grande dimostrazione è stato proprio Keynes.

La Royal Society aveva programmato, nel 1942, a trecento anni dalla nascita di Newton, una celebrazione in onore di quello che fu uno dei suoi grandi, storici presidenti.
The Royal Society of London for Improving Natural Knowledge (la Reale Società londinese per lo sviluppo della conoscenza naturale) è stata – ma in realtà è tutt’oggi – un’associazione scientifica fondata da diversi accademici nel 1660. Nasceva come conseguenza del cosiddetto Invisible College, che era un’associazione che potremmo definire segreta, per il semplice fatto che non era ufficializzata come la Royal Society, ma di fatto era una rete di conoscenze tra studiosi di materie scientifiche.
Tra i suoi fondatori è importante ricordare Robert Boyle. Egli è una figura che in qualche modo ricorda da vicino il nostro Newton. Anch’egli studioso di matematica e fisica, anch’egli interessato all’alchimia e alla teologia; ma le scoperte di Boyle furono rivoluzionarie proprio nel campo della chimica, che riteneva dovesse essere separata dall’alchimia, poiché con l’alchimia non si riusciva ad arrivare a nulla di concreto, mentre con la chimica sì. Considerato, infatti, il fondatore della moderna chimica (insieme, aggiungo io, a Lavoisier, un secolo dopo) ha per primo sostenuto che la materia non è interamente composta dai quattro elementi, ma dagli atomi.
(Sembra assurdo, a pensarci, che quelle teorie che lui confutava nel XVII secolo si rifacevano ad Aristotele, vissuto nel IV secolo a. C.; mentre le nuove teorie che ha dimostrato sono per noi oggi cosa ovvia, a soli quattro secoli di distanza.)

Per tornare a Keynes, il grande economista scrive un discorso da tenere in occasione di questa celebrazione, che però a causa della Seconda guerra mondiale, dal ’42 slitta al luglio ’46, che sarà purtroppo tre mesi dopo la morte di Keynes.
Quello che aveva scritto, però, è di grandissimo interesse e fascino.
Lui, che ha avuto modo di vedere con i suoi occhi i simboli alchemici vergati da Newton in persona (per la maggior parte li ricopiava, non li inventava) esordisce dicendo che si è fatto un’immagine diversa rispetto a quella che di solito si ha di Newton.
Nel periodo successivo alla sua morte, Newton è stato considerato – lo si diceva all’inizio – il primo grande scienziato dell’età moderna, probabilmente il più grande di tutti. Ma, ci dice Keynes, non è così.
“Newton non fu il primo dell’era della ragione. Fu l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei Babilonesi e dei Sumeri, l’ultima grande mente che guardò al mondo visibile e intellettuale con gli stessi occhi di coloro che iniziarono a costruire la nostra eredità intellettuale poco meno di 10.000 anni fa”.
Che frase meravigliosa! Che opinione inaudita, ma perfetta! Questo è il cuore di ciò di cui ho tentato di parlare con queste mie parole, che servivano solo a dare un contesto a quelle di Keynes.
Ed è qui che sta il punto: Newton, ma anche Boyle e la maggior parte dei loro contemporanei, che noi indiscriminatamente chiamiamo tutti scienziati, erano per lo più dei filosofi della natura. Ovvero, indagavano la realtà attorno a loro con uno sguardo completo, abituato alla complessità, ma con la volontà di tenere insieme tutte le sfaccettature del reale che sapevano come accettare.
Siamo noi, figli della razionalità illuminista, della ribellione romantica, del rigore positivista; noi figli di una cultura che ci ha abituato a separare ciò che sembra non assomigliarsi, che non siamo in grado di capire chi era Newton, e perché era così.
Newton voleva capire il mondo, nella sua interezza. E il suo non solo era uno sguardo assoluto, ma anche rivoluzionario in tutto. Ha fondato la meccanica classica. Detto così non rende l’idea, certo, ma detto in altre parole significa: ha fondato un nuovo modo di concepire il mondo.
Solo Einstein è stato in grado di rompere il perfetto ordine newtoniano della realtà, ma di questo parleremo magari un’altra volta.

E poi, Newton non si è fermato alla fisica e alla matematica, è andato anche oltre ciò che, apparentemente, i suoi calcoli potevano dimostrare. Perché con alambicchi e calderoni, seguendo precise istruzioni, ha cercato anche lui di trovare la pietra filosofale, e pare che in uno di questi suoi esperimenti alchemici si sia avvelenato con il mercurio, cosa che ha avuto ripercussioni sulla sua psiche.
Cercava un fondamento dimostrabile anche nelle Sacre Scritture. Per Newton non solo la Bibbia, ma anche altri testi antichi andavano presi alla lettera, e considerati come fonti storiche attendibili. Da qui derivano le sue teorie teologiche anti-trinitarie (d’altronde, come può il monoteismo cristiano concepire una divinità che è trinità?), e i suoi minuziosi calcoli a partire dall’Apocalisse di Giovanni, che vedono accadere questo evento nel 2060.
Addirittura, quando un religioso gli ha chiesto, insomma, cos’è questa forza di gravità di cui lui tanto parla, di cui ha calcolato il valore, e tutto il resto, Newton ha risposto: “Non lo so”.
In che senso non lo sa?
E allora tutti quei calcoli? Tutte quelle formule che ci fanno studiare anche a scuola, quella forza di gravità che si misura in N (newton), quella teoria forse un po’ copiata da Robert Hooke; allora cos’è tutto ciò?
Queste sono conseguenze, sono il risultato di anni di studio, in cui Newton è riuscito, effettivamente, a dimostrare qualcosa attraverso i suoi calcoli, l’esistenza di qualcosa, di una forza, da molti anche considerata sospetta, poiché agisce a distanza (elemento tipico della magia). Il matematico olandese Christiaan Huygens scrisse in merito che non era per niente convinto “di tutte le teorie che Newton basa sul suo principio di attrazione, che mi pare assurdo”.

Nel rispondere per lettera ad alcune domande di un teologo, Richard Bentley, che gli chiedeva di andare all’origine di questa forza di gravità, di trovarne la causa prima da filosofo della natura quale era, Newton risponde in questo modo:
“Non sono tuttavia ancora riuscito a dedurre dai fenomeni la causa di queste proprietà della gravità, e non invento ipotesi (hypotheses non fingo)”.
E, poco dopo, aggiunge:
“Ed è sufficiente che la gravità esista realmente e che agisca secondo le leggi da noi disposte, e che basti a spiegare tutti i moti dei corpi celesti e del nostro mare”.
Non era escluso, tra l’altro, che questo ordine cosmico di cui Newton era riuscito a individuare delle leggi, fosse retto costantemente in equilibrio da un Divino Architetto, che con un’opera di miracolo costante evita che le stelle cadano l’una sull’altra.
Subito dopo aver descritto Newton come “l’ultimo dei maghi”, Keynes continua dicendo:
“Isaac Newton, un bambino postumo nato senza padre il giorno di Natale del 1642, fu l’ultimo bambino prodigio a cui i Magi poterono rendere un omaggio sincero e appropriato”.
Eccoci, in qualche maniera contorta, tornati al Natale.


C’è però ancora una cosa da aggiungere, un altro, singolare, interesse di Isaac Newton che ancora non è stato citato: la cronologia.
Cosa si intende con questa disciplina? In breve: lo studio, l’organizzazione, la datazione, la sincronizzazione degli eventi in diverse civiltà antiche.
Insomma, oggi se ce ne si fa qualcosa è più a livello storico, geologico; ma per Newton era un ulteriore metodo per individuare un ordine del tempo voluto da Dio.
Ciò che raccontano le Scritture, le testimonianze degli antichi – del cui sapere, tra l’altro, Newton si riteneva erede e riscopritore –, venivano considerate come realtà storiche, che in parte si manipolavano, per far coincidere importanti avvenimenti di diverse civiltà in contemporanea.
Una cosa che studia la cronologia, tra l’altro, è il modo in cui il tempo viene organizzato dai nostri calendari, il fatto che venga posto ad un certo punto un “anno zero”, e come, di conseguenza, il nostro calcolo del tempo sia modificato.
L’Impero Romano d’Occidente, ad esempio, utilizzò il calendario giuliano, che prende il nome da Giulio Cesare che lo impose, ma che fu ideato dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria.


Poi, dal XVI secolo, in Europa si è diffuso un nuovo tipo di calendario, quello gregoriano (da Papa Gregorio XIII), che correggeva le imprecisioni del calendario giuliano e permetteva un migliore allineamento con l’anno astronomico e con le stagioni.
La cosa interessante, però, è che all’epoca in cui è nato Newton, l’Inghilterra non aveva ancora adottato il calendario gregoriano, utilizzava ancora quello giuliano. È solo attraverso questa datazione, quindi, che Newton è nato il 25 dicembre 1642, poiché se si adatta all’altro calendario, il giorno di nascita diventa il 4 gennaio 1643.
Insomma, per una questione di cronologia, non solo Newton perderebbe parte del suo fascino messianico, ma questo mio intero articolo non avrebbe motivo di venire collegato al giorno di Natale.
E invece un motivo c’è, ed è paradossalmente nascosto in questi stessi studi newtoniani non convenzionali, segreti, o meglio, celati agli occhi del grande pubblico, come se non ci fosse concesso ammettere che Newton incarnava la complessità dell’umano, l’insaziabile sete di conoscenza, la volontà di scoprire e svelare tutte le leggi che reggono l’universo.
Così come era errata la visione illuminista, che lo vedeva come puro genio razionale, è errata un’interpretazione che, di contro, propenda verso una lettura esoterica, per via dei suoi interessi per l’occulto.
Newton vive in questa ambiguità, in questa complessità che non dobbiamo ridurre a mere immagini inconciliabili tra loro.
Dobbiamo, piuttosto, immaginarlo come un unico raggio di luce, che, se filtrato dal prisma della nostra curiosità, svela il suo spettro di magnifici colori.


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