Lo “spauracchio” del corsetto: miti e false leggende di un indumento incompreso.

DI LAURA PICCIONE

Quante volte vi è capitato di vedere in un film scene estreme in cui la malcapitata protagonista di turno si trova costretta a sottostare al giogo delle sue aiutanti che le si raggruppano intorno per allacciarle un corsetto? Che si tratti di una delle prime scene in cui viene introdotta Elizabeth Swann ne I pirati dei Caraibi, di Via col Vento o dell’esperienza raccontata da Emma Stone dopo aver recitato ne La Favorita, nella maggior parte dei casi la povera donzella dà un ultimo respiro prima di ricevere un ginocchio nella schiena e l’avvertimento della sua cameriera che sta per tirare i lacci del corsetto fino a toglierle il fiato. Ma a pensarci bene, era davvero così scomodo indossare un corsetto? 

Questo capo in particolare preesiste all’epoca vittoriana (1837-1901) ma raggiunge in questo periodo il suo picco di fama, per poi assumere linee meno curve e accentuate, più lineari, in epoca edoardiana (1901-1910). Dal 1910 in poi, andò sempre di più a perdere fama rispetto alla nuova invenzione del tempo, il reggiseno, e ai nuovi standard di bellezza, che nei roaring twenties assumono l’ideale di un corpo rettangolare alquanto boy-ish. In mancanza di un indumento quale il reggiseno, in epoca vittoriana il corsetto era esattamente il tipo di vestiario che aiutava le donne sia con la postura sia con un adeguato supporto del seno. Le immagini che il termine “corsetto” evoca nella mente della maggior parte delle persone sono molto probabilmente quelle di una vita sottile oltre l’umanamente possibile, di organi interni spostati, costole rimosse e donne svenute a terra. L’ideale di un corpo a clessidra e di una vita stretta era sicuramente in voga al tempo, ma la maggior parte delle volte il risultato era ottenuto attraverso “illusioni” ottiche, piuttosto che permanenti danni al corpo. 

Un corsetto non andava mai indossato a contatto con la pelle (al contrario dell’esperienza sfortunata dell’attrice Dakota Fanning, che racconta dei segni che un corsetto usato per un ruolo era solito lasciarle sulla pelle), bensì sempre infilato come undergarment da sopra camicie di lino: al tempo lavare gli indumenti era senz’altro più oneroso, così queste camicie avevano il compito di assorbire il sudore della pelle, fornendo da barriera per il resto dei vestiti, che venivano dunque lavati meno spesso. Il corsetto veniva accompagnato anche da imbottiture e crinoline, a seconda della moda di quegli anni, che contribuivano, allargando la figura in alcuni punti, all’illusione di un punto vita ancora più stretto. 

Uno dei miti comuni vuole che i corsetti con la chiusura sul retro fossero per le donne di classe sociale più importante, dal momento che queste venivano vestite appositamente da cameriere, mentre quelli con i lacci sul fronte fossero per le donne più povere che non potevano permettersi un aiuto: in realtà, per qualsiasi donna era perfettamente accessibile infilarsi un corsetto da sole, semplicemente legandolo in maniera più libera sul davanti, facendolo poi ruotare e infine stringendo da dietro i lacci già predisposti. 

La struttura rigida ma allo stesso tempo flessibile del corsetto era data dalle ossa di balena cucite al suo interno: ogni corsetto richiedeva l’esperta manodopera dei cosiddetti staymakers, ed era accuratamente costruito per accomodare la forma del corpo della donna che lo aveva richiesto.

Il corsetto ideale perciò veniva creato su misura, come potremmo immaginare oggi un tailleur fatto da zero in sartoria solo per voi: l’esperienza negativa di svariate attrici sul set probabilmente è derivata dalla mancata precisione nella creazione di un corsetto in grado di accomodare quel corpo specifico. La flessibilità di un corsetto dava supporto alla schiena e al busto esattamente (e forse di più) come un reggiseno moderno, veniva indossato anche da donne di estrazione sociale più bassa, che lavoravano, mangiavano e trascorrevano la loro giornata senza improvvisi svenimenti: vi erano persino dei corsetti specifici per la gravidanza, che assecondavano le forme della pancia crescente della donna. 

Il tightlacing o corset training, invece, era la pratica di ridurre significativamente la propria vita indossando corsetti via via sempre più stretti: questo esercizio era più estremo e ancora oggi viene usato per ottenere un risultato più radicale, basti pensare all’ultimo look mozzafiato di Kim Kardashian al Met Gala 2024, ma non è da confondere con l’uso quotidiano del corsetto in sé, che lungi dal provocare spostamenti mirabolanti, aiuta chi lo indossa ad avere una postura più composta. D’altronde, seppur con minor attenzione al lato estetico, i busti ortopedici per chi soffre di problemi alla schiena seguono una simile logica.

La pratica sporadica del tightlacing ha contribuito all’immagine della donna vittoriana stretta nella morsa di un corsetto che la strizza, ma forse qualcosa che non tutti sanno è che in epoca vittoriana vi erano già casi di photoshop ante litteram. La prima fotografia scattata in assoluto risale al 1827 ed è intitolata “Vista dalla finestra a Le Gras” e ci vollero ben otto ore per scattarla, ma con lo sviluppo progressivo di questa nuova tecnologia, i vittoriani iniziarono a modificare i negativi cancellando, disegnando e modificando con delle matite l’immagine originale. Sfondi con colori neutri, preferibilmente neri, aiutavano a mascherare queste correzioni piccole ma significative: alcuni libri dell’epoca, come L’arte di ritoccare i negativi fotografici del 1808, hanno dei capitoli dedicati appositamente alla descrizione di come alterare aree quali la vita, il collo, le braccia e i vestiti; il 31 marzo 1892 viene pubblicato in The Journal of the Amateur, The Profession and the Trade un suggerimento su come ridimensionare la vita “applicando modifiche a matita con dei ritocchi simili ad una virgola”. Un passo più ampio recita in dettaglio: 

Make a curved pencil-like line commencing about half-way between the arm and the waist, gradually taking off more of the figure until the waist is reached, then more suddenly curving outwardly again over the hip, tapering off the line gradually. After this graceful curve is made, it is a case of stippling out with a pencil that part of a dress which is cut off into the background, making it match as near as possible.

Dunque, quando vi ricapiterà di vedere in un film o in una serie (e vi ricapiterà) di trovarvi di fronte alla classica scena in cui i lacci del corsetto vengono tirati come delle briglie da carrozza, sarete consapevoli delle piccole inesattezze storiche presenti in scena e potrete condividere la mia frustrazione.

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