La Piccola Ombra (Banana Yoshimoto)

DI GIOSUE’ TEDESCHI

Come disse una scrittrice una volta “in Giappone sembra che tutti vivano negli interstizi del mondo“. Come darle torto. Non sono in alcun modo un conoscitore di autori giapponesi anche se, col tempo, mi ci vedo a diventarlo. Penso che molta di questa “interstiziosità“, molto di quello che si intende con questa frase, sia dato da una barriera culturale. Dalle imprescindibili differenze tra il giapponese come lingua e, almeno, l’italiano. Trovo che per le traduzioni, per quanto ben fatte ed accurate, sia impossibile trasmettere quello che davvero le parole dicono in giapponese. Si può, magari, comunicare il significato. Il soggetto di cui si parla. Tuttavia qualcosa manca sempre. 

Quello che penso sia impossibile trasmettere traducendo il giapponese può essere chiamato il “modo di comporre le frasi“. Direttamente legato al “modo in cui si pensa al mondo“; in un discorso più generale si potrebbe dire che la lingua che parli condiziona il tuo modo di vedere le cose. È come scegliere un posto a teatro: dalla platea, dalla balconata, da dietro le quinte. Tutti vedono lo stesso spettacolo, gli stessi attori che pronunciano le stesse battute. Infatti, bene o male, sulla storia ci si capisce e si può tutti concordare senza ambiguità. Quando però si cerca di capire se un personaggio sia andato a destra o a sinistra, avanti o indietro, se abbia cacciato la pistola dal cassetto o se invece abbia allontanato il cassetto dalla pistola, ecco lì i dubbi sorgono. 

È inevitabile che uno scrittore impregni i suoi racconti della filosofia della sua lingua. Qui accade qualcosa di interessante. Come disse qualcuno: “La filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità”. Quello che contraddistingue i grandi scrittori è allora il saper immergersi nella filosofia della propria lingua e lasciare che questa guidi i racconti che scrivono. «Che orrori escono quando ci si oppone alla corrente!» direi se questo fosse un giornale scandalistico. Sfortunatamente nulla è bianco, e ancor più sfortunatamente nulla è nero. 

Nella letteratura che, chissà, pare parli della verità, magari anche di quella con la V maiuscola, non ci sono regole. Ci sono cose che funzionano e cose che non funzionano.

Dire qualcosa di più che generalità porta inevitabilmente all’errore. Solitamente, la maggior parte, in gran numero, statisticamente, per quello che si dice, il tutto all’interno della mia esperienza ovviamente, è vero questo: chi scrive secondo le regole della madrelingua fa un buon lavoro. Adesso arrivo al punto. Nel leggere Yoshimoto non ho potuto fare a meno di compararla con Murakami. Quasi neanche l’ho fatto volontariamente. Leggendo il suo “La Piccola Ombra” mi sono trovato esposto, mi è praticamente saltata addosso!, una visione della vita che avevo già visto ad esempio in “Kafka sulla spiaggia“. 

Quando scrive:

Ebbi un’illuminazione: il motivo per cui si era opposta alle nostre nozze era esattamente lo stesso addotto per i takoyaki.

Si legge (a pagina 60, se qualcuno volesse andare a leggere l’intero paragrafo a cui mi riferisco) non soltanto una grande intelligenza emotiva ma una sorta di ascolto attivo, di ricerca nell’altro che è ricerca in sé stessi. Con uno stile proprio, riconoscibile e che non ha nulla da spartire con l’altro sopraccitato romanziere, Yoshimoto ci accompagna nel viaggio di una vita come tante. Durante il cammino ci fa notare una cosa particolarissima, una piccola ombra. Prende metà, forse anche meno, dell’ombra normale della persona. È una piccola zona più scura del resto, facilissima da lasciar perdere nella vita frenetica di tutti i giorni. Però quando la vedi… Forse diventa come una zia povera (cliccare qua).

Così ti lascia a chiederti: qual è la mia piccola ombra? Cos’è che non mi fa tornare a casa quando mi stanno aspettando? O, al contrario: cos’è che mi spinge a continuare ad aspettare mio marito per cena, se so che non tornerà? Dalla lettura di questo libricino sembra che la conoscenza di te stesso sia inscindibile dalla conoscenza dell’altro. E magari è davvero così. 

Ti saluto con un’altra piccola citazione che mi sembra arrivare da un tempo lontanissimo:

Ciao, tu.

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