Vi siete mai chiesti perché prendiamo il cognome del padre, e non della madre? È così dappertutto, in tutte le culture? Ed è sempre stato così?
Recentemente si è affermata anche in Italia la prassi di attribuire di default entrambi i cognomi ai figli, o addirittura di scegliere in modo esclusivo quello materno. Un cambiamento apparentemente minuscolo, ma che sottende ad una più ampia trasformazione socio-culturale. La si potrebbe definire un passo in avanti verso il futuro, all’insegna della parità dei diritti tra maschi e femmine. Eppure, a ben vedere, stiamo solo tornando indietro, alle origini: non sempre, e non dappertutto, si è assegnato storicamente il cognome paterno. Esistevano culture – e alcune sono ancora presenti sul nostro pianeta – che si basavano sul principio di matrilinearità, ovvero sulla genealogia legata al genitore di sesso femminile [1]. In altre parole, gli antenati nell’albero genealogico si ripercorrevano seguendo la linea materna, e la ricostruzione dei legami di parentela partiva proprio dagli individui di sesso femminile. Un mondo opposto rispetto a quello, forse più noto a noi, di famiglie nobili medievali, caratterizzate da figli maschi prediletti ed eredità riservate agli uomini, salvo eccezioni.
Gli studi antropologici ipotizzano che i primi gruppi di Homo sapiens vivessero in clan matrilineari, nonostante questa teoria non sia condivisa da tutta la comunità scientifica. Comunque, ci sono prove che i clan di cacciatori-raccoglitori primitivi seguissero una regola specifica: dopo il “matrimonio”, si viveva con la linea materna della famiglia. Questo fenomeno accomuna tutti i Primati, fatta eccezione per gli scimpanzè e l’essere umano attuale che, nel corso dell’evoluzione, si sono separati dal resto dei loro simili e hanno privilegiato un’impostazione patrilineare. Il retaggio di questa discendenza permane ancora, tuttavia, in diverse tribù indigene sparse in tutto il globo, come molti gruppi di nativi nord-americani e i Tuareg del Nord Africa.
Fatte queste osservazioni, resta da chiedersi: esistono motivazioni biologiche a supporto di una discendenza da linea materna?O, in altri termini, quali ragioni scientifiche dovrebbero farci propendere per patri- o matri-linearità?
Premesso che si tratta di convenzioni sociali che, seppur fondamentali per definire l’identità culturale di un popolo, non devono essere necessariamente motivate da prove scientifiche specifiche, la genetica sembra fornirci la risposta. Ho sempre trovato curioso il fatto che, a livello genetico, l’individuo di sesso femminile possa trasmettere ai figli alcuni tratti che, al contrario, il padre non può fornire. È come se nel DNA dei figli fosse tramandato di generazione in generazione un pezzo della madre (e non del padre), al pari di un’eredità. Sto parlando del DNA mitocondriale, ovvero del materiale genetico contenuto all’interno dei mitocondri, strutture specializzate delle cellule eucariotiche che svolgono importanti funzioni per la sopravvivenza delle cellule stesse [2]. In particolare, i mitocondri si occupano di produrre energia, di gestire lo stress ossidativo, di controllare le riserve di calcio, di modulare la morte cellulare programmata in risposta a determinati stimoli, e molto altro. Ed essendo organuli così speciali, contengono anche un pezzo di DNA, distinto da quello principale conservato nel nucleo della cellula, che porta le informazioni aggiuntive necessarie alla loro funzione.
Figura 1. Rappresentazione schematica di un mitocondrio all’interno della cellula eucariotica. In evidenza, il DNA mitocondriale (immagine creata con Biorender.com).
I mitocondri del nuovo individuo che nasce provengono tutti dall’ovocita, la cellula uovo materna che, dopo essersi fusa con lo spermatozoo paterno, dà il via alla magia dello sviluppo embrionale. Perché solo la madre fornisce i mitocondri? Potete immaginare la cellula uovo come un regalo che la madre offre al figlio il quale, per potersi sviluppare in modo appropriato, ha bisogno di molte energie. Nell’ovocita si è fatta scorta di nutrienti e di tutte le strutture – compresi i mitocondri – necessarie per dare luce ad una nuova vita. E lo spermatozoo, in tutto questo, come contribuisce? In termini di dimensioni, è molto più piccolo dell’ovocita, quindi non avrebbe spazio per trasportare anch’esso dei mitocondri; contiene quasi solo esclusivamente il suo pezzo di patrimonio genetico da conferire al figlio. Per essere più precisi, anche lo sperma possiede alcuni mitocondri (d’altronde, serve energia per raggiungere l’uovo e fecondarlo), ma questi vengono distrutti poco dopo l’atto della fecondazione. È un contributo sbilanciato, potremmo affermare. Ma così si è evoluta la riproduzione sessuale negli animali, e non ci resta che descriverla. È curioso notare che lo stesso fenomeno si verifica anche nelle piante e nei funghi: tutti abbiamo in comune un’eredità mitocondriale unilaterale, solo ed esclusivamente materna, eccetto rari casi ancora senza spiegazione. Ne consegue che anche eventuali mutazioni svantaggiose nel DNA mitocondriale si trasmettono solo di madre in figli, rendendo possibili analisi genetiche per risalire alle cause di tali alterazioni. Ma anche restando all’aspetto non patologico, tramite il DNA mitocondriale si può ricostruire l’albero genealogico di un individuo attraverso la sua discendenza matrilineare. Questa applicazione pratica può risultare utile in campo forense, ma anche in studi di biologia evoluzionistica e antropologia. Suggestivo è infatti il concetto di Mitochondrial Eve (una Eva mitocondriale), ossia il tentativo di risalire tramite tali analisi genetiche alla più antica antenata comune a tutte le donne della nostra specie. In altre parole, chi è stata la donna da cui tutti discendiamo? Ce lo potrebbe dire il DNA mitocondriale. Nessun legame con la Bibbia, s’intenda…
Per par condicio è doveroso menzionare che anche gli individui di sesso maschile detengono il primato nel trasmettere alla prole un tratto genetico unicamente posseduto dai padri, ovvero il cromosoma Y. E, parallelamente ad Eva, si sta cercando di identificare l’Adamo del cromosoma Y odierno. A differenza del DNA mitocondriale, però, le informazioni contenute nel cromosoma Y non sono così abbondanti: servono soprattutto a definire i caratteri sessuali secondari maschili. Si dice addirittura che questo piccolo cromosoma starebbe scomparendo nel corso del tempo… Ciononostante, alterazioni della struttura di questo cromosoma portano a malattie, suggerendo che la sua integrità sia comunque necessaria per un organismo in equilibrio. Ma il fatto che sia completamente assente negli individui femmina ci ricorda che, probabilmente, non è indispensabile alla sopravvivenza di base.
Figura 2. Gli studiosi di genetica umana sono alla ricerca dei nostri antenati, Eva (a sinistra) e Adamo (a destra), utilizzando il DNA mitocondriale e il cromosoma Y, rispettivamente (immagine creata con Biorender.com).
Concludiamo, quindi, che il ruolo materno non è solo quello di portare in grembo il futuro individuo fino alla nascita, ma anche di trasmettere alle generazioni successive un’eredità genetica che i maschi non possono, per natura, affidare alla prole. Insomma, in un ipotetico scontro maschi vs femmine, le femmine avrebbero stravinto in quanto a vero controllo di ciò che viene trasmesso ai figli, anche in termini di genetica. Eppure, storicamente le società si sono evolute prediligendo, nella maggioranza dei casi, un albero genealogico di base patrilineare. Non ci poniamo l’obiettivo di fare una biologia femminista, ma di riflettere semplicemente su una incontestabile diversità nel ruolo che la madre ha nel dare forma alla prole.
Ma non è finita qui! Come per tutti i fenomeni del reale, anche l’influenza delle madri sui figli può essere spiegata con una legge matematica (recuperate il mio precedente articolo a questo proposito!). In questo caso, parliamo della ipotesi di Trivers-Willard [3]. Formulata nel 1973, questa teoria propone che le madri dei Mammiferi abbiano la capacità di modificare il sesso dei nascituri a proprio vantaggio, in base alle proprie condizioni di vita. Per capirci di più, dobbiamo immaginare che, in condizioni di equilibrio, il rapporto tra figli maschi e figlie femmine è di 1:1, ovvero per ogni maschio nato nasce anche una femmina, in media. La natura consente, però, deviazioni da questa norma nel caso in cui i figli di uno dei due sessi abbiano maggiori probabilità di riprodursi con successo e quindi di favorire la sopravvivenza della propria “famiglia”. Chi ha il controllo su questa propensione verso figli maschi o figlie femmine? La madre. E sulla base di quali parametri può decidere? Le condizioni di vita: cibo, risorse, disponibilità di partner per i figli, presenza di parassiti, ecc. Facciamo un esempio: alcune specie di cervi sono caratterizzate da poliginia, cioè da maschi che si accoppiano con più femmine. In tal caso, avere un figlio maschio significa aumentare le probabilità di ottenere prole numerosa, quindi un successo riproduttivo. L’ipotesi di Trivers-Willard, perciò, predice che se la madre si trova in buone condizioni generali di vita darà alla luce con più probabilità figli maschi: ne basta uno per avere tanti accoppiamenti, quindi ottenere successo evolutivo. In caso contrario, di condizioni di vita scarse, si daranno alla luce con maggiore probabilità delle femmine, poiché questo garantirà che, nel complesso dei maschi, ce ne sarà almeno uno che tra le tante femmine sceglierà la propria per accoppiarsi, anche se in cattive condizioni di vita. La situazione opposta si verifica con le specie che praticano poliandria, ovvero femmine che si accoppiano con più maschi. Appare brutale come concetto, ma – di nuovo – la realtà è questa, il nostro compito è descriverla.
Resta da scoprire il meccanismo cellulare e molecolare che determina questa variazione nel sesso dei nuovi individui in risposta alle condizioni materne. Uno studio riporta che maggiori concentrazioni di glucosio nell’ambiente che circonda l’embrione potrebbero limitare lo sviluppo ulteriore di embrioni femminili rispetto a quelli maschili [4]. Il motivo di questo fenomeno non è ancora chiaro, ma spiegherebbe perché in buone condizioni di vita (quindi di accesso ai nutrienti, tra cui il glucosio) le femmine di specie poliginiche diano alla luce più maschi.
E negli esseri umani? Difficile affermarlo con certezza, poiché le variabili in questo caso si fanno più numerose e più complesse. Inoltre, le società odierne mettono in campo strategie che promuovono la sopravvivenza di individui anche in condizioni di vita non eccellenti, influenzando così il risultato delle analisi condotte su madri e figli. Un’analisi recente che ha preso in considerazione diversi studi sull’argomento conferma che l’ipotesi di Trivers-Willard si applica anche a Homo sapiens, pur riconoscendone delle limitazioni [5]. Inoltre, studiarne i meccanismi molecolari solleva questioni etiche al momento non superabili, data la necessità di intervenire a livello embrionale.
Permettetemi, allora, una deviazione dal mio profilo da scienziato rispettabile per concludere questo articolo. Complessivamente, abbiamo portato sufficienti prove a dimostrazione del fatto che le madri abbiano un qualcosa di speciale. Quindi, cari lettori, se qualcuno vi prende in giro perché siete dei mammoni, dei cocchi di mamma, sappiate d’ora in poi che hanno ragione: lo siamo tutti, in un modo o nell’altro, per natura.
Mercuzio and Friends è un collettivo indipendente con sede a Torino.
Un gruppo di studiosi e appassionati di cinema, teatro, discipline artistiche e letterarie, intenzionati a creare uno spazio libero e stimolante per tutti i curiosi.
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